Chilly Gonzales vuole farti sentire a tuo agio

Ecco perché non si fa problemi a presentarsi sul palco in vestaglia e ciabatte. Non ha senso perdersi in formalità, contano solo le emozioni
Chilly Gonzales. Foto di Alexandre Isard

Chilly Gonzales. Foto di Alexandre Isard


C’è un motivo preciso se Chilly Gonzales si presenta sul palco in vestaglia e ciabatte. Il pianista canadese, nato Jason Beck, vuole tenersi lontano in ogni modo dalla sterile formalità del concerto pianistico nel senso più classico del termine. In più, se ci metti il rap, l’elettronica e pure delle gag comiche con il pubblico, ti accorgi che nulla dei suoi live è più lontano da uno stuolo di gente che applaude distratta la performance di un pianista insaccato dentro un frac.

Chi c’era a maggio alla serata inaugurale di Piano City Milano se lo ricorda, ma per chiunque non fosse lì (o per chi come me è semplicemente fan) la buona notizia è che lo scapestrato gentlemen con la passione per Drake tornerà in Italia a novembre. Il 10 novembre al Conservatorio di Milano per la rassegna di JazzMi e il giorno dopo all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Stavolta però Gonzo non sarà da solo, ma sarà sostenuto da un quartetto d’archi che fra una cover dei Beatles e una di Stravinski dovrà anche reggere il ritmo di uno straripante talento da entertainer. E pure comico.

Dovrei chiamarti Jason o Chilly?
Guarda, come preferisci tu.

Bene, allora Chilly. Ti è mai capitato di leggere la tua pagina Wikipedia? È delirante. Dice che sei conosciuto perlopiù come MC e artista electro. Solo dopo dice sei “anche un pianista”.
Fantastico. Ecco un’altro motivo per non credere mai a Wikipedia. Direi che oggi ormai le cose sono l’opposto di ciò che è scritto.

Direi.
Sono un pianista. OK, chi mi conosce e mi segue dagli inizi sa bene che c’è un lato di me che gioca spesso con il rap e l’elettronica. Però, ecco, mi vedo proprio come un tizio che suona il piano.

Ti è mai capitato di ricevere frecciatine o critiche dai puristi della classica?
Beh, se devo essere sincero non mi sento di appartenere granché a quel mondo. Ho preso in prestito un bel po’ di estetica dalla musica classica. Molti colori che mi interessano, parlando di accordi e armonie, provengono dalla classica ma non li uso in maniera classica. Faccio pezzi corti e accattivanti, che è poi l’essenza della musica pop. Non ho davvero mai cercato di impressionare l’ambiente classico. Anche perché non sono propriamente le persone che vorrei fra il mio pubblico. La mia musica è per tutti. Mettiamola così: per tutta la vita ho cercato una connessione fra la gente della mia età e quella più giovane. Sono un uomo del mio secolo, mentre la classica non ne fa parte. È il passato e ormai esiste in una dimensione museale. Non è un male, eh, perché a me piace andare nei musei, così come ascoltare la classica. Però non la considero musica di oggi, la ascolto diversamente rispetto a un disco dei Beach House o il nuovo mixtape di un rapper. Non voglio di certo che uscita da un mio concerto la gente cominci ad ascoltare Domenico Scarlatti, non è il mio scopo. Mi piace solo giocare con l’immagine della classica. Adoro i vecchi compositori e i busti di marmo a loro dedicati. Mi piace l’idea del genio musicale, che pian piano coi secoli è coincisa con la figura di Beethoven.

Vorresti anche tu un busto di marmo con la tua immagine?
Ovviamente esiste già.

Davvero?
Certo. Voglio dire, viviamo nell’epoca delle stampanti 3D, man. Basta farti scannerizzare la faccia. Ne ho proprio una sul mio piano.

No! Così siamo capaci tutti. Io dico proprio una statua in marmo fatta da uno scultore.
Beh, allora non ce l’ho. Non ancora! Sarebbe un regalo perfetto. Comunque, in breve: non ho nulla contro la classica né sto cercando la sua approvazione. Sto solo cercando un pubblico, che spero sia composto da persone che ascoltano la musica di oggi. E ti dirò di più. Sono molto fortunato ad avere anche molti apprezzatori dalla classica, cosa che mi dà anche la possibilità di suonare in posti bellissimi. In Germania suono spesso in una Sala Filarmonica, mentre a Milano suonerò nel Conservatorio.

Chiaro, ma la mia domanda era più su un piano pratico. Nel senso che suoni e maltratti uno Steinway & Sons da 100mila euro con pezzi rap e disco.
Certo, perché credo che l’essenza di un genere musicale non è limitata allo strumento in sé. Puoi tranquillamente creare il feeling di uno strumento elettronico senza usarlo, così come puoi fare rap senza un campionatore MPC. Ogni genere si può tradurre per vari strumenti, anche “impropri”. Molto spesso la gente mi chiede: “Combini mai l’elettronica col tuo piano sul palco?” E io rispondo che non c’è bisogno di combinare gli strumenti. Se suono il piano in un modo tale da far immediatamente pensare all’elettronica, allora ho dato una dimostrazione ancora più forte di ciò che è la musica.

Quanto senti tuo il rap da uno a dieci?
Dieci. Ascolto una valanga di rapper e di mixtape. Ultimamente mi piace molto la nuova scena di Atlanta, come Lil Yachty, i Migos, Young Thug. Ma anche quelli un po’ più vecchi tipo Rick Ross e T.I. Mi tengo sempre aggiornato perché è un genere che si evolve in fretta, un aspetto che mi piace molto.

Hai anche già collaborato con un rapper, giusto?
Sì, tre volte con Drake. Ora come ora ho altre cinque o sei collaborazioni aperte con altri rapper. Dovrai aspettare di vederle su un qualche album, però. Non ti posso dire nulla. Sono costantemente in contatto con artisti rap che ascoltano la mia musica.

Mi ha colpito molto una cosa che hai detto nell’ultimo live a Piano City Milano. Aveva a che fare con il fatto che, secondo te, la musica dovrebbe essere facile e piacevole come il sesso. Mentre quella dei virtuosi somiglia tanto a farsi le seghe. Me la spieghi meglio?
Credo solo che se devi salire sul palco dovrebbe essere per il giusto motivo. Per me il giusto motivo è che vuoi davvero avere un bel momento con qualcuno, non puoi fare la stessa identica cosa tutte le volte. C’è un pubblico, che per me è come un partner sessuale. Che sia uomo o donna non importa, devi essere presente, devi essere originale e soprattutto devi ascoltare il partner per trovare un’intesa, un terreno comune. Come nel sesso. Ogni concerto quindi è anche un’opportunità che ho per trovare la chiave per smuovere qualcosa nel pubblico. Piano City è un ottimo esempio perché c’era tantissima gente, era all’esterno, quindi non era il posto perfetto per concentrarti. Tantissime persone, che parlavano anche e che erano molte di più di quelle a cui sono abituato. Di solito, in Canada, Germania o Francia—i posti dove suono di più—suono davanti a mille, duemila persone. Lì ce n’erano almeno il doppio. Il che è un bene, perché la cosa è stimolante. Bisogna tenere alta la loro attenzione, parlare e ed essere un buon entertainer. Di solito riesco a trovare questo feeling con il pubblico, a volte no e può essere frustrante. Per me è l’unico modo di essere un musicista. Se ti fai le seghe invece non hai bisogno di capire il partner.

Oh, bene. Perché temevo fosse solo una gag.
No, anzi. È un’ottima analogia.

Tu però hai un passato da virtuoso jazz.
Già, io credo di aver imparato troppo tardi che cosa sia davvero la musica. Alcuni musicisti lo capiscono subito, invece io sono stato rapito fin da giovane in un vortice intellettualoide che soprattutto aveva a che fare col mio ego. Come se dovessi dimostrare alla gente che sono un ottimo musicista. La verità è che alla persona media non frega nulla di quanto sia dotato il musicista, vuole solo provare qualcosa. Lo puoi fare coi virtuosismi oppure lo puoi fare suonando in modo semplice, possono funzionare entrambi.

Beh, in fondo ce le siamo fatte tutti le seghe da giovani.
Esatto. A un certo punto ti rendi conto che o stabilisci un contatto con le persone, oppure te ne puoi stare a casa a fare gli album. Se prendo gli aerei, faccio i soundcheck e scazzi vari, è proprio perché ho un obbiettivo: stabilire una connessione, creare un istante. Voglio sentire qualcosa, mi frega poco di quanto abbia studiato il musicista. L’ho capito tardi, dopo i 25 anni.

Salirai sul palco in vestaglia e ciabatte anche al Conservatorio di Milano?
Ma ovvio! Non ho mai fatto un concerto senza. Quando ho cominciato a farlo è stato istintivo, non è stato frutto di nessuna idea brillante. Ora che lo faccio da 10 anni credo credo che abbia a che fare con il desiderio di creare un clima più intimo con il pubblico. Voglio essere diverso dagli altri pianisti, vestiti con quei sontuosi, formali abiti da sera neri. O ancora peggio, neri e neutrali. Sai, alla fine mi approccio alla mia carriera proprio come un rapper. E i rapper sono esuberanti, un po’ teatrali ma pur sempre eccentrici, grandiosi. Ecco il perché della vestaglia e ciabatte. Ed è anche un modo per dire: “Siamo tutti nel mio salotto.” Vestirmi così anche un modo per mancare un pochino di rispetto. Solo un po’. Perché solo così riesci a rompere i prevedibilissimi preconcetti che la gente ha sui musicisti, specie i pianisti. La gente rispetta troppo i musicisti.

C’è qualcosa di profondamente punk in questa cosa, e più in generale in te.
È vero. Ed è questo leggero retrogusto di non rispetto a essere la parte più importante della mia arte.

Al Conservatorio ti accompagnerà un quartetto d’archi, il Kaiser Quartett: cambierà qualcosa rispetto allo show di Piano City?
Sicuramente ci saranno molti degli elementi della mia esibizione da solista. Cioè parti di profonda introspezione musicale, poi pezzi tratti dai miei album elettronici e rap e ovviamente un po’ di “lezione” musicale per neofiti corredata di umorismo e gag irrispettose—spero sempre in un’ispirazione sul momento. È ovvio che insieme agli archi può diventare tutto molto più selvaggio e le emozioni pure più coinvolgenti potendo mostrare la storia evolutiva dei quartetti nella musica moderna. Mi piace chiamarli “i campionatori più costosi della Storia” perché detengono al loro interno la storia della musica per archi. Quindi posso maltrattarlo un po’ dicendo: “OK, adesso facciamo qualcosa tipo Stravinsky, ora qualcosa che giochi con il tema del violino, ora invece posso trasformare il quartetto in una drum machine. E poi, come posso rappare sulla base che stanno suonando quattro archi?” Ho molte più possibilità ed elementi di quanti ne abbia già normalmente. Poi, ovvio, il Kaiser Quartett si presta molto agli scherzi. Sanno che da un momento all’altro posso metterli in difficoltà davanti al pubblico. Insomma, ci divertiamo.

“Il campionatore più costoso della Storia” è davvero una bella definizione per un quartetto d’archi. Ma quanto puoi dirti ironico quando definisci te stesso un “genio musicale”?
Onestamente, non saprei rispondere. Ma perché nemmeno io lo so. Quando ho iniziato a usare quella definizione per me stesso sentivo che avrebbe potuto provocare le persone. È decisamente un’esagerazione. Non posso dire se sono un genio musicale e non lo faccio per essere carino. Genio però è un’etichetta che ti possono dare solo gli altri. Volevo solo vedere cosa sarebbe successo se avessi infranto questa regola. Essere Chilly Gonzales per me è un modo per vivere fantasie che altrimenti non vivrei mai nella vita reale. Ecco perché la gente adora Prince, David Bowie, Björk e la maggior parte dei rapper. Vivono le loro fantasie e lo fanno in modo eccentrico. Sono più grandi della vita stessa ma al contempo li sentiamo nostri, perché ci hanno lasciato entrare nel loro mondo dei sogni. Io faccio lo stesso quando dico che sono un genio musicale, ti sto lasciando entrare. C’è molta più intimità se si è sinceri.

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