Charlotte Gainsbourg: restare o volare via

Con l'aiuto di Paul McCartney e dei Daft Punk, l’artista ha cercato di superare il dolore e il confronto con il padre Serge. Perché lei è molto di più della Nymphomaniac di Lars Von Trier
COLLIER SHORR

COLLIER SHORR


Avrebbe voluto volare via parecchie volte, Charlotte Gainsbourg. Spiccare il salto e sparire, lontano dall’eterna, asfissiante ombra del padre Serge—quando le chiedi di lui, cominciano i gesti nervosi come spostare la teiera da un capo all’altro del tavolo. Avrebbe voluto volare via dai privilegi e dalle attenzioni di una vita che non ha mai chiesto; e ora pure dal lutto, che l’ha colpita all’improvviso, ancora una volta da vicinissimo. Proprio mentre stava abbozzando il suo quinto album, l’attrice e cantante anglo-parigina ha ricevuto la chiamata che le comunicava la morte della sorella, Kate Berry. Ma forse è stata proprio la violenza di un evento tragico a convincere Charlotte a compiere il passo che non ha mai avuto il coraggio di fare, per colpa di quel cognome ingombrante: scrivere canzoni in francese. Ed è un peccato che abbia cominciato a 46 anni, e non a 16. Rest è una piccola perla french electro, a cui, tra gli altri, hanno collaborato SebastiAn, Guy-Man dei Daft Punk e pure Paul McCartney, e dove Charlotte dimostra ancora una volta che c’è molto oltre l’attrice protagonista di Nymphomaniac di Von Trier. C’è una grande autrice, capace di scrivere versi struggenti, capaci di mostrarti in poche parole come affrontare anche la più grave delle perdite. “M’envoler/ T’embracer/ Te Toucher/ M’accepter/ T’oublier” (Prendere il volo/ abbracciarti/ toccarti/ accettarmi/ dimenticarti)”.

Ti stai godendo il peggior giorno nella vita di un artista?
Parli del press day? (Ride) Direi che nella vita c’è di peggio, dai. Sto bene.

Tempo di cambiamenti per te. Nuovo disco, nuovi produttori. Ti sei messa addirittura a scrivere pezzi in francese per la prima volta.
Ho già cantato in francese in passato. L’ho fatto nel primo album insieme a mio padre, e poi almeno in un pezzo in ogni disco. Però, sì, ho iniziato solo ora a scrivere.

Perché proprio ora?
Perché mi sentivo pronta. Lo desideravo davvero tanto. Sono anni che provo a scrivere in francese, ma la verità è che, prima d’ora, quello che facevo finiva sempre per non piacermi. Non era bello abbastanza. E non credo che questa volta i pezzi siano migliori: semplicemente, avevo un bisogno impellente di scrivere, di buttare tutto fuori.

Avevi bisogno di dimostrare qualcosa a te stessa?
No, non è esattamente così. Come prima cosa volevo lavorare con SebastiAn. Insieme a lui, prima di cominciare, ci siamo messi a buttare giù una lista di potenziali parolieri per il disco. Poi, però, mi sono gradualmente resa conto di voler scrivere da me i testi. Non sapevo come farlo, ma sapevo che era importante. È stato un processo lungo. Devo a Connan Mockasin il merito della spinta iniziale. Un giorno, lo ricordo bene perché è stato il primo a farlo, mi ha detto: “Dovresti scrivere, sai? Io suonerei la chitarra. Possiamo iniziare come se fosse un esercizio”. Così è stato. Dopo esserci chiusi in casa a comporre per una settimana, mi sono scoperta fiera di un mio testo, scritto su una melodia di Connan. È molto bravo.

E poi?
Poi sono tornata al lavoro con SebastiAn, perché l’idea di fondo era di fare un disco elettronico: su questo sono sempre stata sicura. Ma, quando ci riamo rivisti per fargli sentire i pezzi scritti con Connan, non mi è sembrato del tutto convinto. Non ha detto che fossero brutti, ma non ha nemmeno mostrato segni di apprezzamento. Questa cosa un po’ mi ha scoraggiato, ha fatto sì che passasse ancora del tempo prima che tornassi a scrivere. Ma non era niente in confronto a quello che è successo dopo.

Cosa è successo?
Dopo c’è stata la morte di mia sorella, qui a Parigi. È stato un vero trauma, perciò sono dovuta scappare a New York, per sfuggire al dolore. Tutto ciò che riuscivo a scrivere riguardava lei e solo lei. Era quasi un’ossessione, non volevo scrivere di nulla o nessuno che non fosse Kate.

Infatti le hai anche dedicato un brano all’interno dell’album.
Già, ma fidati che sul momento l’intero album rischiava di parlare solo di lei. Poi ho smesso di giudicarmi. Ho realizzato che scrivere non era solo una terapia del dolore, ma una fonte di gioia, di soddisfazione. Un processo sincero, da cui scaturiva piacere creativo.

Pensi che tuo padre sarebbe fiero di te?
Non ne sono sicura. La sua opinione mi è sempre importata per ciò che riguarda la mia vita personale, non tanto la mia arte. D’altronde cosa mai potrebbe aver detto del mio disco? Era un genio, non avrebbe mai potuto dirmi che il disco è brutto. Mia madre è dolcissima, proprio come ogni genitore dovrebbe essere. Ma spero che mio padre, sentendo il disco, avrebbe detto: “Wow, è incredibile!”

Sembra che tu ti sia divertita a giocare coi significati di parole in diverse lingue. Come Rest [in inglese “riposo”, ndr] e “Reste” [in francese “resta”, ndr].
Quello è stato il primo pezzo che ho fatto con Guy-Man (dei Daft Punk, ndr), molto prima di lavorare con SebastiAn. Non c’era ancora l’idea di fare un album, ma solo di fare qualcosa insieme, così, in un limbo. Era da tempo che volevo lavorare con lui. Un giorno mi ha chiamato per dirmi di passare in studio, perché aveva un loop da farmi sentire. Mi è piaciuto, perciò gli ho fatto sentire i miei testi e lui subito mi ha detto: “No, dobbiamo accorciare. Abbiamo bisogno di una frase di tre parole che si ripete”. Sulle prime potrà sembrare un brano naif, ma per noi è stato molto spontaneo. La frase che si ripete è “reste avec moi”, ma il “reste” ha più il significato inglese dell’eterno riposo. Ora, dato che non si tratta del tema principale – se proprio vogliamo, quella è la musica di SebastiAn – ho provato a cercare altri titoli per l’album. Ma Rest è l’unico concetto che riassumeva ciò che intendo. È la contraddizione fra “riposa in pace” e “resta con me”. Ora, sì, ho trovato un po’ più di riposo. Ma non mi sento né un paroliere, né un poeta. Sentivo il bisogno di scrivere come potevo: di tutto il resto non m’importa più.

Com’è lavorare con uno dei musicisti al contempo più famosi e più misteriosi al mondo?
Parli di Guy-Man? Oh, è una persona speciale. Ma non posso dirti di conoscerlo alla perfezione. Negli ultimi quattro anni non ho smesso un secondo di confrontarmi con lui, che pian piano è diventato un alleato, un mentore. Poi ho incontrato Thomas (Bangalter, l’altro Daft Punk, ndr), e ho capito perché loro sono un duo, perché funzionano così bene insieme.

Mmmh, spiegati meglio.
Non posso. Ai Daft Punk non piace molto che si parli della loro sfera personale.

Capisco. Parliamo di film. Ne hai fatti quasi una cinquantina, mentre di album solo cinque. Cosa rispondi a chi ti considera soltanto un’attrice?
Sono anche un’attrice, ma non preferisco i film agli album. Nel cinema sono un’interprete, quindi potrei fare un film ogni due mesi se solo volessi, ma non mi interessa. È più facile preparare una parte, per quanto complessa. Hai meno responsabilità, meno lavoro. Se fossi regista, invece, dovrei lavorare alla sceneggiatura, girare, montare le scene. Per un lungometraggio mi ci vorrebbero 4 o 5 anni, come succede per un disco. Devo scriverlo, registrarlo, mixarlo e, soprattutto, esserne soddisfatta. Nella musica sono io che decido.

Già, ma come mai ci sono vent’anni fra il primo e il secondo album? Uno è del 1986, l’altro del 2006.
Quella è tutta un’altra storia. Ho fatto il mio primo album insieme a mio padre, avevo 16 anni. Quando è morto, ne avevo 19. All’epoca ho seriamente pensato che non avrei più fatto musica. Ci sono voluti vent’anni per capire che volevo continuare, ma avevo bisogno di collaboratori per farlo. Mi piace lavorare con altri artisti, non voglio nemmeno considerare l’idea di fare tutto da sola.

Scegli i collaboratori solo tra gli amici?
Le collaborazioni sono sempre frutto di una coincidenza, molto spesso pure bizzarra. Tranne nel caso di SebastiAn. Sapevo benissimo che, per arrivare al risultato che avevo in mente, un disco elettronico, dovevo necessariamente rivolgermi a lui. Ma con tutti gli altri è stato un puro caso. Con gli Air, che hanno prodotto il secondo album, ci siamo beccati per caso a un concerto dei Radiohead. Mi hanno detto: “Ci è capitato di mettere sopra un nostro pezzo la tua voce tratta da un film. Suonava bene. Dovremmo vederci in studio”. Beck invece l’ho incontrato nello studio di Nigel Godrich, il produttore dei Radiohead. Ora che ci penso, c’entrano sempre i Radiohead, in qualche modo.

C’entrano anche con Paul McCartney?
No, è stato uno dei pochi ai quali ho chiesto un incontro. Non sapevo come sarebbe finita, né se avrebbe accettato di fare una canzone insieme. Fatto sta che ha voluto incontrarmi per un pranzo a Londra. Ci siamo visti nel ristorante di un hotel. Lo ricorderò come uno dei pasti più piacevoli della mia vita. Ero incinta, quindi abbiamo parlato pochissimo di musica, e tanto di bambini. Mi interessava vedere da vicino il suo metodo di scrittura dei brani, quindi a un certo punto ho tagliato corto, e gli ho chiesto: “Per favore, se hai per caso un brano pronto che non ti piace, potresti pensare a me?”. Qualche settimana dopo mi ha mandato una demo cantata da lui, con il testo in allegato. È molto diversa da come è adesso. Sapevo solo che non potevo farmi inviare un pezzo da Paul McCartney e poi rifiutarlo, perché non mi convinceva. Così ho chiamato SebastiAn e ci abbiamo lavorato su, distruggendo il brano e facendolo più nostro.

E Paul come ha reagito?
Gliel’abbiamo mandato, con il timore che potesse scandalizzarlo. Io nel pezzo canto in maniera decisamente strana, un po’ urlando e un po’ parlando. Be’, l’ha amato! Era a New York quando gliel’abbiamo inviato, e da lì ci ha raggiunto in studio, per registrare ancora qualche strumento. Così è nata Songbird in a Cage.

Secondo te chi è l’usignolo in gabbia nel titolo?
Non l’ho mai chiesto a Paul. Non so nemmeno se sia una canzone scritta un anno fa, oppure negli anni Sessanta. Sono già timida di mio, ma quando c’è di mezzo lui lo sono ancora di più.