Se Pertini diventa un meme: come la Gente ha preso il potere

Nel suo libro "La gente" il giornalista Leonardo Bianchi ripercorre il decennio che ha cambiato il paradigma politico italiano, gli anni del Gentismo. Tra bufale online, piazze urlanti e la deformazione sistematica di eventi storici, così è nato un "movimento" che tiene assieme le carnevalate di piazza e (forse) il prossimo Presidente del Consiglio

Ne ha viste, e documentate, di cose paradossali e difficilmente comprensibili negli ultimi anni Leonardo Bianchi. Come cronista, inviato di Vice e di Internazionale, ha girato le periferie in rivolta, ha seguito cortei contro la scienza e il buon senso, arato Facebook in cerca delle pagine che hanno cambiato per sempre, probabilmente non in meglio, il modo di fare comunicazione politica, ha incontrato complottisti e freak di ogni sorta. Eppure nemmeno lui poteva aspettarsi una recensione, seppur non dichiarata, da parte di Diego Fusaro, una sorta di bolla papale per il suo primo libro, La Gente. Viaggio nell’Italia del risentimento, pubblicato negli scorsi giorni da Minimum Fax. “Organica alla Destra liberista-finanziaria del Danaro, la Sinistra liberal-libertaria del Costume ha coniato una nuova categoria per demonizzare ogni anelito delle classi nazionali-popolari dei lavoratori: gentismo è la nuova etichetta con cui il pensiero unico politicamente corretto ostenta il suo disprezzo per la gente comune, per i lavoratori, per le masse nazionali-popolari”, ha scritto nelle scorse ore sulla sua pagina Facebook il filosofo che si autodefinisce marxista, la cui figura meriterebbe un’analisi a parte (non l’avesse già fatto qualcuno).

Il libro di Bianchi è un viaggio lungo le coordinate dello spazio e del tempo, nel tentativo di sezionare, problematizzare e restituire “il più capito possibile” quel movimento composito che in Italia, e non solo qui, nell’ultimo decennio ha portato alla ribalta fenomeni e pratiche politiche che un tempo sarebbero state derubricate a puro folklore. Lungo le 289 pagine sono ricostruiti i momenti di “gentismo” più clamorosi degli ultimi 10 anni. Da lì si passa per i Forconi e le loro rotonde occupate, attraverso le barricate contro i migranti di Gorino, nel ferrarese, per gli slogan Je Suis Stacchio e la gente in piazza per un benzinaio “sceriffo”, dalle periferie romane ai saluti romani, fino a scie chimiche e antivaccinisti. Gruppi disorganizzati, per molti versi improponibili, che sono riusciti a darsi una ragione di vita, e a raggiungere al cuore una vasta platea. Dalla piazza si passa alla Rete, detonatore capace di disintermediare ciò che prima doveva rimanere filtrato, e viceversa, da slogan sgrammaticati a post pure peggio.

La rassegna shakera fenomeni da baraccone, carnevalate e nuovi mostri, ma accanto a loro, sotto la stessa ampia e ospitale definizione, trova posto anche un partito a vocazione maggioritaria, oppure Matteo Salvini e la sua Lega sovranista. Il gentismo è quasi sempre di destra, come le istanze di cui si fa portavoce, ma, versione più adatta ai tempi e al contesto di un termine ben più collaudato come “populismo”, non ne è immune il centrosinistra, come il libro racconta nel capitolo dedicato a Matteo Renzi e alle sua campagna per il Referendum costituzionale, così simile rispetto a quella dei rivali. Perché La Gente, pur con un costante ricorso all’arma dell’ironia, connaturata alla penna dell’autore e inevitabile visti alcuni dei soggetti della sceneggiatura, è anzitutto un lavoro reportagistico e sociologico. E ci racconta che gli schemi siano saltati, e le regole della politica con cui siamo cresciuti non valgano più. Perché ora vale tutto. 

Nei primi capitoli il libro presta non poca attenzione alla questione nominale: il primo termine che compare è Gentocrazia.

Il concetto è formulato per la prima volta da Beppe Grillo nel corso di un’intervista al Corriere della Sera, in occasione di un suo spettacolo del 1992, in cui faceva intervenire telefonicamente della gente. Allora era un’idea dirompente: anche sul palco di un teatro saltavano molte delle intermediazioni tradizionali, e il pubblico interveniva direttamente. Il libro parte proprio da lì, perché, mentre Grillo faceva il suo show, avveniva un altro fatto, in un primo momento molto sottovalutato: l’arresto di Mario Chiesa, che avrebbe innescato Tangentopoli e il crollo di un sistema politico. I semi della nascita del Movimento 5 Stelle vanno ricercati in quei giorni di 25 anni fa.

Il termine gentismo è stato coniato qualche tempo dopo. Qual è la definizione che ne dai tu? 

Il gentismo è una forma particolare di populismo. Tengo come valida la definizione che dà la Treccani: un atteggiamento politico di calcolata condiscendenza verso interessi, desideri, richieste presuntivamente espressi dalla gente, considerata come un insieme vasto e, sotto il profilo sociologico, indistinto. Negli anni la definizione ha subito varie evoluzioni: Nadia Urbinati associa il gentismo al modo di fare politica dei 5 Stelle, altri lo connettono a chi sta su Internet e lo riempie di bufale.

In ogni caso, nulla di particolarmente edificante.

Nel libro dico ciò che secondo me rappresenta il concetto di “gente” oggi, lo problematizzo e cerco di raccontare come è cambiato. Non a caso ho chiamato il libro La Gente, e non La GGGente, o cose così, per prendere in giro chi usa i punti esclamativi a caso online e crede a ogni fregnaccia. Provo anche a fare un lavoro storiografico: ritorno agli anni ’90, dove si usa per la prima volta il lemma gente, affiancato a un soggetto politico. Fondamentale è un libro del 1995, La sinistra populista, a cura di Sergio Bianchi, in cui si ipotizza il superamento del concetto di popolo per quello, appunto, di gente, che emerge da una retorica sondaggistica e pubblicitaria, e si concentra sul consumo. In tal senso, si sostiene nel libro, la gente è un contenitore vuoto, in cui chiunque può metterci quello che gli pare.

Nel calderone finiscono per convivere delle macchiette senza alcuna credibilità e il potenziale prossimo Presidente del Consiglio. Come siamo arrivati a questo punto?

Io ho fissato come anno zero l’uscita del libro La Casta, nel 2007. Lì, secondo me, è saltato tutto. Fatte queste premesse, è perfettamente logico che, da questa specie di magma che ribolle e sfugge da definizioni, possano emergere allo stesso tempo il leader dei Forconi e politici che vengono considerati la speranza per il Paese da milioni di elettori. Il paradigma della politica italiana è mutato irreversibilmente, e servono nuovi strumenti per comprenderlo. Di certo non bastano più le categorie spicciole e denigratorie con cui si è fino a questo momento analizzato un fenomeno come il Movimento 5 Stelle.

Che ha degli aspetti positivi?

Non sono un loro sostenitore. Ma ritengo che abbiano portato a un certo grado di ripoliticizzazione della masse, la storia dirà se sia stata una cosa positiva oppure una degenerazione. Sono stati protagonisti di un fase di cambiamento, delicata, e con ogni probabilità centrale, della politica italiana.

Nella politica, è una regola, nulla si crea e nulla di distrugge. Prima dei gentisti odierni c’erano stati L’Uomo Qualunque e la maggioranza silenziosa, i missini più battaglieri e Umberto Bossi in canottiera.  Chi sono i padri nobili di questo “movimento”?

Padri nobili in senso tradizionale non ce ne sono. Ma io faccio un nome: Sandro Pertini. Non quello reale, ma un Pertini immaginato, che vive nei meme, con il pugno alzato minaccioso e ripete all’infinito la frase apocrifa sul governo che va cacciato con le pietre, quando non fa ciò che vuole il popolo. Anche per questo il fenomeno risulta così difficile da leggere: perché non ha radici profonde nel passato, anzi spesso sfigura, deforma i fatti e i personaggi a proprio piacimento. Pertini era combattivo, tutto qua, portato ai tempi nostri è diventato il paladino della gente comune.

Un ruolo tutt’altro che irrilevante è giocato dai media. Qual è stato il contributo di format come Striscia la Notizia, Le Iene o Lo Zoo di 105 nella gestazione del gentismo?

Lo Zoo aveva rubrica che si chiamava Un vaffanculo a: nel 2009, in piena bufera anticasta, mandava affanculo tutto il concetto di rappresentanza, spesso con accenti xenofobi e di livello gretto, e dava perfettamente conto del clima culturale in cui si sguazzava allora, e che è riesploso dopo la caduta di Berlusconi, che aveva fatto un po’ da coperchio. Il terreno è stato senz’altro dissodato dallo Zoo, o dalle tirate contro i politici di Brignano in prima serata alle Iene. Fino al cortocircuito rappresentato Rajae Bezzaz, che a Striscia ha inaugurato una rubrica sui gentisti di casa nostra, in cui intervista Er Faina, Fede Rossi e simili. Ma quelle web star sono il prodotto culturale di un programma come quello di Ricci, tutto ciò è inquietante e affascinante allo stesso tempo.

A proposito di tv, è vero che Piero Pelù da Fazio ha messo in guardia contro le scie chimiche.

Sì, è successo anche questo.

I complottisti meritano un capitolo del tuo libro. Come si diventa tale?

Una volta, durante un convegno No Vax, un pediatra ha detto: “Noi non siamo complottisti, ma anticomplottisti, perché diciamo quello che gli altri non dicono: la verità”. Se entri nella loro testa, le cose si ribaltano. Tutti abbiamo dei pregiudizi e dei bias cognitivi, e le teorie del complotto sono utili a crearsi una realtà parallela, facile da capire e sempre a disposizione.

Facciamo “l’uovo e la gallina”. Chi viene prima tra la Rete e il gentismo?

Internet è nato dopo il gentismo, un termine che, come detto, c’è dagli anni ‘90. Tutti quanti usiamo questo strumento, anche i gentisti. Da qui a dire che abbia determinato l’esplosione del fenomeno non sono d’accordo: sicuramente ha contribuito a diffonderlo, così come, però, diffonde le teorie contrarie e al gentismo.

Nel mondo reale, il fenomeno è composto da piazze urlanti che vanno dal Veneto al delta del Po, fino alle periferie romane. Tutti paiono avere un motivo per sentirsi emarginati e rivendicare dignità. È questo il tratto comune?

Diciamo che il gentismo si declina in vari modi, e in vari territori. Nel libro porto esempi concreti. Il caso Stacchio, in tal senso, è scolastico, e può ricadere sotto il cappello del gentismo, perché, in quel caso, da un episodio cruento di cronaca, si è messo in moto un meccanismo politico inedito. In Veneto, talvolta, accade così. Perché la paura della criminalità è uno di sentimenti che più strutturano una comunità in questo momento storico, gli danno un senso. Secondo, da quelle parti, le rapine e i furti in casa non sono vissuti come un fatto che riguarda il singolo, ma come qualcosa che intacca lo stile di vita di una comunità. Così si crea una reazione potente che parte dal basso, su cui poi la politica si innesta. Gorino e i cortei delle periferie romane sono discorsi diversi, ma anche loro sono eventi che conquistano la ribalta nazionale, grazia alla paura e al mito della sicurezza.

Quello che mi ha sempre colpito è la sproporzione tra i ruoli (e le presunte colpe) di personaggi come Laura Boldrini o l’ex ministro Kyenge e l’odio che riescono a generare. O come fatti e temi inesistenti o minori, penso al cosiddetto Gender, siano diventati la Battaglia da combattere. Perché la gente ha così tanto bisogno di un nemico, e come li sceglie?

I gentisti strutturano la propria identità in contrapposizione a un nemico, dividono tutto in buoni o cattivi. Per un razzista il male è la Kyenge, per una persona di destra o un sessista è la Boldrini, per un cattolico è l’“ideologia gender” (tra virgolette). Io nel libro cerco di capire come nascono certi flussi di odio. In questo ultimo caso racconto come un dispositivo politico creato dal Vaticano abbia deformato alcune teorie femministe e queer, per rivitalizzare un certo attivismo cattolico, che negli ultimi anni si era un po’ spento. Dal 2013 a oggi così abbiamo assistito alla rinascita dei vecchi movimenti antiabortisti, che hanno trovato una causa per lottare. Capire come si innescano simili meccanismi è decisivo.