Enrico Rava: «Il jazz è di tutti»

Il trombettista ha una passione immensa per Prince e Michael Jackson e si ricorda perfettamente di quando è andato in tour con Sly & The Family Stone nel '69
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C’è stato un tempo in cui la gente si prendeva a schiaffi per divergenze riguardanti il jazz. Enrico Rava se lo ricorda bene, perché in quegli anni di tensioni sociali, i Sessanta, stava proprio sul palco mentre sotto la gente si ostinava a non capire. Non capire che il jazz, così come la musica in generale, è qualcosa che appartiene a tutti. E soprattutto, che è proprio stupido stabilire un’appartenenza politica partendo dall’estetica dei brani.

Sono passati cinquant’anni ma il trombettista torinese, che vive ormai da anni a Chiavari e ne è cittadino onorario, ricorda quegli aneddoti come fosse ieri. Come se non fossero passati 78 anni da quando è nato e una buona trentina di album solisti da quando, ad appena 17 anni, ha deciso di imparare a suonare la tromba da autodidatta. Insieme al suo New Quartet esibirà al Blue Note di Milano il 27 settembre. Una specie di ritorno in grande stile dopo qualche mese pausa forzata.

Mi sono sempre chiesto cosa significasse nel concreto essere cittadini onorari di un posto. Si hanno agevolazioni sull’IMU?
Sono cittadino onorario di Chiavari e non, nel senso che risiedo qui da anni. Lo sono anche di Atlanta e di altre città francesi. Nel concreto non significa nulla, solo che sei particolarmente gradito.

Tu comunque sei un trombettista anomalo. Non parli sempre benissimo del tuo strumento.
Non è proprio così. Dico sempre che è uno strumento con cui ho un rapporto conflittuale. Ti chiede molto come tutti gli strumenti. Ma gli ottoni in particolare e ancora più in particolare la tromba e il corno francese richiedono una dedizione totale. Se li suoni davanti a un pubblico e sono due giorni che non li suoni, fai delle figure mostruose. C’è proprio un fatto muscolare. Il muscolo buccinatore è quello ai lati della bocca e basta un niente perché si smolli. Ora sono stato in ospedale per una broncopolmonite, non ti dico la fatica che ho fatto per ritornare a suonarla una settimana fa. In generale questo è l’unico difetto della tromba. Per il resto è uno strumento che non richiede più fiato di quanto io ne stia usando ora per questa conversazione.

Potendo tornare a quando eri giovane, impareresti a suonare lo stesso la tromba?
Ho iniziato a suonare la tromba che ero già grande, 17-18 anni. L’ho fatto per amore di altri musicisti che ho amato fin da bambino. Louis Armstrong, Bix Beiderbecke agli inizi, e poi i moderni come Gillespie, Chet Baker e Miles [Davis, ndr] più di tutti. Quando per la prima volta, a 17 anni, ho visto Miles a Torino è stata una folgorazione. Era il 1956 e io avevo già tutti i suoi dischi, ma vederlo dal vivo è stato pazzesco.

Quindi è più una faccenda di strumentisti che di strumenti.
Sicuramente. La tromba in sé è uno strumento come un altro. Ci sono alcuni modi di suonarla che trovo insopportabili. Il jazz ha nobilitato la tromba, perché nella classica è orribile. In genere (tranne alcune eccezioni tranne il Concerto per Tromba di Haydn che è bellissimo) in un’orchestra sinfonica hanno tutti delle parti meravigliose. I violini stupendi, i fiati pure. E poi arriva la tromba: “PAPPARAPPAPPAPAPA” tutta squillante tipo la sveglia in caserma, che onestamente non si può proprio sentire. Tutte questi musicisti che ti ho citato prima hanno fatto vedere a tutti che con la tromba si possono fare cose stupende. Lo stesso vale per il sassofono, ma è tutta un’altra storia.

Tu suoni solo la tromba? “Solo” per modo di dire, eh.
Sì, ed è anche già troppo. Suono anche il filicorno, che è praticamente la stessa cosa. È un cugino della tromba, talmente simile che a volte non senti la differenza. Ci sono dischi di Miles dove lo suona ed è impossibile anche per un esperto distinguerlo da una tromba. Essendo il filicorno uno strumento conico, l’emissione del suono è un po’ più facile. Quindi è uno strumento con cui è più facile invecchiare, oppone meno resistenza ecco. Ma lo dico io, eh. Per altri, tipo Chet Baker, era più faticoso della tromba e infatti ha smesso di suonarlo.

Tu tra l’altro sei del tutto autodidatta.
Sì, perché sono refrattario agli studi regolari. Sono sempre stato così, fin dal primo giorno di scuola. Era il ’46 e ricordo che mia madre mi ha accompagnato dentro questa scuola elementare. Era buia, ancora messa male per via della guerra, piena di banchi tipo Cuore di De Amicis. Appena mi sono seduto mi sono detto: “No, non fa per me”. E da quel giorno lì il rapporto non è mai migliorato, né con la scuola né con tutto ciò che ha a che fare con l’insegnamento. Poi ho ascoltato moltissima musica, più di quanta ne ascolti un musicologo. Ho letto tonnellate di libri, quindi non sono rimasto un’ameba.

A Rava non si insegna nulla, via.
Tutto l’opposto! Collaboro con tantissimi artisti anche giovanissimi e imparare è una cosa reciproca. C’è sempre da imparare.

Vero, per esempio ora stai collaborando anche con musicisti elettronici, tipo Matthew Herbert.
A me lui piace tantissimo. Se una cosa mi piace allora sono totalmente aperto a collaborare, se però non mi piace. Ti dirò che non sarebbe difficile collaborare con un rapper, alcuni mi piacciono. Ascolto reggae, musica africana, elettronica. Ascolto di tutto. Faccio il jazz ma ascolto classica, brasiliana, rock, brasiliana, soul, funk. Ho tantissimi dischi di Michael Jackson. Ho fatto anche un progetto “Rava On The Dancefloor” dove prendevamo brani dagli ultimi dischi di Jackson e li rifacevamo. Gli ultimi dischi contengono pezzi incredibili, pazzeschi. Ma poi è lui il vero personaggio chiave. Ho visto This Is It, il documentario su uno degli ultimi spettacoli suoi. Nonostante si veda che era malato, gli bastava fare un passo di danza per incularsi tutti i ballerini che erano i migliori al mondo. Ma lui era proprio di un altro pianeta. Comunque anche Prince adoro. Ho visto su YouTube che c’è un concerto di Prince dove a un certo punto spunta fuori Miles Davis. Miles amava moltissimo Prince ed era stato influenzato tantissimo da gruppi come Sly And The Family Stone. Vuoi sapere una cosa su Sly?

Certo che sì!
Io ho fatto da spalla a Sly in un tour negli Stati Uniti nel ’69, stavo in una band jazz rock. Lui era fuori come una zucca. Si faceva di coca in quantità industriali e infatti era sempre un casino suonare con lui. Non arrivava mai all’ora stabilita, cose così. Però la musica era incredibile e lo è tuttora. Anche se non è più sulla cresta dell’onda.

Ti capita di riascoltare tuoi dischi dell’epoca? Tipo quello che hai fatto con Steve Lacy, the Forest and the Zoo?
Guarda, combinazione 15 giorni fa mi è arrivato un box con due dischi di Lacy e uno dei due è il disco precedente a quello lì, che suona praticamente uguale. Solo che, mentre in The Forest and The Zoo ci sono due africani nella formazione, in quello dopo ci sono un americano e un italofrancese.

Che effetto ti ha fatto riascoltarli?
Non è un disco che metterei quando viene a cena mia zia.

Però, dai, sono dischi considerati pietre miliari del free jazz.
Sì, specialmente The Forest and The Zoo. Almeno in Giappone lo è. Insomma è una musica eccitante e coinvolgente da suonare—non ci sono regole non c’è niente—però ci sono e allo stesso tempo non ci sono errori. Se non c’è la vita allora è un errore. Ancora oggi mi capita raramente di suonare cose simili—benché dopo tanti anni faccia un po’ minestra riscaldata—devo dire che è divertente suonarlo. Meno sicuramente ascoltarlo.

Quindi sei d’accordo con quella vecchia battuta sul jazz? Quella che il jazz è come le scoregge perché piace solo a chi lo fa.
Beh, più o meno sì. Sarebbe meglio specificare “free jazz”, che può essere molto pesante. Poi in quell’epoca lì c’erano anche i gruppi con Don Cherry e Gato Barbieri, anche loro un pochino ostici ma alla fine piacevoli all’ascolto. La musica che facevamo noi secondo me era inascoltabile, a noi piaceva anche per quello, però di fatto ascoltatori ce n’erano pochi.

Vi sentivate un po’ ribelli?
Certo, infatti sapevamo di fare una cosa che andava contro i dettami e i gusti della gente. Questa cosa ci dava una spinta in più. Pensavamo: “Gli altri sono stronzi e noi siamo OK”. Però per esempio, quando da Londra siamo andati al Festival del Jazz di Sanremo, c’era una grande attesa. Io ero per tutti l’italiano che era andato all’estero e ora tornava in grande stile con un grande gruppo. Il pubblico si aspettava una roba tipo Don Cherry ma noi abbiamo cominciato a suonare ed è non è andata proprio bene. Ho cominciato a suonare a occhi chiusi e, quando li ho riaperti 5 minuti dopo, tre quarti della sala se n’era andato via e i pochi rimasti si stavano dando le botte. I pochi che erano lì a tutti i costi per noi ci difendevano dalla maggior parte che ci urlava insulti: “Basta! Andate a casa!” Che poi alla fine, a ripensarci, era successa una cosa simile col gruppo di Don Cherry.

Di che anno stiamo parlando?
Parliamo del ‘64/65. Lì proprio calci pugni egente che gridava: “Rimandate in Africa i selvaggi!” Soltanto perché Don era salito sul palco senza scarpe. Io però che ero già amico suo all’epoca so bene il perché dei piedi scalzi. Voleva suonare vestito elegante, quindi nel pomeriggio ha comprato delle scarpe. In camerino però, prima di suonare, si è reso conto che quelle scarpe gli facevano un male cane. Quindi le ha semplicemente tolte. Figurati un nero in pantaloni bianchi, scalzo dentro al teatro comunale di Bologna e suonando musica che per i tempi era uno schiaffo.

E c’erano anche delle tensioni politiche, no?
Eh sì, perché questa musica di rottura dal passato veniva identificata con la sinistra rivoluzionaria che ha fatto da embrione al ‘68 mentre tutto il jazz ortodosso era di destra. Entrambe stupidità allucinanti. Tant’è che per esempio durante la neonata Umbria Jazz, quando è arrivato Count Basie, c’erano dei gruppi di estrema sinistra che distribuivano volantini con scritto “compagni, non fate suonare Count Basie perché è un servo della CIA” e non l’hanno fatto suonare. Oppure c’è stato un tizio che per disprezzo verso Sarah Vaughan, sempre per gli stessi motivi, è saltato sul palco e ha tirato fuori l’uccello mentre lei cantava. Glielo sventolava sotto il naso. Che poi non era neanche chissà che uccello, tra parentesi. La Vaughan sicuramente avrà visto ben di meglio.

Lasciamo in pace ‘sti jazzisti, insomma.
E pensa che una cosa del genere è successa a Chet Baker, che è uno che ha sempre preso batoste nella vita. Dal sistema, dalla vita, dalla polizia. Era bianco e per questo lo accusavano di appropriarsi di cose dei neri, dicevano che li sfruttava. È dovuto salire sul palco Elvin Jones con un braccio sulle sue spalle dicendo: “No ragazzi guardate che lui è uno dei nostri, è un grande.” Il tutto in inglese, quindi figurati il pubblico italiano dell’epoca che diamine avrà capito. Non c’è proprio da appropriarsi di nulla, il jazz è di tutti.

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