Cristina D’Avena, diva forever

Un live ogni quattro giorni. È il tour senza fine della regina delle sigle tv, che macina sold out nelle venue rock più iconiche d'Italia. L'abbiamo raggiunta per lasciarci spiazzare da vicino
Cristina D'Avena, 51 anni, regina delle sigle dei cartoni animati tv. Foto: Sha Ribeiro

Cristina D'Avena, 51 anni, regina delle sigle dei cartoni animati tv. Foto: Sha Ribeiro


«Avvisiamo la clientela che alle 17, nella galleria centrale, verrà scartato l’uovo di cioccolato da 100 kg». Nel parcheggio dell’Auchan di Mazzano, uscita Brescia Est, 51 negozi e 1900 posti auto, l’altoparlante bombarda i visitatori appena usciti dall’auto con un palinsesto da villaggio vacanze. Il programma prevede l’animazione per i piccini, lo spacchettamento del maxiuovo, l’esibizione della band tributo a Violetta e il piatto forte della giornata: lo show di Cristina D’Avena. Alla faccia di chi non conoscesse la seconda mamma della prima generazione di teledipendenti italiani o – ricordandola ora – si immaginasse una regina delle sigle tv sul viale del tramonto, Cristina D’Avena, 51 anni proprio a luglio, è sopravvissuta alla scomparsa del cagnetto Uan, alla crisi della discografia, allo strapotere delle visualizzazioni, ai meme e al cannibalismo dei cosplayer nell’unico modo possibile. E oggi macina più sold out di Fedez: 100 date nel 2014, 45 in questi primi mesi di 2015, inclusi i karaoke nei club, i live con i Gem Boy e le ospitate nei centri commerciali come questo. Fino a ottobre sarà anche una delle 39 attrazioni del parco divertimenti Leolandia, tipo che se fossimo a Las Vegas le avrebbero costruito un albergo attorno come è successo a Céline Dion.

L’Auchan di Mezzago è segmentato da due lunghe gallerie che si intersecano in una piazzetta simile a quella di Centovetrine, dove svettano l’uovo da 100 kg e il palco temporaneo che ospiterà lo show, già gremito di famiglie. La premurosa Clarissa, sorella e assistente personale di Cristina, mi messaggia un ritardo causato dalla coda in autostrada, che costringe un’animatrice di sostegno a salire sul palco e improvvisare un karaoke con Sergio e Rosangela, due 40enni che non vedono l’ora di intonare Memole. Mi sistemo dietro a uno di quei giganteschi papà tatuati che non vorresti aver mandato affanculo per una precedenza mancata e osservo i nuovi arrivati fra il pubblico: tanti ragazzi, 20/3oenni. Sono i cripto-fan, quelli che stasera, al Live di Trezzo, dove Cristina si esibirà insieme ai Gem Boy, arriveranno con gli striscioni, ma che adesso, in diurna, si fingono clienti incuriositi. Annoto quattro tipi umani di cripto-fan: 1) 20enne metallaro con barba; 2) 20enne emo con fidanzatina; 3) coppia di 30enni maschi col borsello e le Hogan; 4) un personaggio che ribattezzo “il tinto”: 50 anni, capelli lunghi nero petrolio, addosso una tuta di Amici. Ne approfitto per appuntarmi anche alcune considerazioni di massima sulle quote-milf in un centro commerciale della provincia bresciana.

Alle 15.40 l’animatrice di sostegno interrompe un’avvitata considerazione sull’uovo da 100 kg («È grosso e duro, dopo lo scartiamo») per annunciare l’arrivo della star, che si presenta sul palco con un chiodo di pelle e una sottana lunga, entrambi neri. Saluta tutti i bambini con la confidenza della maestra buona e lancia la prima hit: «Li conoscete i Puffi?». I cripto-fan si sbracciano. «Allora rispondete puffafféro!»… La scaletta è un’infilata di classici condensati in un’ora di performance, e tutti eseguiti con la base, escluso Piccoli problemi di cuore, che Cristina canta a cappella accompagnata dal coro dei cripto-fan in lacrime: Pollon, Kiss Me Licia, Doraemon, Mila e Shiro, Sailor Moon, Memole, Georgie, Holly e Benji (io preferivo la prima versione, quella cantata dal bambino, nda), Il coccodrillo come fa, È quasi magia Johnny, Lady Oscar. Nota a margine sull’uscita di scena di Cristina, tripartita in: 1) sessione di selfie sotto il palco col pubblico; 2) sessione di selfie nel backstage con disabili (adulti); 3) sessione di selfie nel parcheggio con i fissati degli sfondi outdoor.

Alle 20 raggiungo il Live Club di Trezzo, dove Cristina e i Gem Boy stanno provando una parodia di Magnifico, e dove scopro con malcelato orrore – colpevole una locandina dell’evento appesa all’entrata – che il concerto di stasera precede una festa cosplay, di quelle che se ci vai vestito da Uomo Ragno ti danno un drink gratis. Dopo il sound check si va tutti a cena al ristorante “La Scaletta” di Capriate San Gervasio. La figlia del proprietario ci allieta con alcune sonate per beginner da un piccolo pianoforte a coda bianco, sulla cui testata poggiano due agnellini di peluche. Per me è finalmente arrivato il momento di chiacchierare con Cristina:

L’Alcatraz di Milano, l’Estragon di Bologna, l’Atlantico di Roma: tutti sold out. Incredibile.
Succede perché ci sono passati tutti, dalle sigle.

Ti sei tirata dietro anche il popolo dei Gem Boy. E pensare che fino al 2007 ti hanno massacrata.
C’era questo tormentone, Ammazza Cristina, dove dicevano che mi avrebbero tagliato le corde vocali. Poi un giorno ci siamo incontrati per caso in un Autogrill.

Come avete rotto il ghiaccio?
Sono stati loro a riconoscermi. Si sono messi tutti in ginocchio e mi hanno chiesto scusa.

Insieme avete vendicato l’ostracismo di Bim Bum Bam dai palinsesti. Bravi.
Mediaset ha mollato il colpo, ha fatto scadere i diritti di tanti cartoni importanti. La perdita di un Denver secondo me è gravissima.

Ma tu ce l’hai un cartone preferito?
Kiss me Licia: è partito tutto da lì.

Quando ti sei messa nei suoi panni, con la serie tv, sei entrata nella vita reale di una generazione. Anche i Bee Hive hanno tentato la reunion…
Ma sono arrivati tardi, e non hanno la voce originale di Enzo Draghi, il doppiatore di Mirko.

La tua voce cristallina non ha mai dato segni di cedimento. Merito dei vocal coach?
No, è tutto merito del Piccolo Coro dell’Antoniano e di Mariele Ventre (la storica fondatrice, ndr). Me ne sono andata a 11 anni e da allora ho sempre cercato di non alterare il mio timbro vocale. Forse è stata questa la mia fortuna. Ho una voce acuta, cristallina, non ho impostazioni particolari.

La perdita di un Denver
secondo me è gravissima

Come si incide una sigla?
Arrivo in sala, dove mi aspettano il maestro, il produttore, l’autore del testo – che per tanti anni è stata la mia amica Alessandra Valeri Manera. Mi fanno ascoltare il provino, (ultimamente me lo fanno arrivare a casa prima), studio il pezzo col maestro, ci metto del mio, un singhiozzo, un sorriso, un particolare timbro…

E… buona la prima?
Adesso col digitale è facile, ma pezzi come Creamy li ho dovuti rifare mille volte.

È difficile, Creamy?
È alta, come tutte le mie canzoni. Una volta, a Buona Domenica, Costanzo voleva fare interpretare un medley dei miei pezzi a un po’ di guest star. Venne da me Orietta Berti, che doveva cantare Mila e Shiro, e mi disse: «Cristina guarda che io… faccio fatica!». La stava intonando con la voce da tenore. Quello delle sigle è un mondo particolarissimo, devi rendere credibile un parimpampùm…

Ci sono regole da rispettare?
Alessandra dice sempre che bisogna fare più ritornelli che strofe, perché il bambino li memorizza più in fretta.

Non ti viene mai voglia di riarrangiarli?
Ogni novembre, quando c’è il raduno del fan club a Bologna, faccio solo canzoni che di solito non metto in scaletta. Tiriamo in mezzo anche due-tre musicisti, chitarra, piano, sax… Si piange regolarmente, ci si emoziona.

Ma Cristina D’Avena che musica ascolta?
Sono cresciuta con Dalla. Poco prima che morisse lo avevo incontrato ed ero riuscita a farmi promettere un pezzo.

Hai mai lavorato con cantautori italiani?
Non ci ho mai pensato. Alessandra mi ha sempre tenuta sotto una campana di vetro, sono sempre stata molto tutelata.

Ovvio, non potevi sputtanare la tua immagine… Ma non hai mai voluto – che so – andare a Sanremo, fare qualcosa di tuo, che non fosse una sigla?
Non ho mai avuto il tempo neanche di pensarlo. Quando è nata Mediaset bisognava riempire i palinsesti di mie sigle, poi c’erano i live: ho riempito il Palatrussardi e il Forum di Assago… Sono stati anni molto intensi.

La gente mi dice cose tipo:
«Non smettere mai, che cosa facciamo senza di te?»

Perché Mediaset non investe più su di te?
Sono anni che dico: facciamo un nuovo programma per ragazzi. E loro, invece, mi hanno proposto L’isola dei famosi

E Silvio?
Carino, lui. Io l’ho conosciuto quando era “solo” Silvio. Lui è stato il primo a capire il potenziale dell’intrattenimento per ragazzi.

(Ci interrompono un papà e una mamma sulla quarantina, con due bimbi al seguito. Cristina saluta i piccoli, firma gli autografi, li congeda e quasi si commuove: «La gente mi dice cose tipo: “Non smettere mai, che cosa facciamo senza di te?”. Oppure: “Perché sono due settimane che non fai spettacoli?”», nda).

Sono le 22.45 e il Live di Trezzo è pieno zeppo di gente (vedi foto nella pagina a fianco, ndr). Persone normali che sanno di provincia, disagio e mondo reale. Di cosplayer se ne vedono pochi: sono tutti nel backstage, dove piantonano il camerino di Cristina per portarsi a casa un selfie di gruppo. Ci sono tre Avengers, Lamù, Cat Woman, Actarus, Sailor Moon e una Lara Croft che cerca di attirare la nostra attenzione (mia e del fotografo) con un commento da bellezza vissuta: «Faccio la modella da tanti anni, ma non avevo mai visto un flash così potente». Da bordo palco assistiamo alla performance con i Gem Boy. Alle sigle del Biscione si aggiungono quelle dei robottoni giapponesi, in una sequenza che non lascia scampo: Sailor Moon, Daitarn 3, Creamy, Magica Emy, Batman, Mila e Shiro, Mio Mini Pony, Mazinga, Calimero… Poi il colpo di scena: Cristina imbraccia una Fender e suona I Love Rock ‘n’ Roll di Joan Jett. Un fonico mi sgama mentre spio Lara Croft che flirta con Capitan America dietro al mixer: «Sai, è un ambiente particolare, questo», mi dice, come a volersi giustificare.

All’1.20 Cristina concede l’ultimo bis e torna in camerino, dove per un’altra ora darà udienza ai membri del fan club. La saluto e faccio per uscire buttando l’occhio al palco, dove i cosplayer stanno twerkando come pazzi. Sono volgari e non sanno ballare. Me ne vado con la speranza che il gin tonic omaggio gli vada di traverso.

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di luglio-agosto.
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