Björk, l’icona metafisica e mutante del pop

La nostra intervista con la cantante islandese, tra il nuovo album, l'impegno politico e la famiglia, con una rinascita che parte dalle maschere

Foto di Santiago Felipe


Björk sta vivendo un periodo di transizione, – o probabilmente l’ha già completato – in cui da essere umano si trasforma in icona metafisica. Da una parte è una cantante/musicista/artista che, consapevolmente o meno, ha anticipato i tempi creando un rapporto di simbiosi tra parte musicale ed estetica (non a un livello superficiale, come in tanti hanno fatto, ma buttando il proprio corpo mutante in prima linea, a sottolineare i cambiamenti vocali).

Dall’altra, Björk rappresenta anche il suo stesso simulacro. Non conosciamo la vera signora Gudmundsdóttir, quanto piuttosto il suo riflesso mascherato. Non è una supereroina, non acquista alcun superpotere quando indossa una maschera. E la maschera stessa non vuole essere un modo per sfuggire alla notorietà, né un metodo per farsi notare ancora di più. Semplicemente, è il suo modo di filtrare la gente, di arrivare e allo stesso tempo non arrivare alle persone.

Dalla maschera, da quella che indossa sulla copertina di Utopia, il suo ultimo disco, quello del rinascimento personale, dopo la fine della lunga storia con Matthew Barney, raccontata nel precedente Vulnicura – e anche da quella, differente, che porta ora – partiamo per un dialogo che tocca la tecnologia, la famiglia, la politica e la musica. Con lo stesso, glaciale, sguardo.


Qual è il tuo rapporto con le maschere? Ne indossi sempre una in pubblico, ormai…
Penso che mi aiutino a essere più generosa nel rapporto con gli sconosciuti e con i membri più stretti della mia famiglia. Mi chiedo se così possa in qualche modo “riservarmi” per i miei amici. È stato un cambiamento graduale, non l’ho pianificato. Probabilmente me ne sono accorta quando il curatore della mia mostra al MoMa del 2015 (Klaus Biesenbach, nda) mi ha fatto vedere delle mie foto, di epoche diverse, in cui aveva ritrovato questo tema, questo filo conduttore. Successivamente, io e James Merry l’abbiamo elaborato, partendo da alcune maschere create da me. Lui ha portato questo esperimento ancora più in là, è molto più bravo di me! Da allora le mie maschere hanno raggiunto un livello altissimo, sono fatte di silicone, di plastica, hanno forme uniche. Ma non le indosso nel mio privato, in casa o nel mio quartiere. Lo faccio solo quando ho a che fare con sconosciuti.

Se dovessi definirti, oggi, che “etichetta” useresti?
Uhm… non so giudicarmi molto. Sono molto orgogliosa di essere una musicista pop, ma non ci penso molto. Faccio semplicemente quello che so fare e cerco di dare alle mie canzoni il terreno più fertile possibile per crescere e svilupparsi. Credo che sul passaporto ci sia scritto che sono una musicista. E devo dirti che mi piace il suono di questa parola.

Foto di Santiago Felipe

Ho visto la tua mostra Björk Digital, tutta in VR. Pensi che la musica sia ancora la tua via principale di espressione?
Assolutamente. Sono una musicista dall’inizio alla fine. Il VR è solo un accompagnamento alla musica.

Sei sempre aperta alle nuove tecnologie?
Apprezzo di più la tecnologia quando cresce con noi e ci aiuta a essere più naturali possibile. Per esempio, quando mi permette di registrare in cima a una montagna, o quando mi permette di lavorare con la musicologia su un iPad. Per l’album ho lavorato sul mio laptop come sempre e ho comprato un flauto digitale, che ho suonato spesso.

Qual è il tuo rapporto con i social?
Sono su Facebook da quattro anni, ma ho solo 80 amici. Per la maggior parte sono musicisti con cui mi confronto di continuo, ma su cose un po’ nerdy. C’è la mia famiglia, anche. Ma non sono su nessun’altra piattaforma.

Proprio su Facebook ti sei recentemente esposta, sia per quanto riguarda la campagna #metoo sia per l’indipendenza della Catalogna. Pensi che la musica e l’arte in generale abbiano una responsabilità sociale?
No, non credo. La maggior parte della musica che ascolto non è politica. Ma in fondo, è astratto definire cos’è politico e cosa no. Una persona transgender che vince l’Eurovision è un fatto politico, anche se in fondo la sua canzone parla della luce del sole. Una persona di colore che ha un album in cima alle classifiche è un fatto politico, al di là del contenuto. Queste sono cose rilevanti.


Pensi che avere due genitori impegnati nella politica e nel sociale come i tuoi ti abbia sensibilizzato in questo senso?
Penso che per loro l’integrità sia un valore importante e penso che abbiano una tolleranza molto bassa nei confronti della corruzione. Ma credo di essere più grata a loro per il fuoco che hanno dentro, per la loro passione e per il loro legame con la natura.

E tu, come vedi la vita dei tuoi figli da madre?
È una cosa meravigliosa!

Quali sono le figure che ti hanno ispirato all’inizio della tua carriera?
Mia nonna probabilmente. Era una pittrice amatoriale, usava colori a olio e acquerelli, dipingeva spesso dei quadri su di me. Aveva un carattere molto tranquillo e sicuro allo stesso tempo.

E invece oggi chi diresti?
Oggi direi… i miei figli? I miei amici? È sempre affascinante vedere come i propri amici riescano ad andare avanti giorno dopo giorno, senza sosta, anche tra le difficoltà della vita. Sono una vera ispirazione.

Parliamo di Utopia. Intanto, hai consolidato la tua relazione con Arca…
Uhm, non direi che si è consolidata, visto che è molto fluida! Penso che dopo Vulnicura abbiamo capito di essere molto in sintonia a livello musicale. Vulnicura era un disco triste e drammatico, quindi abbiamo cercato qualcosa di più leggero questa volta. Nel settembre del 2013 abbiamo fatto un dj set insieme per l’afterparty dell’ultimo concerto del tour di Biophilia. Avevo registrato e arrangiato la maggior parte dei violini dell’album, ma non c’erano beat. Avevo soltanto trovato alcuni riferimenti, sapevo come avrei voluto che suonassero le mie canzoni, i punti in cui inserire alcune parti. Ma Utopia è stato diverso. Abbiamo iniziato a scrivere insieme, cinque pezzi sono stati scritti così, altri nove sono opera mia. Ma è stato un enorme piacere e una vera gioia!


C’è un tema centrale nel disco che è quello del cambiamento, della rinascita. Come affronti i cambiamenti nella tua vita?
Penso che alcuni arrivino molto naturalmente, altri all’improvviso, quando sei meno pronta, altri ancora devi farli accadere, usando la tua volontà. Penso che sia così per tutti, dobbiamo sempre fare del nostro meglio.

Riusciresti a tracciare una linea dei tuoi lavori? Li consideri un percorso musicale verso qualcosa?
Penso di aver sempre scritto musica pop, e credo di farlo ancora oggi. O, per essere più precisi, scrivo musica folk del ventunesimo secolo. Penso spesso al flamenco, come un esempio per quello che faccio. È musica per la gente, ha dei ritmi sostenuti, è fatta per ballare, è poetica e per tutte le età. Questo è quello che mi piace, della musica folk.

L’intervista a Björk è un estratto dal nuovo numero di Rolling Stone in edicola a dicembre

Questo articolo è stato pubblicato su Rolling Stone di dicembre.
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