Amazon nel computer: siamo fregati

Alexa, il sistema vocale di Amazon, sarà integrato in molti dei computer di prossima generazione. Ma nessuno considera che Alexa è una delle tecnologie più spione che ci siano in circolazione. Facciamo chiarezza

Immagine via Vocativ


Di base, la notizia che arriva da Las Vegas, dove è in corso il Consumer Electronics Show, la principale kermesse mondiale dedicata all’elettronica di consumo, è buona: Alexa, il sistema vocale messo a punto da Amazon, sarà integrato nei computer di Acer, Asus e HP. A oggi, nei computer basati su Windows, i comandi vocali sono affidati a Cortana, la tecnologia sviluppata invece da Microsoft. Potrebbero sembrare due tecnologie simili, ma la verità è che mentre Cortana è un ottimo sistema di riconoscimento vocale, a cui affidare ordini precisi, Alexa è dotato di una migliore intelligenza artificiale, riuscendo a comprendere ed eseguire comandi più complessi.

Alexa, insomma, è nato per andare ben oltre i computer e, coi dovuti limiti, per comprendere qualsiasi genere di comando che le viene fornito. Non è un caso, infatti, che Amazon lo abbia inserito in appositi gadget, non ancora disponibili in Italia, che non sono altro che dei ricevitori capaci di interpretare i comandi che gli urliamo da ogni angolo della casa, per poi collegarsi ad apparecchi smart ed eseguire pazientemente tutte le mansioni che gli affidiamo. Riprodurre musica, effettuare telefonate, rispondere a domande sul tempo e tutto quel genere di attività che potremmo fare benissimo perdendo due secondi se non ci servissero per lanciare la prossima puntata di Black Mirror. Ah, a proposito di Black Mirror: questa notizia di Alexa, dicevo, potrebbe essere la più entusiasmante del mondo, ma c’è un ma.

Un diabolico tuttofare

Alexa è un software, incastonato in gadget di vario tipo (e prossimamente, appunto, anche nei computer), collegati a Internet, che utilizza per fare le magie che tanto ci piacciono. Per fare un esempio, se le chiedi i risultati dell’ultima giornata di campionato, molto semplicemente, Alexa li va a cercare su Google e te li dice a voce. Se hai un termostato di quelli “smart”, connessi a Internet, e chiedi ad Alexa di riscaldare la casa, la tecnologia di Amazon “parla” al termostato inviandogli un comando tramite la Rete. Un po’ come se fosse una e-mail o un messaggio Facebook. Il punto di forza di Alexa, insomma, è interpretare i nostri comandi, trasformandoli da voce a sequenze di bit, ma per il resto passa tutto, al solito, via Internet.

Ora, date un’occhiata sull’Amazon americano alle decine di migliaia di recensioni di Echo, uno di questi gadget basati su Alexa. Tutti ne esaltano la versatilità e l’efficienza: per cinquanta dollari, di fatto, uno se ne sta seduto in poltrona e comanda la casa a voce, magari piazzandosi un Echo in ogni stanza. E questi comandi includono informazioni quali le tracce musicali preferite, i prodotti da acquistare nei siti di shopping, i luoghi che si vogliono visitare, i film che fanno fare le ore piccole, la temperatura di casa, nomi utente e password, solo per citarne alcuni. Migliaia di informazioni da snocciolare a Echo.

Ed Echo, che è bravo e diligente, che cosa fa? Prende le informazioni e le invia al “cloud” di Amazon. Dove, per “cloud”, termine vaporoso per natura e per convenienza, si intendono dei normalissimi server (computer) dove è installato Alexa, che pensa a convertire le informazioni vocali e tramutarle nei fatidici bit. In questo processo, ve ne sarete accorti di sicuro, c’è la questione che le informazioni abbandonano il vostro domicilio e raggiungono dei computer che non si sa bene dove siano collocati. Quindi c’è un primo problemino: i nostri dati non saranno più solo nostri. Amazon, per citare il caso più semplice, utilizzerà l’elenco di prodotti elencati nella nostra spesa vocale per indirizzarci dei “suggerimenti” quando accederemo al suo sito. Che, per carità, è quello che fa già mentre ci navighiamo durante il Black Friday. Solo che così lo farà anche di più.

Sempre in ascolto

Da qui, però, parte un’escalation di situazioni non molto piacevoli. L’anno scorso, Mark Bernes, un ricercatore inglese, è riuscito a sviluppare una tecnica con cui installare un software-spia in Echo, trasformandolo in un orecchio accessibile via Internet. Tutto ciò che viene detto a Echo, dunque, può essere captato dall’esterno. Senza considerare che gadget come Echo, che sulla carta ascoltano i nostri comandi dopo averne dato uno di preciso (basta dire “Alexa”, per attivare Echo), in realtà ascoltano di continuo, in attesa appunto del comando di attivazione. E in qualche caso è stato rilevato che, per errori di programmazione (bug), gadget come Echo si sono attivati spontaneamente, ascoltando il suono proveniente dal televisore e interpretandone le parole. Vorrei vederla, la scena di quando alla TV urlano “compralo, un televisore da cinquemila euro, povero che non sei altro!”.

Scherzi a parte, nel dicembre del 2016, in Arkansas, ci fu un omicidio. Un uomo venne rinvenuto morto nella vasca da bagno, strangolato. Vicino a lui proprio un Echo, tanto che la polizia chiese ad Amazon di accedere a tutto quel che il dispositivo aveva registrato. Dopo una breve querelle, Amazon ha acconsentito e, a oggi, non si sa ancora se l’investigazione abbia portato a qualche risultato. Quel che è certo, è che tecnologie come Alexa sono veri e propri sistemi di sorveglianza controllati da parti terze. Come dissi all’epoca della presentazione di iPhone X e del suo sistema di riconoscimento facciale, il problema non è tanto cosa se ne faccia o meno un colosso dell’elettronica coi dati che riceve dai dispositivi che ci vende. A parte l’assurdità di spendere più di mille euro per un apparecchio che, oltretutto, si prende dei dati riservatissimi.

Il problema è che queste tecnologie stanno abbassando la percezione delle violazioni di privacy che portano in dote. Diventerà sempre più normale integrare tecnologie di ascolto nei nostri gadget, perché se lo fa Amazon è chiaro che vorranno farlo tutti. E se Amazon, forse, molto forse, starà attenta a proteggere le nostre informazioni, non è detto che un’infima micro-azienda cinese che lavora in nero nel sottoscala di un losco palazzo di Shenzhen si faccia gli stessi scrupoli. Ma noi sceglieremo i suoi prodotti perché tutto sommato fanno le stesse cose di Echo, solo che costano la metà. E ci sentiremo furbi. Il punto è che queste tecnologie sono mascherate da hardware che rende impossibile, ai comuni utenti, capire chi è buono (se esiste) e chi no, d’altro canto noi daremo comandi vocali e sorrisi a favore di riconoscimento facciale senza porci il problema, perché sarà diventato normalissimo farlo.

Ecco, l’integrazione di Alexa nei nostri computer, ma vale pure per i suoi concorrenti, è una spinta decisa in questo senso. Di base è una buona notizia, a ben vedere siamo fottuti.

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