Boyband a chi? I 5 Seconds of Summer arrivano in Italia

Rolling Stone ha incontrato i nuovi idoli delle ragazzine durante la preparazione del tour, in arrivo il 13 maggio a Verona e il 14 a Roma – subito tutto esaurito
5SOS - Foto Martin Schoeller per Rolling Stone

5SOS - Foto Martin Schoeller per Rolling Stone


Macchie di vino sulle assi del pavimento intorno alla piscina che si affaccia sullo Chateau des Fleurs, una villa da 100 milioni di dollari che è in vendita da quando è stata costruita, e l’Oceano Pacifico sullo sfondo. Il camino è circondato da bottiglie vuote.

«Dovrebbero svegliarsi a momenti», mi dice Zoe, l’assistente inglese della band, leggendo un libro mentre aspetta. Prova anche a mandare dei messaggi ai ragazzi, per non dover bussare alla porta delle loro camere. Non risponde nessuno. Alla fine, il frontman rubacuori della band, Luke Hemmings, scende in cucina ancora sfatto, con addosso solo una t-shirt e un paio di boxer neri. Il suo ciuffo di capelli biondi da folletto, che ha ispirato una certa quantità di tutorial su YouTube, è un vero disastro. Hemmings spalma avocado su una fetta di pane tostato. «Scusa se mi faccio vedere così in mutande, non mi sono ancora ripreso», dice, prima di trascinarsi di nuovo verso la sua camera” Rolling Stone è stato con i 5SOS nella villa più figa della California, dove se la sono spassata alla grande. In vista di un tour che arriva anche da noi. Li aspettiamo il 13 maggio a Verona e il 14 a Roma per due date già sold-out.

I 5SOS sono Luke Hemmings, Michael Clifford, Calum Hood e Ashton Irwin - Foto Martin Schoeller per Rolling Stone

I 5SOS sono Luke Hemmings, Michael Clifford, Calum Hood e Ashton Irwin – Foto Martin Schoeller per Rolling Stone

Li incontriamo il giorno dopo l’esibizione agli American Music Awards: «Una schifezza, era pieno di gente fasulla», dice Clifford. Anche Hemmings si lamenta: «Solo personaggi da Vine e celebrità di Internet. Una cosa che mi fa incazzare. Mi viene da dire: “Ma perché siete qui?». Dopo lo show, Clifford e Hemmings sono andati al party del loro amico Nick Jonas e poi si sono imbucati in quello di Justin Bieber nel loro locale preferito, il Nice Guy. Non hanno parlato con Bieber: «Credo che ci odi», dice Clifford. Si sono divertiti comunque: «Un bel casino, gente che ballava sui tavoli e cose del genere. Forse non dovrei dirlo, ma la musica della serata era il suo cd, che è andato in loop per due, forse tre ore». Clifford ha finito la serata a Beverly Hills nella casa di The Weeknd, dove c’era un party così esclusivo che un buttafuori era dedicato solo a sorvegliare la piscina. È passato anche il batterista della band, Ashton Irwin, il più grande e forse il più responsabile di tutti, ma se n’è andato presto, dopo essersi ritrovato schiacciato contro un muro da Diddy e la sua crew che si facevano largo.

Le urla dei fan sono una cosa stressante, ma anche bellissima

Oggi i 5SOS sono probabilmente la band più sexy del mondo. Fino a qualche anno fa erano compagni di classe in un quartiere residenziale di Sidney che postavano su YouTube video delle loro cover di Justin Bieber e Bruno Mars, poi hanno attaccato gli strumenti all’amplificatore, hanno scelto un look un po’ più punk e nel 2013 sono partiti con gli One Direction per un tour di 63 date. Ora sono diventati la prima band della storia ad aver debuttato al n. 1 in classifica in America con i loro primi due album. Un viaggio epico lungo quattro anni immortalato in How Did We End Up Here?, il documentario che ripercorre la loro ascesa dal web a Wembley. Ogni cosa che postano viene ritwittata a velocità vertiginosa dalle loro fan adolescenti (circa 13mila retweet al minuto), sono al primo posto della classifiche di Tumblr e sono anche il soggetto di una serie di fiction create dai fan, che comprendono anche scene di bondage e travestimento. «Non leggo quelle cose», mi dice Hood, «mi fanno paura». A Las Vegas, un gruppo di 60 ragazze sono state arrestate mentre cercavano di entrare a un concerto dei 5SOS passando dall’impianto di areazione. «Le urla dei fan sono una cosa stressante, ma anche bellissima», dice Irwin.

C’è solo una domanda che li fa incazzare: Siete una boy band? «Il 75% della nostra vita è dedicata a dimostrare che siamo una vera band», dice Irwin, «stiamo diventando bravi. Non vogliamo essere solo un gruppo per ragazzine, vogliamo suonare per tutti. Questa è la nostra missione. Se ci sono riusciti i Beatles, i Rolling Stones e tutti gli altri allora possiamo farlo anche noi».

Dal febbraio dello scorso anno i 5SOS sono stati in giro per il mondo almeno fino alla fine dell’anno. Nell’intervista completa contenuta su Rolling Stone di maggio i quattro raccontano anche dei periodi passati chiusi in casa a giocare a Call of Duty – in particolare Clifford – e degli eccessi durante le feste sul tour bus. Nel 2014 è comparso in Rete un video che Hood ha mandato via Snapchat a una ragazza, in cui si riprende mentre si guarda allo specchio mostrando il pene. Un video che gli ha fatto pubblicità: «Ora devo pensare al sex tape, ovviamente. Ci sto lavorando, pensavo di chiamare Pamela».

«Metti quattro ragazzi in un tour bus, li fai suonare prima nei posti piccoli e poi nelle arene e stai certo che ci sarà un sacco di sesso. Ci siamo divertiti», racconta Hemmings della vita on the road. Anche con più di una ragazza a sera? «Non posso dirlo», sorride. «Il punto è che ci sono ragazze che a scuola non mi avrebbero neanche guardato che vengono da me, mi dicono delle cose, mi passano il loro numero», dice Hood. «La mia reazione è: “Cazzo, sì!”. Sono diventato un po’ più temerario».

La pecora nera dei 5SOS è Clifford. Lo è da sempre, da quando Irwin doveva andare a svegliarlo a casa per portarlo alle prove. È inaffidabile e il più incline a creare casini: a giugno, alla Wembley Arena, è finito in mezzo a un fuoco pirotecnico, i suoi capelli e la maglietta si sono incendiati e ha cominciato a rotolarsi sul palco. Ad Amsterdam ha toccato «il punto di non ritorno», ha telefonato al nuovo manager, Matt Emsel, e gli ha detto: «Non ce la faccio più, torno a casa. Sparisco per un mese o due». I fan hanno cominciato a incoraggiarlo su Twitter con l’hashtag #WeLoveYouMichael. «Sono diventato una specie di portavoce della salute mentale, capisci?». E non gli piace.
Quello che lo protegge di più è Irwin, preoccupato che i problemi del suo chitarrista «non diventino una stronzata in mano al marketing». Secondo Wilkinson, Irwing è così pronto ad aiutare il suo amico perché ha avuto un’infanzia difficile. Suo padre se n’è andato quando aveva 2 anni, lui ha aiutato la madre a crescere fratello e sorella, nati da un altro padre. Irwin è l’unico ad aver finito il college prima di partire per l’Inghilterra.

Non mancano i contrasti con Clifford, soprattutto sulla direzione artistica da prendere: «A volte mi dico: “Cazzo, perché litighiamo così tanto?”», dice. Lui tende a scrivere pezzi dark e duri come Jet Black Heart, Irwin è più commerciale. «Mi preoccupo per la mia band, lo faccio davvero», dice Irwin, «ogni tanto qualcuno avrà il cuore spezzato o sarà un po’ depresso o esagererà con le feste. Io voglio che riescano ad andare avanti, dobbiamo far funzionare questa cosa». Per ora sta funzionando.

Questa intervista è stata pubblicata in versione integrale su Rolling Stone di maggio, in edicola.
Potete leggere l’edizione digitale della rivista,
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