Detto Mariano ci racconta il suo “Amore Tossico”

Esce per la prima volta la colonna sonora di "Amore Tossico", in una versione anche risuonata dai La Batteria. Ne parliamo insieme all'autore, una delle colonne della musica italiana
Una scena di "Amore Tossico", 1983

Una scena di "Amore Tossico", 1983


Pochi film riescono a diventare di culto come è successo ad Amore Tossico di Claudio Caligari: uscito nel 1983, ha raccontato la vita di un gruppo di tossicodipendenti romani ai tempi del boom del consumo di eroina con un realismo crudo, quasi documentaristico. E la colonna sonora che accompagna la vita dei protagonisti, senza alcun tipo di pietismo o iper-drammatizzazione, non dà scampo allo spettatore. È coinvolgente e allo stesso tempo fredda, come i protagonisti della storia che rimbalzano tra dramma e ironia. L’autore di questa colonna sonora è Detto Mariano, all’anagrafe Mariano Detto, un nome che forse non dirà molto ai più ma che è tra i compositori più importanti per la storia della musica italiana: arrangiatore e autore per nomi come Celentano, Lucio Battisti, Mina, Al Bano, ma anche compositore di colonne sonore di alcune delle commedie più replicate in TV del cinema italiano (EccezZziunale… veramente, Yuppies, Grandi Magazzini, Asso, Il Bisbetico Domato, Mia moglie è una strega…) e di musiche per la TV (da quelle del Drive In alla sigla di Gundam).
Venerdì 13 maggio 2016 esce per la prima volta la colonna sonora di questo film, con un’operazione speciale della Penny Records, che pubblica anche una reinterpretazione della colonna sonora (fedele all’originale) della band romana La Batteria.
Abbiamo contattato Detto Mariano per farci raccontare come ha lavorato con Caligari, come è nata questa colonna sonora e qualche episodio della sua carriera. Ma prima di tutto una domanda importantissima:

La devo chiamare Signor Detto o Signor Mariano?
Mariano è il mio nome, Detto il cognome. Se vuole tenere le distanze mi chiami Detto, altrimenti va bene Mariano.

Come è entrato in contatto con Claudio Caligari nel 1983?
Tramite un editore, Giuseppe Giacchi, dirigente della CAM. Lui era già in contatto con Caligari e mi indirizzò a lui per partecipare a questo film un po’ particolare. Io lavoravo alle commedie, film con un ampio pubblico, mentre questo progetto era “di nicchia”. Poco prima avevo mostrato a Giacchi come funzionava uno strumento che si chiamava Fairlight: era il primo computer musicale in commercio. Nel 1983 costava 56 milioni di lire, ho dovuto fare un leasing per prenderlo, ma me ne ero innamorato.

È l’unico strumento che ha usato per questa colonna sonora?
Sì, e in quel momento saremo stati in quattro ad usarlo in Italia. Sia per i costi proibitivi, sia perché era complesso da usare. Io mi sono isolato per tre mesi per capire come funzionava. Ho capito che era uno strumento eccezionale. Mi capitava suonando con le orchestre di dover limitare la fantasia, se volevo sperimentare dei passaggi e c’erano degli errori bisognava ripetere molte volte, ci voleva tempo e si alzavano i costi. Invece questo computer faceva quello che dicevo io in poco tempo.

È stata la prima occasione in cui ha usato il Fairlight?
Nello stesso periodo, un mese prima o un mese dopo, ho lavorato al film Gli sterminatori dell’anno 3000 (uscito anche con il titolo Il giustiziere della strada, nda) usando questo strumento, perché potevo fare qualcosa di particolare. L’ho usato su film drammatici, d’azione o di fantascienza, mentre sulle commedie usavo l’orchestra.

Per la fantascienza è perfetto.
Però a me quello strumento non serviva per fare della musica elettronica, ma per fare qualcosa di simile all’orchestra. Tutti lo chiamano “sintetizzattore”, ma si trattava di un “campionatore”, all’interno di quello strumento c’erano suoni veri, se ben usato dà l’impressione che ci sia una vera orchestra.

E perché per le commedie ha continuato a usare un’orchestra vera?
Perché la sonorità delle commedie era abituale: si andava nello stesso studio, sempre con lo stesso fonico che sapeva esattamente dove mettere i microfoni… Era uno standard a cui il pubblico era abituato, e che voleva per quei film di stampo commerciale. Altri film  invece avevano meno valenza commerciale, ma una maggiore pretesa artistica. In questi casi si poteva sperimentare, e con questo strumento era meno complesso farlo – non consiglio a nessuno di sperimentare con un’orchestra.

In quale momento della lavorazione di Amore Tossico è entrato?
Il film era già montato. Caligari andò dalle edizioni CAM per trovare qualcuno che si occupasse della colonna sonora, e Giacchi lo indirizzò a me. Io vidi il film per la prima volta insieme al regista.

Qual è stata la sua prima reazione davanti al film?
È stata dirompente. Si figuri per me che venivo dalle commedie. Sembrava uno documentario, e questo aspetto è stato problematico quando mi sono avvicinato al film, non volevo che la musica prevaricasse sulle immagini e togliesse realismo alle scene. Io ai tempi non conoscevo il mondo della droga e dei drogati, il loro modo di parlare… È un film che per me andrebbe proiettato nelle scuole, per far vedere ai ragazzi come funziona la miseria di quel mondo.

Non deve essere facile il passaggio da, per dirne uno, EccezZziunale…Veramente a questo film.
Non era nemmeno facile fare le musiche per le commedie: sei sotto una forte pressione, sotto gli occhi del regista che teme che la musica possa rovinare il suo film. Lavorare per produzioni con grossi budget è una grande responsabilità. Per questo uno sta attento a non rovinare i meccanismi rodati della macchina del successo. Si fa il meglio possibile, ma stando all’interno dei canoni.
Con il tempo ho preso dimestichezza con il Fairlight, e ho iniziato a usarlo anche per le commedie – alla fine con quello strumento riuscivo a fare in pochi minuti il lavoro di tre ore d’orchestra, abbassando i costi.

Come è stato lo scambio di idee con Caligari per Amore Tossico?
Ci siamo visti quando mi ha mostrato il film ma non mi ha dato molte indicazioni, il film parlava da solo. Di solito i registi vengono in sala d’incisione quando incidi con l’orchestra, in questo caso ho scritto la musica e Caligari è venuto in sala d’incisione quando l’ho fatta suonare al computer.

La colonna sonora di "Amore Tossico"

La colonna sonora di “Amore Tossico”

Lei aveva la percezione che il film sarebbe diventato un cult?
No, io mi sono approcciato come ho sempre fatto: guardo un lavoro e cerco di fare del mio meglio per valorizzarlo. Quando ho lavorato alla musica di Amore Tossico non pensavo al futuro di questa musica, ho solo cercato di trovare nel Fairlight le sonorità che potessero avvolgere la scena senza lasciare che la prevaricasse.
Caligari tra l’altro mi chiese di fare le musiche per Non Essere Cattivo, perché voleva ripetere l’esperienza felice di Amore Tossico. Sono andato a casa sua, abbiamo parlato del film (non l’aveva ancora finito di montare), c’erano anche i produttori che, fra l’altro, dicevano che questo tipo di film aveva bisogno di poca musica. Io dissi anche che secondo me questi film possono uscire anche senza musica, perché gli aggiunge ancora più verità. Sono andato via con l’accordo di vedere le scene nei giorni successivi. Quindici giorni dopo questo incontro, Caligari è morto (ne venni a conoscenza un mese dopo). Non ho più sentito nessuno della produzione, e a quel punto mi ero convinto che avessero accettato la mia ipotesi di non mettere la musica nel film. Quando ho visto che era in odore di candidatura agli Oscar speravo fosse rimasto senza musica così in caso di vittoria avrei potuto dire di essere il primo compositore ad aver vinto… per non aver composto la colonna sonora.

Cosa ha pensato quando le hanno proposto di ristampare la colonna sonora, e che una band voleva risuonare il suo materiale?
Io sono contento quando qualcuno rimette mano ai miei lavori. Quando ho sentito il risultato di La Batteria sono stato felicissimo. Hanno rispettato l’anima dell’autore, riuscendo comunque a mettere qualcosa di innovativo e di loro nella musica. Stravolgere un pezzo è la cosa più facile del mondo, invece rispettare la parte emotiva del brano è molto complesso, e loro ce l’hanno fatta. Mi sento gratificato quando li ascolto. Li ho anche sentiti eseguire i brani durante una diretta in una radio a cui ero presente anche io, ed erano perfetti.

Sarebbe curioso vedere il film montato con la versione dei brani eseguiti da La Batteria.
Invece no, perché questa musica farebbe l’effetto che io non volevo creare: perché la musica sovrasterebbe la scena. La bellezza della loro versione sta nell’essere fuori dal film, nel fartelo ricordare, ha un corpo diverso perché è fatta al di fuori del film, va bene ascoltata da sola.

È la prima volta che la coinvolgono in un progetto simile?
Beh, mi è capitato di andare a vedere le cover band che eseguono i brani di Battisti o di Celentano, e queste versioni ripetono più o meno il lavoro che ho fatto io negli originali, aggiungendo poche cose. Ma un’operazione come quella de La Batteria è la prima volta che mi capita.

Com’era lavorare a colonne sonore di film in cui erano coinvolti anche musicisti – e sto parlando di Adriano Celentano?
Siamo stati amici per tanti anni, non ha mai avuto un’ingerenza, lo ha avuto solo in pochi momenti. Quando stavamo lavorando a Il Bisbetico Domato, di cui ho fatto la colonna sonora, Celentano girò la scena della pigiatura con un brano, mi pare fossero i Boney M, per avere la ritmica giusta da usare sulla scena. Una volta girata la scena, è stata montata con quel brano, ma sarebbe costato troppo usarlo, quindi ho composto un pezzo ispirato a quello, con le stesse scansioni ritmiche. Il brano prevedeva un dialogo tra un ragazzo e una ragazza. Ad Adriano è piaciuta, ma quando l’ha sentita mi ha detto: «Tu fai il furbo, hai preso uno con la mia stessa voce. Poi mi ritrovo che la gente sente quel pezzo, pensa che lo canti io, lo vuole comprare, non lo trova e si incazza con me.» La voce non gli assomiglia per niente, neanche ci avevo pensato! Allora ha tagliato tutte le parti maschili, e il testo non ha più senso! Nella versione blue-ray del film c’è la “Mariano’s Version”, quella con entrambi le voci.

Come è stato il passaggio dall’arrangiamento per canzoni e al lavoro sulle colonne sonore?
Quando lavoravo per le case discografiche non facevo solo l’arrangiatore, a volte scrivevo anche le melodie delle canzoni. Sono comunque co-autore di quasi tutte le canzoni a cui ho lavorato (ad esempio per Il ragazzo della via Gluck), diciamo che cercavo di fare da collante tra varie parti coinvolte nella scrittura di un pezzo. Per le colonne sonore facevo tutto da solo, come nel caso di Amore Tossico, ho scritto le musiche, le ho arrangiate, ho anche programmato da solo il Fairlight.

Ti ha dato più libertà lavorare alle colonne sonore?
Sì, e poi le canzoni durano pochi minuti, la loro vita è decisamente più breve. In pochi minuti ti giochi il lavoro di mesi. Quando lavoravo per le case discografiche sentivo la necessità di mettermi su qualcosa di più duraturo, con un tipo di impegno meno pressante e con uno spazio più grande dei 3 minuti. Come autore o arrangiatore avevi una responsabilità enorme. I dischi si fanno per venderli, e ai tempi ci trovavamo a capire dove avevamo sbagliato in dischi che vendevano 750.000 copie – numeri che non esistono più.

Parlando di attività sul palco invece: lei ha militato solo nei I Ribelli? Mai avuto interesse a fare la rockstar?
Sì, ho militato solo nei Ribelli, e non era vita da rockstar, nei momenti in cui suonavo io non avevano una vita propria: facevamo il gruppo che accompagnava Adriano Celentano nelle serate.  Adriano, che avevo conosciuto durante il servizio militare, mi aveva chiesto di entrare nella band come pianista, e Sandro, suo fratello e manager, in attesa che Adriano finisse il servizio di leva aveva coinvolto altri cantanti per girare i locali – ad esempio Clem Sacco, un rocker demenziale. Gianni Dall’Aglio (mitico batterista), mi contestava perché venivo dal conservatorio e non avevo voglia di scatenarmi sul pianoforte, suonando anche coi piedi come faceva Jerry Lee Lewis… A me non interessava, mi piace scrivere la musica, voglio emozionarmi io ed emozionare gli ascoltatori. E poi, non vorrei deluderti, ma non assomiglio affatto a Richard Gere. Magari con qualche plastica…