Bene e pure benissimo: l’intervista a Shade

Abbiamo incontrato il rapper di "Irraggiungibile", consapevolmente prestato al pop. «I ragazzini sembrano arrivino tutti dal Bronx, perché vogliono prendere le distanze dalla società»
Shade è nato a Torino nel 1987. Ha debuttato con l'album "A no?" nel 2005.

Shade è nato a Torino nel 1987. Ha debuttato con l'album "A no?" nel 2005.


Immaginatevi di svegliarvi una mattina e di scoprire che, dopo aver trascorso anni a coltivare una pianta che vi dava frutti graziosi e saporiti ma non troppo diversi da quelli che raccoglie anche il vostro vicino di casa, dall’oggi al domani quello stesso albero comincia a generare una produzione da record, che tutti vogliono assaggiare. È più o meno quello che è successo a Shade, che dopo una vita di gavetta (compirà trent’anni nel 2017, ma per chi segue il rap è noto fin da quando ne aveva sedici) nel giro di qualche settimana è arrivato a battere ogni record. La prima volta con il suo singolo estivo, Bene ma non benissimo: un tormentone autoironico e semiserio molto ben riuscito nel suo genere, che in parecchi paragonano ad Andiamo a comandare di Rovazzi ed è ormai disco di platino. La seconda volta con Irraggiungibile, una canzone d’amore con la partecipazione della concorrente di Amici di Maria De Filippi Federica Carta, uscita una settimana fa e già quasi a quota 10 milioni di views e oltre 3 milioni di stream. La differenza, rispetto a tanti (ma non tutti gli) altri mc che provano a rappare sulla musica leggera, è che Shade è davvero capace di rappare: la sua tecnica è assolutamente solida e apprezzabile anche dai più esigenti. Merito di una lunga militanza nei circuiti del freestyle, che ora è stata messa con consapevolezza al servizio del pop. Ancora oggi questa resta una scelta controversa, per i puristi dell’hip hop. Ma sono lontani i tempi in cui questo genere di presa di posizione generava scandalo, e Shade (per fortuna) non sembra affatto tormentato o pentito per le sue scelte.

Ti aspettavi questi risultati anche per Irraggiungibile?
Può sembrare una risposta paracula ma no, non me lo aspettavo per niente, posso giurartelo su qualsiasi cosa! Io sono sempre molto negativo, e stavolta lo ero più del solito, perché mi era già capitato di fare canzoni legate alla sfera emotiva, e non sempre sono state capite. Forse ero io che sbagliavo linguaggio: il mio manager dice spesso che a volte i paroloni che uso deve andarseli a cercare su Wikipedia… Il merito di questo traguardo è stato anche suo, perché è stato lui ad avere il coraggio di dirmi “Secondo me questi versi non arrivano, io proverei a dirlo in un altro modo”.

Di recente hai raccontato che il tuo manager rilegge tutti i tuoi testi insieme a te, dandoti consigli, aggiustando il tiro e a volte cazziandoti per i troppi extrabeat…
In realtà a lui piace un sacco l’extrabeat! (ride) Però in effetti metterlo in una canzone d’amore è un azzardo, è come presentarsi a un colloquio di lavoro in boxer: o ti prendono per un genio o per un coglione, ed è più probabile la seconda. Diciamo che lui mi aiuta a contenermi, a farmi capire dalle persone. È la mia anima pop, ma perché lui per primo ci tiene molto: quando è uscito un pezzo a cui ero molto legato, Patch Adams, e non è andato bene, è stato il primo a rimanerci male, anche se ai tempi era solo un fan e non lavoravamo ancora insieme. Il nostro obbiettivo è che tutti ascoltino queste canzoni e riescano ad entrare in sintonia con quello che dico. Questo percorso di rilettura è cominciato da Bene ma non benissimo in poi: per ora avete sentito solo due canzoni, ma ascolterete presto anche le altre.

A proposito di Bene ma non benissimo, è stata una delle vere hit di quest’estate, si sentiva ovunque. C’è stato un momento in cui hai capito di aver svoltato davvero?
Guarda, se posso essere sincero non l’ho ancora metabolizzato, questo successo. Continuano a capitarmi cose che mi sembrano surreali. La settimana scorsa mi ha chiamato mia nonna, per dirmi che stava guardando L’Eredità su Raiuno e una delle domande era su Bene ma non benissimo. Pare che Carlo Conti abbia addirittura sgridato la concorrente, che non la conosceva: “Ma come, l’abbiamo ballata tutta l’estate!”… (ride) Per me il vero shock è stato ascoltarla in radio, perché non ero mai riuscito ad arrivare in rotazione prima. Quando poi è diventata disco d’oro, a fine agosto, hanno iniziato a chiamarmi per qualsiasi cosa: interviste, tv, ospitate. E difatti dopo tre settimane è arrivata al platino. Ma ancora faccio fatica a crederci.

Possiamo dire ufficialmente che hai deciso per una svolta pop, quindi?
Sì, l’idea è quella: avevo già un pubblico abbastanza vasto tra i teenager, come il resto dei miei colleghi rapper, ma mi piaceva l’idea di fare canzoni che potessero parlare anche a persone di trenta, quarant’anni. Allo stesso tempo, però, temevo che per poterlo fare davvero alla fine avrei dovuto partecipare a qualche reality o puntare sul gossip, cosa che non mi andava molto. Sono contento di esserci riuscito con le mie forze.

Dati i tuoi trascorsi nella scena rap, che di solito non ama molto chi si dà alla musica leggera italiana dopo i trascorsi hip hop, non hai avuto paura che i tuoi fan della prima ora ti abbandonassero?
Per mia fortuna non ho mai nascosto chi sono: fin dagli inizi della mia carriera c’è stato da una parte il rap serio e dall’altra le cazzate, le risate, gli scherzi su YouTube… Sono uno che in tempi non sospetti ha fatto un video in cui andava in giro a chiedere alla gente “Scusi, per via Noyz Narcos dove devo andare?”. Sono sempre stato un cazzone, insomma. Bene ma non benissimo è stata l’estremizzazione di ciò che già facevo, perciò nessuno si è stupito più di quel tanto. Certo, c’è sempre chi dice che preferiva quando facevo gli incastri in freestyle, ma per me quella fase è un po’ superata: fare solo strofe autocelebrative comincia a diventare un po’ riduttivo, per come mi sento adesso.

Hai affermato che “essere un rapper buono, nell’Italia di oggi, è scomodo”…
Eh sì, forse avrei dovuto cominciare a drogarmi quando avevo l’età per iniziare, ormai è troppo tardi! (ride) Ogni due-tre barre senti riferimenti a spaccio, blocco, degrado: sembra che arrivino tutti dal Bronx, cosa che ovviamente non è. I ragazzini che ascoltano rap, anche quando non vivono quelle realtà, si attaccano a quell’immaginario perché per loro è bello e trasgressivo far parte di un movimento di piccoli gangster che crescono. E magari tra dieci anni guarderanno indietro e diranno “Ma che cazzo di musica mi piaceva quando ero piccolo?”.

In effetti il paradosso è proprio questo: sembra che più l’immaginario di un rapper sia crudo, più attiri una fan-base giovanissima, di ragazzini o spesso addirittura di bambini.
Esatto, vogliono sentirsi in un certo modo e i loro ascolti si plasmano di conseguenza. Quando andavo a scuola io la trasgressione era il punk-ska, quindi mi ascoltavo gli Ska-P, i NOFX e i Lagwagon e andavo alle manifestazioni. L’antifascismo era il nostro credo, ci identificavamo con una sinistra estremista e per questo eravamo dei reietti. Oggi i ragazzini vogliono prendere le distanze da altre cose, e quindi si rispecchiano in altri valori. E spesso prendere le distanze dalla società di oggi, per loro, equivale a identificarsi con una vita criminale che non hanno mai vissuto e, si spera, non vivranno mai.

Che i tuoi riferimenti siano diversi è molto chiaro: nel video di Bene ma non benissimo, ad esempio, citi il video di Thrift Shop di Macklemore e Ryan Lewis, facendo un tuo remake della scena di apertura con la bicicletta. Molti pensano che tu sia la risposta italiana a Macklemore, cosa ne pensi?
Molti dicono che gli somiglio anche fisicamente: magari! Penso che baccaglierei (per i non torinesi, “cuccherei”, ndr) molto di più se davvero fosse così. Tra l’altro c’è una sua canzone in cui dice di essere il cugino brutto di Brad Pitt, e questo farebbe di me il cugino brutto del cugino brutto di Brad Pitt… Mi accontento, è comunque un risultato! (ride) Tornando al video, la citazione è anche accompagnata da un sottotitolo: “Comunque non è un plagio ma una citazione, in Italia funziona così”. Perché un sacco di gente rifà i video pari pari a quelli americani, spesso senza neanche dichiararlo, e questo non è buono. Io, se faccio un omaggio, cerco sempre di essere molto esplicito: il video di Irraggiungibile, ad esempio, è stato molto chiaramente ispirato da La La Land.

Cambiando argomento, parallelamente all’attività di rapper fai anche il doppiatore. Come ci sei finito in questo mondo?
Per me, prima ancora che un lavoro, è un divertimento! Di recente ho doppiato diversi documentari per Netflix e ho fatto anche un audiolibro, non l’avevo mai fatto prima… Ma pare sia andata bene, perché a quanto pare mi hanno preso anche per registrare il sequel di Tre Metri Sopra il Cielo! (ride) Ho iniziato la scuola di doppiaggio nel 2012: facevo lo stagista in un ufficio, ero frustratissimo e stressatissimo, così ho mollato tutto e ho provato questa strada. Più andavano avanti le lezioni e più ho capito che era quello che volevo fare da grande, anche se naturalmente oggi è un circuito più difficile che mai, perché oltre alla crisi ci sono sempre più persone che cercano di guardare le serie in versione originale.

Ma i tuoi colleghi lo sanno, che sei Shade?
Coi direttori del doppiaggio, ma anche coi colleghi, cerco sempre di tenerlo nascosto: non voglio che mi scelgano perché sono Shade, e non voglio neanche che non mi scelgano perché sono Shade. Di solito però dopo un po’ vengo sgamato, soprattutto nei turni in cui capito con doppiatori più giovani!

Come mai continui anche adesso che la tua carriera di rapper è decollata?
Non me la sono sentita di mollare, è una cosa che mi appassiona davvero tanto: è un sacrificio continuare a seguire anche quel binario, perché gli impegni sono sempre di più e il tempo è sempre meno. Ma piuttosto mi alzo alle sei di mattina e prendo il primo turno di doppiaggio, quello che non vuole mai nessuno, perché comincia alle nove e la voce è ancora fredda. Credo che continuerò così, comunque: spero di continuare a doppiare il più a lungo possibile, anche perché non so se mi ci vedo, a fare ancora extrabeat a cinquant’anni. Magari scriverò ancora, ma non so se salirò ancora su un palco, da una certa età in poi.

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