Outodoor Festival, l'arte urbana arriva a Roma | Rolling Stone Italia
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Outodoor Festival, l’arte urbana arriva a Roma

La street art supera il concetto di arte di strada e arriva in uno spazio di 5.000 metri quadrati, dove noi siamo entrati in anteprima. Ma non chiamatela riqualificazione: «L’arte ha un solo compito: colpire», dicono gli organizzatori

L'artista americano Buff Monster. Nato e cresciuto alle Hawaii, ama l'heavy metal (Foto: Matteo Armellini)

L'artista americano Buff Monster. Nato e cresciuto alle Hawaii, ama l'heavy metal (Foto: Matteo Armellini)

Ce l’ha fatta. L’arte urbana ormai entra dalla porta principale dei musei istituzionali anche in Italia. Lo dimostra la quinta edizione di Outdoor, festival dedicato all’aerosol art – in scena a Roma da ben 5 autunni consecutivi, grazie all’ingegno e alla perseveranza di Nu Factory – che quest’anno è stata lanciata dal MAXXI.

L’arte urbana è in evoluzione. Con l’edizione di quest’anno, la rassegna supera la definizione di street art e si chiude dentro un enorme fabbricato dismesso: l’ex dogana su via Scalo San Lorenzo. Ben 5.000 metri quadrati che ospiteranno artisti provenienti da 7 nazioni, grazie al sostegno di 5 ambasciate e altrettanti Istituti di cultura stranieri (Norvegia, Grecia, Sudafrica, Francia, Giappone), oltre che dell’Amministrazione romana.

BruscMatteo-Armellini

Le porte di questo museo temporaneo si apriranno il 25 ottobre e lasceranno la Dogana solo il 22 novembre. Dentro una nutrita schiera di talenti: dal gesto ripetuto e marcato di Jbrock alla colorata ironia di Laurina Paperina e dell’americano Buff Montser, dalla parola e la geometria dei greci Blaqk alla delicata ricerca estetica della sudafricana Faith 47 in netto contrasto con la sensualità pop della giapponese Lady Aiko, e ancora il combo norvegese Dot dot dot, la perdita dei normali riferimenti spaziali di Thomas Canto, l’incontro e confronto di Brus, Ike e Hoek, le diverse ricerche stilistiche ed estetiche dei giovani Tnec e Jack Fox per concludere con l’invasione dei characters di Galo e l’installazione materica di Davide Dormino.

Il tutto resterà comunque visibile anche dopo lo sdoganamento di fine novembre, fondendo il classico col contemporaneo: il primo lustro di Outdoor verrà immortalato in un primo catalogo, intitolato Roma wasn’t built in a day e realizzato da Drago, ma, grazie al partneriato tra Google Cultural Institut e NUfactory il progetto Dogana resterà visibile al pubblico attraverso dei tour virtuali sulla piattaforma on line Street Art Rome.

Noi ci siamo entrati in anteprima. Abbiamo trovato delle sorprese, come un’opera realizzata dall’artista losangelino Buff Mosnster, inizialmente non previsto in cartellone e invitato lì da Galo, gallerista torinese oltre che artista, che ha dipinto un intero tunnel, al termine del quale si accede appunto alla sala dipinta dal suo ospite, come a rappresentare una deformazione professionale.

La Dogana ha una sua storia con cui ogni artista si è dovuto relazionare

Tutto assume più significati insomma. Tant’è che un intero padiglione dedicato al writing romano che stabilisce un legame con le forme arcaiche di arti urbane e tenta di risolvere, con un dialogo ulteriore, le diatribe tra i graffitari e il fenomeno della street art commerciabile, nel solco di quella che è la sfida simbolo di questo attrito annoso, ovvero il diverbio semantico combattuto a colpi di spray tra Robo e Bansky.

Nulla o quasi è affidato al puro caso. Gran parte dei meriti sono della curatrice di Outdoor, Antonella Di Lullo. Lei, già lo scorso anno, ci aveva catturato, con l’affermazione “ho più di trent’anni e quindi non sono un giovane talento”. Moving forward, il tema di quest’anno, le si addice molto come concetto: «Bisogna fare una riflessione sul luogo: questo, la Dogana, ha una sua storia e dunque ogni artista si è dovuto relazionare con lo spazio anche in maniera tridimensionale; in più allestire Outdoor in un capannone, abbandonando la strada e i format delle scorse edizioni, presuppone la scelta dello spettatore di entrare, non di trovarsi di fronte a qualcosa che è davanti ai suoi occhi indipendentemente dalla propria volontà; l’arte non ha il compito di riqualificare ma di colpire».