Ensi: «Ora faccio rap per mio figlio»

Dopo tre anni torna con ‘V’, il nuovo album in cui il re del freestyle non ha più bisogno di dimostrare nulla

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Se parli di rap italiano il nome di Ensi non lo puoi tenere fuori. E anche se si è dileguato come un ninja per più di tre anni, ora torna con un nuovo album, e al primo ascolto sembra subito che non se ne sia mai andato. Si chiama V come Vincent, suo figlio, come Vella, il suo cognome (e quindi le sue radici), come Vendetta, il suo primo album, e come il numero romano, perché V è il suo quinto disco. È un disco di un artista, di un padre e di uomo, ma soprattutto è un disco di puro rap, con dietro trent’anni di storia, e la “ricercata grezzezza” di Ensi come garanzia di qualità.

Non hai fatto un disco trap.
Qualche pezzo – Mezcal, Mamma Diceva – ha quelle sonorità. Ora è di moda, però io ho fatto un brano con l’Auto-Tune nel 2010, e, quanto alle metriche spezzate, vengo dal freestyle: posso fare di tutto. Non cerco antagonismi con la scena più giovane, anzi, mi piace. Ma ho un’altra storia.

È la guerra dello stile, e non voglio perdere un centimetro

Oggi il rap “duro e puro” sembra avere un’identità ancora più forte, forse proprio in contrapposizione alle mode del momento.
È la guerra dello stile, e non voglio perdere un centimetro di quello che abbiamo guadagnato in questi anni. V è un disco rap e lo rivendico con orgoglio: il rap originale sopra ogni cosa. Basta sentire l’ultimo album di Jay-Z: quel suono è tornato.

Quando hai iniziato tu era più difficile emergere.
Sì, e oggi è più facile essere dimenticati dopo sei mesi. Io sono nato a cavallo tra la golden age degli anni ’90 e la nuova scena, e ho capito che quello che conta nell’hip hop è la longevità. Faccio rap da una decade e ogni cosa che succede in questo mondo mi incuriosisce – Izi, Rkomi e Vegas Jones i miei preferiti –, ma quello che mi interessa è il percorso a lungo termine. Il tempo è un setaccio.

Non solo il tempo.
Quando ho iniziato a rappare, il mio biglietto da visita era l’esibizione live – facevamo i chilometri per andare in qualche “tana delle tigri” a fare freestyle –, perché i social, la Rete e YouTube non erano così potenti. Ora puoi diventare famoso anche con un paio di videoclip, ma poi rischi di salire sul palco e non sapere che fare.

Se non hai niente da raccontare spari nell’acqua

Hai fatto un disco in cui parli molto di te, della tua famiglia, di quello che ti è successo in questi anni. È quasi un paradosso per un improvvisatore freestyler come te fare un album così meditato.
Devi vivere delle esperienze per scrivere testi personali. Per questo mi sono fermato quasi tre anni, perché se non hai niente da raccontare spari nell’acqua: puoi sparare benissimo, puoi aprire le acque come Mosè, ma a che serve? Il rap per me è un’esigenza: ritrovarmi a 31 anni con questa voglia di dire cose è stato come trovare il Santo Graal. Poi nel freestyle avevo già vinto tutto, non ho più nulla da dimostrare, quindi largo ai giovani.

È stata una sorta di autoterapia, il rap come sfogo, vomitare cose per esorcizzarle

Cosa è successo in questi tre anni?
Mi è cambiata la vita, sono diventato padre e, poco prima, ho perso mia madre. Un vero big bang, che è entrato di forza nella mia scrittura. Credo che V sia il migliore disco che ho fatto. Sono felice di aver scritto un pezzo come Vincent, il nome di mio figlio. Non è stato facile, è stato il primo pezzo che ho pensato di scrivere e l’ultimo che davvero ho scritto, e avevo le lacrime agli occhi. Ho dovuto far maturare bene le cose, e lo stesso è successo per Mamma Diceva, il mio brano preferito per l’equilibrio tra contenuto e forma. È stata una sorta di autoterapia, il rap come sfogo, vomitare cose per esorcizzarle.

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Tutto il mondo è quartiere è il pezzo “Zulu Nation” del disco. Ci ricorda che l’hip hop all’inizio aveva una funzione sociale, di aggregazione, inclusiva e meticcia.
È un brano sociale, ma non ideologico. Più che un ritorno alle origini, il senso è in quello che cerco di dire in Mezcal: “Sarà che sono onesto / e che vedo ancora qualche cosa di più grande in queste barre a tempo / oltre lo stile, l’abbigliamento / le fighe, fare i soldi, le fisse e l’atteggiamento”.

RS Poi ci sono anche pezzi di pure intrattenimento come Sugar Mama – che parla di MILF – e 4:20, una “joint song”.
Anche questi sono brani autobiografici (ride, nda) perché mi piacciono sia le MILF che fumare l’erba. 4:20 ha i featuring di Gemitaiz e MadMan, che per me sono i Method Man e Redman italiani, “due sballati al college”, dei veri esperti in materia.

Cosa ascolta tuo figlio?
Ho un video bellissimo di Vincent – 2 anni – che canta DA dei PNL

Chapeau e grazie, alla prossima.

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