The Bloody Beetroots: «Sulla musica di oggi ci vomito sopra»

Sir Bob Cornelius Rifo sta tornando con un nuovo album di denuncia, nato per smascherare "La Grande Truffa" in cui vive l'elettronica moderna, ricordando i Sex Pistols

«Ho voluto togliere un po’ di polvere dalla patina che oggi ricopre la musica elettronica e che negli ultimi anni ha prodotto tanta merda». A parlare è Sir Bob Cornelius Rifo, mente e volto – pardon, maschera – del progetto noto come The Bloody Beetroots. Ci incontriamo per parlare di The Great Electronic Swindle, il suo nuovo album, in arrivo il prossimo 20 ottobre, con cui il producer di Bassano del Grappa ha deciso di ‘smascherare’ La Grande Truffa della musica Elettronica, richiamandosi proprio al celebre The Great Rock ‘n’ Roll Swindle, il docu-film del 1980 in cui il manager dei Sex Pistols, Malcolm McLaren, raccontava l’inganno messo in piedi con una band creata a tavolino, e destinata a fare la storia del rock.

«Oggi nell’elettronica stiamo vivendo lo stesso inganno – racconta Sir Bob – dei figuranti chiamati artisti vengono messi su un palco a suonare singoli prodotti da altri, brani tutti uguali fatti solo per far progredire il music business ma che in realtà sono una truffa ai danni del pubblico». Il riferimento di Sir Bob è ovvio, il bersaglio è quell’EDM a cui in passato è stato talvolta accostato, ma da cui non ha mai smesso di prendere le distanze durante i suoi dieci anni di carriera.

Nella tua musica misceli tantissime sonorità, dalle chitarre hard rock fino ai synth ruvidi dell’electro, come definiresti il ‘genere Bloody Beetroots’?
Non esiste, anzi, Bloody Beetroots stesso è un genere a parte. Spesso mi sono chiesto in che scaffale metterei il mio disco, ma quello scaffale non esiste e questo è un problema per chi deve per forza etichettare ogni cosa, per chi vuole avere tutto sotto controllo. Il suono che faccio io nasce propio per andare fuori controllo, perché nella mia musica io vomito tutto quello che ho dentro sbattendomene delle regole del mercato. Quando ho iniziato ho scelto la libertà, e dopo dieci anni di carriera posso ancora dire di essere libero.

Spesso il mercato discografico italiano resta ancorato a criteri estetici ben definiti: è per questo che hai iniziato la tua carriera all’estero? Per cercare la tua libertà artistica?
Esatto, ecco perché in Italia Bloody Beetroots rimane un progetto di nicchia. Io scelsi di andare all’estero perché avevo bisogno di vivere sulla mia pelle il linguaggio internazionale, che non significa scimmiottare la lingua e la musica inglese, ma capirne a fondo il significato, la cultura che c’è dietro. Caricai le mie canzoni su Napster e su altre piattaforme nate per la diffusione libera dell’audio, in modo da far ascoltare la mia musica a più persone possibili, e una di queste fu Steve Aoki che volle subito firmarmi nella sua etichetta ed è così che tutto è partito da Los Angeles.

All’inizio infatti eri molto più conosciuto all’estero rispetto che in Italia. Credi sia ancora così?
Certo, come dicevo Bloody Beetroots rimane per un pubblico di nicchia: le radio non passano le mie canzoni e, anche se faccio un crossover interessante, mi segue solo chi vuole farlo. Forse con il nuovo album alcune cose cambieranno…

Appunto, mi sembra che in The Great Electronic Swindle accanto ai suoni aggressivi à la Bloody Beetroosts ci sia un mixaggio ‘più morbido’, più accessibile al grande pubblico.
Esatto, per il mixaggio di questo disco ho fatto un grande lavoro di analisi. È stato prodotto in maniera artigianale, tra cucine di Los Angeles, Air BnB di Milano o una cantina in un ghetto di San Diego ma il lavoro di mix è stato meticoloso, quasi ‘matematico’, in modo che il suono uscisse leggibile anche con un sacco di rumori dentro. Alcuni brani come Nothing But Love o The Great Run hanno sonorità più ‘delicate’, che potrebbero conquistare una fetta di ascoltatori che non c’è mai stata. Quelle canzoni poi le ho registrate insieme a Greta Svabo Bech alle Isole Far Oer mentre fuori impazzava una tormenta di neve e se ascolti bene, in sottofondo, puoi sentire il rumore del vento… Ogni canzone che scrivo ha una storia di vita dentro.

Quando parli degli artisti con cui collabori sembri ‘sentirli’ molto profondamente.
È così infatti. Con gli artisti che scelgo per le collaborazioni cerco prima di tutto di avere un rapporto di amicizia sincero: amo l’umanità fra le persone, adoro spendere tempo a scoprire chi mi sta di fronte e a farmi scoprire a mia volta. Bloody Beetroots è un progetto che nasce dall’amicizia fra artisti che sento vicini, con cui condivido la mia vita e la mia musica.

È stato così anche per Out of Sight , la canzone nata nel 2013 dalla collaborazione con con Paul McCartney?
Con Paul tutto è partito dalla mia amicizia con Youth, insieme avevamo prodotto Church Of Noise. Youth e Paul hanno questo side project chiamato The Fireman per cui remixai una canzone, ma la destrutturai così tanto che quando chiamai Paul al telefono decidemmo di ripartire da zero con un brano del tutto nuovo. Ricordo che, quand’ero nel suo studio, Paul è arrivato dicendomi: «Tu sei quello che urla tutto il giorno?», «Si, sono io» risposi. Fu a quel punto che decise di prepararmi un bagel col vegemite, una specie di dado vegetale spalmabile Made In Australia… faceva veramente schifo. Però me lo sono fatto piacere e ho ringraziato Paul per avermelo preparato.

La canzone con Macca fa parte tuo album precedente, HIDE: da allora sono passati 4 anni, trascorsi alla consolle dei club come SBCR, il tuo acronimo da DJ. Quell’esperienza ha influito sul tuo ultimo album?
SBCR è stata una pausa che mi sono imposto da Bloody Beetroots. Quando senti che devi cambiare il sangue perché sta marcendo devi assolutamente fermarti: quando non hai più niente da raccontare, devi fermarti e vivere, tornare a respirare. SBCR è stato concepito per capire quello che stava succedendo nella musica elettronica, e per decidere quello che volevo fare e quello che invece non volevo fare. Dopo un anno e mezzo di tour ho tirato le somme, ho scelto il mio suono e ho iniziato a vivere, per scrivere la storia che volevo raccontare nel mio nuovo album, The Great Electronic Swindle.

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