MUSICA / Interviste

Devendra: «Mi piace dire che faccio musica pop impopolare»

Devendra Banhart ci parla del nuovo album (molto figo), al quale ha lavorato «come un archeologo». E del suo stile «da elegante pescatore cinese», a partire da un certo cappello

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Con Ape in Pink Marble, il nuovo disco di Devendra Banhart, l’adorabile musicista e artista visuale texano-venezuelano va oltre il freak/acid folk dei primi album, per perseguire un cantautorato più classico, libero nella forma e pur sempre originale; un percorso che aveva già intrapreso nel precedente, ottimo, Mala (2013). E questo album, il nono in 14 anni di carriera – e lui ha soltanto 35 anni – è un altro lavoro ben riuscito. Anche dal punto di vista estetico, oggi Devendra appare molto più sobrio rispetto a qualche anno fa – capelli e barba più corti, niente più collanine, braccialettini, t-shirt psichedeliche ecc.

Di tante cose mi piacerebbe parlare, con Devendra Obi Banhart – il middle name, di cui canta nella prima traccia dell’album, è un omaggio al Kenobi di Star Wars. Quando si dice: genitori illuminati. Ma dentro lo sfarzo craxiano dell’hotel Principe di Savoia di Milano, luogo in cui devo incontrarlo, non è facile concentrarsi – tra i total look Vuitton degli altri ospiti, il profumo intenso che impregna le moquettes profonde due dita, gli ineludibili riflessi oro delle finiture d’arredo e i preparativi per lo shooting fotografico imminente, che rendono la suite in cui ci troviamo, per quanto grande, piuttosto caotica. Ma non mi lamento: ho fatto interviste in condizioni più difficili. (Se per qualche motivo capitate al Principe, cercate quelle bellissime mini-bottigliette di Tabasco, che apparentemente si trovano soltanto lì).


Abbigliamento di Devendra: sandali di cuoio, pantaloni blu comfy con polsino alla caviglia, t-shirt marrone di cotone (100% organico, ovvio) armonicamente bucherellata. La questione se attorno a questo artista sia presente una contraddizione, tra l’aura frugale da giovane monaco – accentuata da una gentilezza quasi irreale – e l’attrazione magnetica che è in grado di esercitare verso il glamour, non è evidentemente qualcosa che lo impensierisce.
Gli occhi mi cadono sul suo cappello da pescatore – in nylon, materiale che, su di lui, mi appare un po’ troppo sintetico. «È un Borsalino, sai», ci tiene a precisare, prima che io riesca a esprimere un concreto interesse. Prendo atto della brand awareness – mentre, confesso, faccio ipotesi su quanto possa costare, perché effettivamente è carino, e nei giorni di pioggia può venire utile (oggi fuori fa caldissimo, però). Il Borsalino da pescatore ritornerà alla fine di questa intervista – vedrete come. Leggi alla voce: simboli che si ingenerano per conto loro.
Prima ancora di iniziare con le mie domande, Devendra mi chiede conto del tatuaggio che ho sul braccio – cinque frecce indiane (lui ne ha molti di più, sparsi sul tutto il corpo; alcuni molto belli). «Raccontami tutto!», ordina – per quanto possa suonare autoritaria una persona così delicata. Gli propino la storiella ufficiale: nessun significato profondo, niente simbolismi, qualche anno fa ero disoccupato e fare un tatuaggio mi sembrava una buona idea. Un po’ è davvero andata così; un po’ è una cazzata. I suoi occhi si illuminano: per riconoscere un millantatore ne serve un altro. «Bravo, un’ottima risposta!», si complimenta. «Tutto questo mi fa venire in mente una risposta che Helado Negro, un musicista che è anche un producer incredibile, mi ha dato quella volta che gli ho chiesto che strumentazione usasse per tirare fuori i suoi suoni pazzeschi: “Il segreto non è nella freccia”, mi ha detto, “ma nell’indiano”. Lo trovo geniale. È il miglior consiglio che ho ricevuto, per quanto riguarda il fare musica».
Tutti tendiamo a raccontare (agli altri e a noi stessi) una versione romanzata delle nostre vite. Devendra Banhart sembra averne fatto un’arte: «In aeroporto, quando mi chiedono che lavoro faccio, mi piace rispondere: “Sono un decoratore di giardini giapponesi”. Oppure: “Faccio musica pop impopolare”. Ma, soprattutto, mi piace definirmi: “Un dilettante professionista”». Inizio a rendermi conto che questo personaggio, in apparenza così disponibile, tende a erigere intorno a sé, come forma di protezione, un muro fatto di ironia e risposte sibilline.

Ma il tempo stringe, parliamo dell’album. Fig in Leather, uno dei due momenti pseudo-dance insieme a Fancy Man, con tanto di archi sintetizzati, ricorda per uno strano cortocircuito i Flight of the Conchords, il duo di talentuosi musicisti neozelandesi – diventati comici loro malgrado – resi famosi dall’omonima serie tv HBO, feticcio per hipster di una manciata di anni fa: “I will take my time ‘cause you’re a lady / Top quality lady / […] Quite powerful lady / A very cool lady”. Mentre il modo in cui Devendra canta in Linda, verso la fine dell’album, mi ricorda Chet Baker in Chet Baker Sings – senza la tromba, certo. Sarà per la voce sussurrata, sostenuta dal suo famoso vibrato. «È un grande complimento, è uno dei miei cinque artisti preferiti, in assoluto… Probabilmente Chet adesso si starà rivoltando nella tomba», ride. «Parlando di tombe, di recente sono proprio andato a visitare il luogo in cui è seppellito, a Inglewood, appena fuori Los Angeles. Una sorta di pellegrinaggio».

Ape in Pink Marble sembra una logica evoluzione del disco precedente: «In qualche modo, sì. A un certo punto, verso la fine della lavorazione di un album, ti rendi conto che vuoi accelerare il processo per iniziare a dedicarti a quello successivo. In questo senso, quindi, ogni disco non è altro che la nuova sequenza di una narrativa che continua a svolgersi». Mi viene in mente Woody Allen: anche lui deve avere due o tre film nella testa che si stanno componendo in contemporanea, ed è forse il motivo per cui riesce a essere così prolifico, e a mantenere una qualità tutto sommato alta: «È un po’ egoista, da parte sua, avere tutto quel talento e continuare a usarlo. Dovrebbe iniziare a condividerlo un po’, magari affidando le sceneggiature a qualche giovane regista. Ma considera che io indosso questo cappello in suo onore – non sto scherzando! Mi hanno detto che è uguale a quello che lui mette sempre». Gli faccio notare che quel cappello da pescatore, visto dal basso (lui lo tiene con la visiera rossa alzata), sembra anche un copricapo cinese, o qualcosa del genere: «Esatto: da oggi voglio descrivere tutto il mio stile come “Fancy chinese fisherman” (Elegante pescatore cinese, ndr)». Qui si insinua il sospetto che Devendra mi stia prendendo un po’ per il culo. Ma corregge subito il tiro: «È buffo, perché è la versione costosa – ho già detto che è un Borsalino? – di un cappello umile come quello da pescatore, o da marinaio. Mi ricorda la storia di David Crosby, che andava in giro con un furgone in apparenza super hippy, però sotto aveva fatto montare un motore Jaguar. È un paradosso che mi fa molto ridere».

Gli chiedo se si sente a suo agio con tutto questo – gli shooting di moda, gli stylist, le location lussuose, i brand eccetera. Insomma, lui per primo si presenta come la persona più semplice del mondo, votata solo alla propria arte, e uno non può non notare il contrasto. Riesce a divertirsi? O lo considera un male necessario? «Entrambi. È un male necessario, ma è anche parte del gioco. Di certo, non è una cosa che mi fa eccitare troppo. Ci sono altri posti in cui preferirei stare, in questo momento. Ma dipende: questo non è il posto peggiore in cui trovarsi, e potrebbero esserci – chi può dirlo! – persone peggiori con cui parlare», ride. Suggerisco che potrebbero esserci persino posti più profumati di questo. «No», dice dopo una pausa, «non credo esistano posti più profumati». Lo abbiamo trovato così, assicuro, non l’abbiamo profumato in suo onore. «In realtà ho un profumista personale, e parte del suo lavoro è precedermi e profumare gli ambienti che devo frequentare – e io non l’ho mai visto, ma soltanto annusato», scherza. «Comunque il naso è un organo sottovalutato, in questi giorni sto leggendo un libro intitolato What the Nose Knows, che lo spiega molto bene».

Devendra ha registrato Ape in Pink Marble interamente a casa sua. È stato un processo meno stressante, rispetto al lavorare in studio? In un’intervista di qualche anno fa aveva raccontato di essere stato colpito da attacchi di panico, in occasione dei dischi precedenti. «Non mi piace selezionare dei singoli episodi: tutta la mia vita è una sorta di attacco di panico perpetuo». Per esperienza, so bene che è difficile tenere traccia dei progressi lavorando da casa, se non si possiede una forte disciplina. «La disciplina non è necessariamente qualcosa di negativo. Una volta che entri nel suo flusso, sei dentro. Ma sei vuoi essere distratto e avere una scusa per non lavorare, il luogo non c’entra, basta cercare nella tua tasca: puoi andare in India e visitare ogni ashram o partecipare al Kumbh Mela, il più grande raduno religioso del mondo, e passare ugualmente tutto il tempo a guardare il cellulare. Oppure puoi decidere di sederti in mezzo a Times Square e metterti a meditare lì. In pratica, oggi è possibile lavorare con il telefono, quindi sta a te trovare un luogo in cui essere al riparo dalle distrazioni, o quantomeno dove sentirti felice, a fine giornata, per quello che sei riuscito a fare. Per quanto riguarda il disco, l’ho registrato con due persone – Noah Georgeson e Josiah Steinbrick – che conosco molto bene. Entrambi vivono a Los Angeles e, al contrario di me, hanno una famiglia, da cui dovevano tornare dopo il lavoro. Quindi c’era comunque un orario da rispettare, e non è stato affatto male. A volte non combinavamo niente per tutto il giorno, ed eravamo disperati. Altre volte passavamo tutto il giorno a litigare. Ma siamo come fratelli ormai, ed è questo il bello».

In tempi di streaming, dischi pubblicati a sorpresa che suonano come work in progress, è un genere di approccio che suona d’altri tempi: il rispetto dell’album come forma d’arte. «Ti faccio un esempio del perché credo che il disco abbia ancora importanza: Hopelessness di Anohni. È un gesto così potente, così sovversivo – è una condanna feroce di tutti i governi corrotti del mondo, con l’inganno di qualcosa di piacevole, di facile da digerire. Tutto questo sotto forma di un disco». Probabilmente l’album è un oggetto più difficile da gestire per gli artisti commerciali, che hanno crew di manager e produttori intorno. «È un tipo di ambiente così lontano da quella che è la mia sfera, che non riesco nemmeno a immaginarlo. Noi abbiamo lavorato al disco come archeologi, andando a ripescare vecchi suoni, litigando per giorni sulla corretta sequenza delle canzoni. Non faccio quello che faccio per i soldi – e quelli che guadagno non sono nemmeno tanti. Probabilmente l’industria discografica andrà sempre peggio, ma al tempo stesso andrà meglio. Ci sarà sempre qualcuno che farà dischi bellissimi, solo per il gusto di farli. Ti dico di più: sono convinto che la mia canzone preferita non sia ancora stata scritta. Non vedo l’ora che qualcuno faccia una bella canzone, così che io possa inserirla in un mixtape e fare bella figura».
E questa come frase a effetto per chiudere l’intervista funzionerebbe benissimo, ma c’è un epilogo: qualche ora più tardi, riceviamo in redazione una telefonata: il famoso Borsalino non si trova da nessuna parte! Il povero Devendra è disperato! Non è che per caso lo avete preso voi di Rolling Stone? So di essere il principale sospettato, ma un simile colpo diabolico richiederebbe una presenza di spirito molto maggiore della mia. Dopo qualche minuto surreale, il cappello da marinaio cinese elegante salta fuori: l’equivoco è chiarito, può giustamente ritornare al suo proprietario. E Devendra sarà d’accordo se dico che, su questo mondo, nulla accade per caso.

L’intervista è stata pubblicata in versione integrale su Rolling Stone di ottobre.
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