A Matias Aguayo non frega nulla del mainstream

Al Red Bull Bass Camp di Roma, il produttore di origini cilene ci ha parlato del suo album new wave e dell'importanza di rimanere fedeli a sé stessi
Foto di Marcelo Setton

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Matias Aguayo pronuncia “Montecatini Val di Cecina” meglio di un toscano. È nato in Cile, si è trasferito in Germania da piccolo, eppure una vacanza in italia e una buona predisposizione alle lingue hanno fatto sì che il produttore elettronico potesse imparare in poco tempo una lingua non proprio facilissima. E con risultati davvero ottimi.

Questa dote sicuramente gli è tornata utile al Red Bull Bass Camp di Roma, dove insieme ad altri illustri colleghi Matias ha fatto da tutor ai partecipanti della breve academy elettronica. Giusto una breve fuga fra i colli romani prima dell’uscita di Sofarnopolis, il suo nuovo album. Per l’occasione, l’artista che normalmente viene apprezzato per i suoi DJ set eccentrici—dove prende il microfono e fa della propria voce un ulteriore sorgente ritmica—stavolta ha deciso di mettere su una vera band, The Desdemonas. È forse il suo progetto più ambizioso finora, di sicuro il più “suonato”. Un ritorno alle atmosfere post-punk e new wave che l’avevano accolto quando, a fine anni Ottanta, si trasferì dal Sudamerica alla Germania.

Sei arrivato in Europa da piccolo, eppure il Sudamerica è onnipresente nei tuoi dischi. È qualcosa di involontario?
Certo, è sempre stato così. Non posso dire di venire da una famiglia di musicisti, ma da una famiglia dove si è sempre ascoltata tanta musica, quello sì. In più, per un breve periodo della mia vita ho anche vissuto in Perù, quindi il Sudamerica è una componente fondamentale della mia musica. È semplicemente lì. Non c’è di certo bisogno di pensare: “Oh, ora mi ci metto e faccio un sound un po’ latineggiante!” È chiaro che determinati ritmi si presentino più spesso, ma è perché sono uno a cui piace ballare. Sono un tipo anomalo in discoteca. Non bevo molto e mi piace ballare senza parlare con gli altri. Ho un bisogno fisico di ballare, pertanto la musica stessa che faccio è molto fisica, corporea. Altro punto in comune con il Sudamerica.

Come mai tu e i tuoi genitori vi siete trasferiti in Germania?
I miei genitori sono rifugiati politici fuggiti dalla dittatura di Pinochet. Non c’è stato un motivo preciso che li ha portati a scegliere la Germania. È stata semplicemente la prima nazione europea ad avergli risposto: “OK, vi ospitiamo noi”.

Sei già stato in una band in passato?
Da ragazzino ero sempre immischiato in qualche band o progetto simile. Ora, dopo vari altri approcci avuti in passato, posso dire che Matias Aguayo & The Desdemonas è il progetto più consistente e serio che abbia mai messo in piedi. Abbiamo registrato Sofarnopolis per farlo uscire su Crammed Discs, un’etichetta che si dagli anni Ottanta ha sempre pubblicato tanta new wave e post-punk e band d’avanguardia come i Tuxedomoon. Come etichetta è sempre stata fra le mie preferite, quindi capirai bene che per me è stato un piacere lavorare con loro.

Come cambia Matias Aguayo se si aggiungono The Desdemonas?
È difficile dirlo, proprio perché non è facile uscire dal mio corpo e astrarre. La mia musica è sempre mia, è ovvio. Se non altro posso dirti che l’approccio è stato diverso su un piano tecnico. Come sempre tutto è nato da me, ma questa volta c’era già il mood di una musica più da band. Sono andato nelle campagne fuori Colonia passando due settimane a scrivere brani con in testa solo l’idea di comporre musica e basta. Senza stabilire prima se fosse per un album o chissà cosa. Questa condizione mentale mi ha riportato all’adolescenza, cioè quando non mi fregava di nulla e non avevo pressioni di nessun tipo. È una condizione a cui si cerca sempre di arrivare, ma non è sempre facile perché a volte si pensa troppo ai risultati, cosa che finisce per contaminare il lavoro. Sai, le aspettative tue, quelle della gente.

Questo flashback ti ha riportato anche ai suoni della tua adolescenza?
In qualche modo questa cosa si relaziona con i suoni. Ma la mia intenzione non era di ricreare il suono di ciò che ascoltavo. Non c’è nostalgia, mi ricordo come suonavano certi brani una volta: se li ascolto oggi mi sembrano totalmente diversi. Quello a cui ho cercato di tornare è lo stato mentale di innocenza nello scrivere o ascoltare musica. Ho dovuto fare come quando sogni qualcosa e cerchi di ricostruirlo da sveglio. È successo in particolare nella collaborazione con Gregorio Gomez, il bassista colombiano che è stato il primo a unirsi al progetto. A quel punto avevo composto metà dei brani e lui si è aggiunto portando una ventata fresca alla scrittura brani. Abbiamo tantissimi punti in comune, due visioni della musica davvero simili. Stesso vale per il batterista, Matteo Scrimali, un italiano cresciuto all’estero che ora partecipa ad alcuni dei progetti soul più grandi in Germania. Infine Henning Specht, un bravissimo tastierista che ha anche una band, Hypnolove, che pubblica i lavori sulla stessa label di Sébastien Tellier. L’idea è che il disco suoni molto live.

Finalmente hai potuto dare sfogo al tuo essere frontman, cosa che emerge già dai tuoi DJ set.
È vero, nei DJ set sento sempre il bisogno di uscire dagli schemi e prendere il microfono. Ma in quel caso sono troppo costretto alla consolle, quindi a un certo punto devo tornare dietro il banco. Essere invece con The Desdemonas mi permette di spaziare da brani in cui suono solo uno strumento ad altri in cui mi concentro invece sul canto e sul ballo sul palco. È divertente.

El Sucu Tucu è forse il tuo pezzo più famoso. Ma che cos’è/chi è in realtà?
El Sucu Tucu è una cosa nata alle feste della Cómeme [l’etichetta gestita da Matias, ndr] ed è composta da vari ritmi che si incastrano. Ognuno di questi fa riferimento a un preciso artista dell’etichetta. A Maloso [Daniel, produttore a contratto con la label, ndr] per esempio piace quel basso minaccioso, mentre Anna Helder le percussioni frenetiche. Non è una traccia collaborativa—l’ho fatta io—però è un modo per presentare i vari membri della label. Succede spesso che un pezzo nasca dal vivo e poi, funzionando particolarmente bene, finisca poi su un disco. È successo anche con Sofarnopolis. Quanto al testo, vale la regola dell’improvvisazione. Molto spesso quando compongo uso un linguaggio non reale che potrebbe risultare spagnolo, tedesco o inglese a seconda della parola. Termini che non hanno alcun senso ma che scaturiscono da uno stream of consciousness come quello di Joyce. Dopodiché mi metto lì a reinterpretarle, trasformandole in parole dal suono simile ma con un senso. È anche un modo per esplorare il mio stesso subconscio.



Sì, ha un testo molto “ritmico”.
E lo stesso vale per i disegni. Durante il mixaggio del nuovo disco, mi sono messo a scarabocchiare cose mentre ascoltavo i vari pezzi. Ne è venuta fuori una storia, la storia di una città immaginaria e onirica, Sofarnopolis, piena di tante storie che poi si ricollegano.

Anche The Desdemonas provengono da questa città?
Esatto, ho immaginato tutta una scena di band. The Desdemonas sono fra queste. Volevo richiamare la moda un po’ retrò di chiamare una band con il nome del cantante seguito da quello del complesso. Era un buon nome per la band di un intrattenitore, quale che sono.

Vero, ma per quanto il tuo pubblico sia davvero ampio, non hai mai desiderato fare il famoso salto nel mainstream?
Non mi è mai interessato fare musica con il solo scopo di piacere a più persone possibili. Credo che a volte i grossi giri ti facciano perdere il contatto con quello che fai, con la tua musica ma soprattutto con te stesso. Non mi è mai importato il mainstream e penso sia un bene, perché la gente che mi conosce sa che farò sempre qualcosa di strano, di eccentrico e che non segue nessun tipo di moda. Dai, è molto più divertente.

Sofarnopolis esce il 13 ottobre per Crammed Discs.

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