Bono: «Siamo ancora la miglior band del mondo»

Il frontman degli U2 fa il punto della situazione sulla sua band, sulla musica di oggi e su cosa ha imparato dall’essere quasi morto

U2, foto di Anton Corbijn


Un estratto dall’intervista di Bono Vox a Jann Wenner, troverete l’intervista completa sul numero di Rolling Stone in edicola a febbraio

Nel 1985, poco dopo l’irruzione degli U2 in America, Rolling Stone li elesse “band degli anni Ottanta”. Nel corso di trent’anni e sedici copertine, il magazine ha instaurato una relazione profonda con gli U2. Il nuovo album della band, Songs of Experience, è salito in cima alle classifiche a inizio dicembre, facendo degli U2 un gruppo con un album in prima posizione in ogni decennio a partire dagli anni Ottanta.

Intervistai per la prima volta Bono nel 2005, quando parlammo per dieci ore spalmate su un lungo weekend in Cancún, Messico, dando inizio ad un intimo dialogo sul rock & roll, sulla giustizia sociale, sulla fede e sulla finalità dell’arte. Quest’intervista ricomincia dove quell’altra aveva lasciato, sebbene questa volta la posta in palio sia molto più alta. L’elezione di Donald Trump e un’ondata crescente di fascismo in Europa ha scosso Bono, così come un’esperienza di pre-morte occorsagli durante la realizzazione di Songs of Experience. Mentre gli risulta ancora difficile parlare della sua “estinzione”, come la chiama lui, Bono si è aperto rispetto all’effetto profondo di quell’episodio sia sulla propria vita che sul nuovo album.

Abbiamo portato a termine l’intervista nel corso di due sessioni intorno al tavolo della cucina nel mio appartamento di New York, dietro l’angolo dell’abitazione newyorkese di Bono stesso. Di persona, Bono è cordiale, intrigante e ponderato, anche quando si discute di argomenti difficili. Ciò che traspare più di tutto è la sua ambizione, che brilla più lucente che mai. Gli U2 rimangono affamati – verso nuovi approcci al songwriting, il trovare il proprio posto nell’epoca dello streaming, e un nuovo tour nei piani per la primavera. Bono continua a riversare la sua energia in cause globali, incontrando capi delle nazioni e lavorando per conto della sua ONE Campaign, che lotta contro l’estrema povertà. È la più rara delle rock star – un artista e un attivista in pari misura. Come sempre, resta un ottimista – e uno dei più grandi chiacchieroni del rock, pieno di saggezza e candore e poesia.

Foto di Anton Corbijn

Le classifiche oggi sono dominate da artisti più giovani. Quasi tutto nella Top 40 è hip-hop o pop. Il rock non è più al centro della nostra cultura. Dove vanno a collocarsi gli U2 in questo nuovo mondo?
Le regole sono un po’ cambiate. Ora lo streaming si basa sul modello della pubblicità. E questo è molto, molto giovane e molto, molto pop. È dominato dalla frequenza delle riproduzioni, ma non è una misura vera e propria del peso di un artisti. Quando ti sposti da un modello basato sulla pubblicità a un modello di sottoscrizione, una cosa curiosa accade. L’artista che ti fa sottoscrivere l’abbonamento ha più valore.

Quello per cui paghi?
Quello per cui paghi. Se sei un teenager e stai ascoltando questo o quell’artista pop, lo stai ascoltando probabilmente cento volte al giorno. È una cotta adolescenziale, ma in un anno non ti importerà più. Ma per gli artisti che hanno una connessione con te e la tua vita, tu paghi la sottoscrizione. Infatti, saremo testimoni di una rivoluzione nel modo in cui gli artisti e i loro fan interagiscono. Chance The Rapper, che ha un’anima meravigliosa e un cervello altrettanto valido, non è sotto contratto. Ce la sta facendo da solo, e ha un successo tale da potersi permettere di donare un milione di dollari al sistema scolastico di Chicago.

Ma se la tua musica è su Apple o Spotify, puoi parlare direttamente alle persone. Ciò di cui hai bisogno da parte di un’etichetta sono buoni consigli e, insomma, aiuto sul come gestire la tua band o il tuo brand o l’artwork e i video e tutta quella roba. Questo è davvero un periodo di transizione. È stato molto ostile per un sacco di artisti. Sapevo Spotify avrebbe fatto breccia, ma molti miei amici erano arrabbiati per avermi dato credito, perché dicevano “Avremo solo micropagamenti”. Dissi che le cose sarebbero cambiate una volta raggiunta una certa portata, e che ci sarebbe voluto un po’. Sarà fastidioso; non è un bel momento per essere Cole Porter.

Spotify sta iniziando a pagare?
Come arriva ad una certa portata… Se le etichette non distribuiscono quello che ricevono da Spotify, gli artisti bypasseranno le etichette e andranno direttamente da Spotify o Apple.

E quindi nell’ecologia di tutto questo, voi dove vi collocate?
Noi abbiamo regalato il nostro ultimo album; o meglio, Apple l’ha regalato. E molto generosamente, direi. Ma l’album prima di quello, No Line on the Horizon, era molto adulto, non sulla demografica interessata allo streaming. Perciò andremo in quella direzione ora. Non abbiamo ancora iniziato, in realtà.

Quindi pensi che la musica che state realizzando ora sia più affine allo streaming?
Sì. È così, così interessante, comunque. Siamo tornati indietro agli anni Cinquanta, dove il focus è sulle canzoni invece che sugli album. Gli U2 fanno album, quindi come sopravviviamo? Facendo canzoni migliori. E avendo, spero, l’umiltà di accettare che abbiamo bisogno di riscoprire il songwriting, che è un motivo per cui Edge e io ci siamo interessati a Turn Off the Dark, il musical di Spider-Man, per saperne di più di teatro musicale, l’aspetto del songwriting per così dire Rodgers e Hammerstein – un sacco di canti americani provengono dai musical. Abbiamo iniziato ad interessarci di quello che potresti chiamare songwriting formale.

Chiedemmo a Paul McCartney “Dove prendevi tutti quegli accordi incredibili delle canzoni dei Beatles?” E lui disse “Beh, sai, eravamo un gruppo rock & roll, ma per ottenere buoni ingaggi dovevamo suonare ai matrimoni. Cioè, matrimoni eleganti. Dovevamo imparare Gershwin, tutta quella roba”. E io, “No, non lo sapevo”. E Paul disse “Oh, sì, ottenemmo ingaggi che pagavano di più”. E io feci “Ah!”, fu come se prendessi un appunto per me stesso e per Edge tipo “interessiamoci ai musical. Pensiamoci”.

Direi che a metà di Songs of Innocence, iniziammo davvero a pensare in maniera diversa riguardo al songwriting, ad essere più formali. E ora queste nuove canzoni hanno melodie che puoi sentire aldilà della strada, dietro l’angolo. Quando sono buone, puoi sentirle attraverso i muri.

Foto di Anton Corbijn

Come scopri nuova musica?
La band ascolta sempre musica, e io ho i miei figli. Jordan è uno snob, un indie snob. Eve ama l’hip-hop. Elijah è in una band, e ha sentimenti molto forti per la musica, ma non fa alcuna distinzione, per dire, tra gli Who e i Killers o tra Nirvana e Royal Blood. Non è una questione generazionale per lui. È una questione di suono e di quello che sta vivendo. Crede che una rivoluzione del rock & roll sia dietro l’angolo.

Tu ci credi?
Penso che la musica sia diventata molto femminile. E questo ha buoni risvolti, ma l’hip-hop è l’unico posto per la rabbia dei giovani maschi al momento – e questo non è buono. Quando avevo sedici anni, avevo un sacco di rabbia. Bisogna trovare un posto per la rabbia e per le chitarre, che sia con una drum machine – non mi interessa. Nel momento in cui si inizia a preservare qualcosa, quella è la sua fine. Puoi metterla in formaldeide a quel punto. In fin dei conti, cos’è il rock & roll? Il nucleo di tutto è la rabbia. Il grande rock & roll tende ad avercela, il che spiega come gli Who fossero una band così forte. O i Pearl Jam. Eddie ha quella rabbia.

E quindi pensi che ci sia ancora spazio…
Tornerà.

Sei d’accordo con Eli?
La sua prospettiva era, se la rivoluzione del rock & roll non avviene, la inizieremo noi.

Chi pensi sia il pubblico degli U2? Un paio di anni fa, dicevi che dovevi uscire e conquistare un pubblico nuovo, più giovane, andare in tour nei college, reinventarti.
L’esperimento con Apple ha davvero aiutato in quel senso. Larry [Mullen Jr.] era stato molto scettico a riguardo. Ma poi disse “Guarda, io sono sul mio trespolo [durante i concerti]. Riesco a vedere ciò che tu non puoi vedere, e vedo che il pubblico è più giovane”. Gli chiesi come sapesse che c’entrasse con l’esperimento con la Apple. Disse “Beh, perché non conoscono le parole di Beautiful Day, ma sanno quelle di Every Breaking Wave”. E ora con quest’album siamo alla radio – è strepitoso. Non riesco a pensare ad altri artisti di cinquant’anni che siano in radio. Sulla radio mainstream. Riesci a pensare a qualcuno?

No. Né Bruce né gli Stones…
Sai quella canzone che Bruce scrisse, Girls in Their Summer Clothes [del 2007]? Ho sentito quella canzone e ho detto “Questo pezzo dovrebbe essere passato in radio, perché non è dappertutto in radio?” Parlai con qualcuno recentemente, un fan di Bruce, chiedendogli “Conosci questa canzone? È la canzone sull’invecchiare più acuta che esista. È una canzone di esperienza, in realtà”. E mi disse “No, non la conosco”. Così queste canzoni possono scivolare nelle crepe della cultura. Ecco perché gli U2 cercano di vendere il proprio prodotto come facemmo per il nostro primo album.

Come misurerai il successo di Songs of Experience?
Mi piacerebbe che avesse canzoni famose, così che quando le suoniamo dal vivo la gente non dica “Cos’è questo? Dovremmo andare in bagno ora?”

Quali pezzi pensi diventeranno famosi?
Sono convinto che You’re the Best Thing About Me sarà uno di quelli. Penso che Get Out of Your Own Way sarà uno di quelli. Il più grande di tutti potrebbe essere Love Is Bigger Than Anything in Its Way, ma può darsi che è solo ciò che le radio ci stanno dicendo. Potrebbe essere qualcosa come The Showman, qualcosa di inaspettato oppure Red Flag Day, Summer of Love… insomma, non lo so.

Qual è la parte più difficile dell’essere gli U2 in questo momento, nel 2017?
Ottenere consenso.

Per esempio?
Alcune persone, in un modo molto sensato pensano “Perché vuoi fare tutto questo? Perché vuoi le nostre canzoni alla radio?”. E io dico che, se crediamo nelle nostre canzoni, dobbiamo usare qualsiasi mezzo in nostro possesso per raggiungere le persone. Non abbiamo bisogno di farlo per i soldi. Non abbiamo bisogno di farlo per nulla. E, ovviamente, la nostra band potrebbe andare in tour per il resto della vita solo con quello che abbiamo. Chiedo agli altri di spendere un sacco di energia nel registrare queste nuove canzoni e poi vendere il nostro prodotto, mettere tutto sul tavolo, come facevamo quando eravamo ragazzi. Solo che ora non siamo ragazzi.

Foto di Anton Corbijn

Quindi c’è un po’ un dilemma esistenziale in relazione alla tua ambizione, che è viva come sempre.
Sento un dovere nei confronti delle canzoni. Se vai così avanti, devi arrivare fino in fondo. E non so se questo può durare per sempre. Ma, wow, ora abbiamo le canzoni. Venendo qui in macchina, su una stazione abbiamo sentito You’re the Best Thing About Me. Su un’altra stazione chiamata Wave, ho sentito Bullet the Blue Sky… Un bel giro… di circa trent’anni.

Cosa pensa dei nuovi pezzi il resto della band?
Direi che Edge sembra uno che vuole essere nella band più che mai. Di sicuro più focalizzato su di essa. Penso che gli ultimi due album gli abbiano ricordato che i punti di forza degli U2 – oltre alle atmosfere e all’innovazione e a tutta quella roba che lui adora – sono grandi melodie e pensieri chiari. È così che ci siamo messi all’opera. La melodia della strofa di The Best Thing è stato un ritorno alla forma per lui. Io lo chiamo punk Motown, ma io sono il punk e lui è assolutamente il Motown.

Adam [Clayton] sta amalgamando periodi più vecchi a nuove epoche come un artista postmoderno. È il nostro postino postmoderno. Warhol iniziò quel tipo di sampling; la vedeva così. In certe canzoni sembra essere posseduto da qualcun altro. Adam ci vede tutti come degli artwork. È come se attraversasse il mercato dell’arte sempre alla ricerca di qualcosa di interessante. Non sono sicuro Larry sappia cosa fare di un album. Ha adorato il tour, ma lui ed io siamo probabilmente i più duri quando si tratta di registrare. Dopo aver finito Joshua Tree, ricordo che andammo da Chris Blackwell in Giamaica. Noi due mantenevamo alte le aspettative ogni sera, commiserandoci per il casino che avevamo fatto. Ha quella sorta di cosa irlandese di sminuire tutto ciò che è nuovo. L’ho avuta anch’io a volte, ma non con quest’album. Ma insomma, siamo così. È difficile da spiegare.

Una volta hai detto che eri nel business di candidare la band a migliore del mondo. Sei ancora in quel business?

Beh, guarda, il cantante è un istigatore di folle e un giostraio imbonitore. Dobbiamo ottenere attenzione per la nostra band, e i fuochi d’artificio che andrò a sparare sono qualcosa del tipo “Ci stiamo ricandidando ad essere la migliore band del mondo”. È solo per infastidire o far parlare le persone.

Ma anche per provocare un po’ te stesso.
È vero. Viviamo con quest’idea, persino nei primi dieci anni di vita della band, “E se non rovinassimo tutto come qualsiasi altro? Non sarebbe meraviglioso se rimanessimo insieme per trent’anni?” Voglio dire, è stato folle. Siamo a quarant’anni ora, e penso che l’unico modo per capirlo sia immaginare “E se i Clash fossero ancora in giro?” Saremmo stati molto interessati a vedere che lavoro avrebbero fatto. E, insomma, il fatto che i Rolling Stones siano ancora in circolazione è una specie di miracolo e anche una grazia.