Alice Cooper il paranormale

Durante una colazione a Milano il padre dello shock rock ci ha raccontato il suo nuovo album e dell'addio alcol e droghe: «Conoscevo bene Jim Morrison e Jimi Hendrix, li ho visti tutti morire cercando di diventare il loro personaggio»

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Alice Cooper capita spesso a Milano. Sua moglie insegna danza classica, mentre la cognata è stata per tanti anni in un corpo di ballo. Il padre dello shock rock quindi si muove per le stanze del suo hotel in Piazza della Repubblica come se fosse a casa sua, sulle colline di Phoenix, Arizona. «Ma non è proprio la mia zona, questa», dice seduto su un divanetto, gli stivali neri poggiati sul tavolino di fronte. «Di solito sto vicino al Duomo. Hai presente?».

Mentre parliamo, entra nella suite a cinque stelle il carrello della colazione, spinto da un cameriere coi guanti bianchi. C’è un po’ di tutto sul vassoio d’argento, dalla frutta ai baci di dama. Più ovviamente una boule piena di coche ghiacciate, perché l’Alice Cooper delle birre a colazione è morto da un pezzo. Nessun balletto però l’ha portato qui stavolta. Al centro della sua gita milanese c’è Paranormal, 27° album in studio che nonostante il nome non ha nulla a che fare con la superstizione. «La sola cosa paranormale è stata la mia carriera», racconta Mr. Cooper tenendo fissi sull’interlocutore i penetranti occhi grigi, che sul palco vengono circondati da un pesante trucco nero, giusto per amplificare l’effetto.

Ma né oggi né 40 anni fa Alice ha mai voluto terrorizzare, almeno non come qualche decennio dopo avrebbe fatto Marilyn Manson. Al contrario, il re delle tenebre creato da Vincent Furnier (il suo vero nome) vuole essere un elemento ironico, forse proprio una caricatura dei mostri in voga nei film horror anni settanta. «A me piace scrivere storie, più che canzoni. Voglio intrattenere», confida. «Pensa che stavolta non volevo nemmeno fare un concept album, solo 12 buoni pezzi. Finito di scriverli, però, una voce nella mia testa ha detto: “Ottimo lavoro, è proprio un concept album!”». Tutti e dodici i protagonisti dei suoi racconti mostrano infatti il tratto comune del disturbo della personalità. La title track, la storia di una ragazza che si innamora di un suo demone interiore, è forse l’unica a trattare un tema “paranormale”.

Tutte le altre invece sono più situazionali. C’è l’individuo iper-cospirazionista di Paranoiac Personality (tra l’altro, sinuosissima bombetta radiofonica), o Genuine American Girl, che tratta della doppia vita di un ragazzo transessuale. Tra l’altro, è anche uno dei due brani che Alice ha registrato con la sua band originale. «Quando qualche mese fa io e Neal (Smith, il batterista, ndr) abbiamo scritto quel pezzo, sapevamo che parlarne oggi è giusto. Non so se l’Alice Cooper del 1973 l’avrebbe mai fatto. Però non avrebbe mai detto: “Voglio una ragazza americana”, piuttosto: “Voglio essere una ragazza americana”».

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Al momento dello scioglimento della band, nel ’74, nessuna causa legale o malumore ha interrotto l’amicizia fra i membri originari (il chitarrista Glen Buxton, ahimé, è morto nel ’97). Senza mai perdere un giorno, i ragazzi avevano vissuto insieme le superiori, l’università, la band, tanti soldi e sette album di platino. «A un certo punto è finito il carburante creativo, quindi ci siamo salutati». Eppure, al momento di tornare tutti in studio dopo 40 anni, è stato come se non fosse passato un solo giorno. Alice è persino convinto che la sua voce suoni diversa, quando sono presenti i suoi soci. Il merito è anche di Bob Ezrin, storico produttore e amico di Alice, oltre che mente dietro a dischetti da nulla come The Wall dei Pink Floyd.

Cooper dice sempre che per loro è stato come George Martin per i Beatles, con la differenza che Bob ha fatto anche da tata per i cinque scalmanati che prendevano di petto gli anni Settanta. «Era pazzo come noi, ma era il solo a saper incanalare il caos dentro un nastro analogico e farlo suonare bene», racconta Alice, che ormai ha finito la colazione da un pezzo. Ora, 69 anni e 3 figli, la rockstar ricorda quegli anni folli sorridendo, senza mai dimenticare di essersi trovato più volte a un passo dalla bara. Non quella da cui Alice esce nell’episodio 307 del Muppet Show andato in onda nel novembre ’78, ma una autentica.

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C’è un’apparizione tv di tre anni dopo in cui Coop sembra il fantasma di se stesso. È scheletrico, esausto, dilaniato dalla cocaina, sostanza con cui si annienta per reprimere la dipendenza da alcol. Riesce a trascinarsi a stento fino al 1983, ma nell’autunno dello stesso anno è praticamente in fin di vita sul letto di un ospedale. I medici finiscono per metterlo in guardia: può riprendersi dalla cirrosi a patto di dire addio per sempre ad alcol e droghe. «La gente ha sempre saputo del mio problema con l’alcol, ma prima di Golf Monster non avevo mai ammesso di essermi drogato», racconta alludendo alla sua autobiografia del 2007. «A un certo punto ho dovuto parlarne. Era troppo autodistruttivo, ma finalmente l’avevo risolto». Ma perché negarlo fino all’ultimo, dato che ormai il problema era sotto l’occhio di tutti? Vincent Damon Furnier non voleva che Alice Cooper ricadesse nel banale cliché della rockstar drogata e se l’è tenuto per sé fino a quando il divorzio più doloroso della sua vita poteva dirsi abbondantemente superato.

«Conoscevo bene Jim Morrison e Jimi Hendrix», confida con un filo di voce. «Erano fratelli maggiori per me, e li ho visti tutti morire cercando di diventare il loro personaggio». A un certo punto, Vincent si è reso conto che Mr. Cooper era il suo opposto. Alice non vuole guardare la tv, non vuole essere sposato, non vuole giocare a golf sei giorni a settimana. Per poter coesistere con la sua metà caotica (immagine rievocata anche dalla copertina del nuovo disco), Vincent ha dovuto assicurarsi di essere l’unico dei due a lasciare il palco quando finisce un concerto. Alice rimane lì, davanti al pubblico; Vincent invece torna dalla famiglia nei camerini. «Ora io e lui ci divertiamo insieme», dice il signor Furnier. «È bello rincontrarlo, ogni tanto».

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