Incredibile! Quest’uomo ha scoperto un legame fra hip hop e alieni. La scienza lo odia

Il nuovo libro del nostro fumettista preferito, il Dr. Pira, snocciola delle teorie assurde, che però non vanno prese troppo sul serio. Proprio come i link che portano titoli del genere
Artwork: Alberta Cuccia

Artwork: Alberta Cuccia


Esiste tutta una macro teoria che mette in relazione gli alieni e la storia dell’hip hop. Ad averla formulata per primo non è di certo Maurizio “Dr. Pira” Piraccini, che queste storie le ha solo rielaborate, arricchite di nuovi spunti e disegni e impaginate nel sensazionale La vera storia dell’hip hop edito da Rizzoli. I veri responsabili, per quanto il titolo dell’intervista sia proprio un bel clickbait, sono proprio gli stessi scugnizzi che in quei lontani Settanta hanno originato il genere musicale più diffuso oggi su questo pianeta.

Cosa sapevano Afrika Bambataa e Kool Herc che noi non sappiamo? Chi è stato a causare il grande blackout di NYC nel ’77, quello che ha permesso a tutti ‘sti ragazzacci di razziare negozi di elettronica e pomparsi i sound system? Forse, proprio come nella Bibbia e nella mitologia della maggior parte delle culture, un aiutino è arrivato proprio dal cielo. Magari da piccoli omini verdi che guidano delle gigantesche rustichelle volanti. Teorie campate per aria oppure vera inchiesta ufologica?

Dopo L’Almanacco che raccoglie tutti i suoi illustri Fumetti della Gleba, il nostro fumettista preferito si è impelagato in un progetto scomodo. “TUTTO QUELLO CHE NON VOGLIONO FARTI SAPERE SUI LEGAMI TRA GLI ALIENI E LA MUSICA DEL MOMENTO” recita il sottotitolo del libro del Pira, che si presenta una mattina in redazione con un sorriso contagioso, uno zaino immenso da montagna e un cappello di lana fatto dai peruviani con sopra la faccia di Doraemon. Accessorio che gli ho invidiato un sacco.

Prima di tutto, tu credi fermamente in queste cose?
Diciamo che è una via di mezzo. È una roba che mi incuriosisce, ma ho sempre guardato a quel fenomeno con un occhio esterno. Quando ho iniziato a fare graffiti, negli anni Novanta, andavo ai contest organizzati dalle crew hip hop, però ascoltavo punk hardcore. Mi interessavano solo i graffiti, non l’hip hop. In più, mi guardavano tutti male perché facevo disegni storti. Nell’hip hop andava tantissimo il Wildstyle, cioè lo stile grafico ben preciso che secondo la vecchia scuola andava associato ai rapper. A me invece piacevano i disegni matti, che sembrano fatti male. Ne ho fatti anche io di treni con il Wildstyle, però poi quando è arrivato questo stile svedese—quello di disegni storti—poi mi sono convertito. Quindi poteva capitare che facessi un treno tutto dipinto a mattoni. Con la mia crew, la OK, facevamo delle robe che nell’ambiente erano viste perlopiù con sospetto. Figurati poi quando nel 2001/2002 gli organizzatori un contest di graffiti ci hanno messo in finale perché piacevamo ai giudici. Ci hanno chiamato e ci hanno messo subito in finale. Pensa cosa devono aver pensato le altre crew che si sono fatte il mazzo per passare tutte le selezioni. Sono sempre stato un po’ un osservatore esterno dell’hip hop.

E com’era andato il contest, alla fine?
Bene, ho vinto la gara di tag. All’epoca mi taggavo “suede”. Qui a Milano ce n’è un bel po’ di quelle scritte. Ricordo che, quando ancora c’era poca street art e tante tag, avevo iniziato a disegnare una scarpa stilizzata e utilizzarla come tag. Ti parlo del 1998.

È come se avessi anticipato di 20 anni le emoji.
Non sono stato proprio il primo a farlo, eh.

In ogni caso, il tuo approccio è stato originale e non hai mai pensato di fare una divulgazione scientificamente pretenziosa.
No, mai. Prima di questo libro e dell’Almanacco avevo fatto la serie del Gatto Mondadory. In quel libro si parla principalmente dei Puffi, quindi all’epoca ho pensato fosse divertente sviluppare una ricerca sulle teorie più disparate su di loro. La forma con cui si presenta è se vogliamo l’opposto de La Vera Storia dell’Hip Hop, era a fumetti con degli inserti di due pagine di testo ogni capitolo. Pian piano ho notato che mi piaceva cercare degli argomenti che potessi inserire nel mezzo, in modo da allungare il tempo di lettura senza dover fare degli spiegoni nella parte disegnata.

E che teorie hai trovato sui Puffi?
Ho preso spunto da alcuni libri anni Settanta sugli alieni, tipo quelli scritti da Peter Kolosimo. Erano tutte teorie, tornate tra l’altro di moda oggi, che riguardano gli alieni e l’antichità. Mi scambiavo molti di questi libri con 108 [street artist, ndr] e proprio con lui avevo messo in piedi un progetto musicale ambient/psichedelico di nome AQUARIUS OMEGA. Facevamo anche i live proiettando alle nostre spalle immagini di UFO, piramidi, anni Settanta. Ora non suoniamo più ma l’approccio era che in quelle teorie noi non credevamo. Non dicevamo: “Ah, ho capito! ORA HO LA VERITÀ ASSOLUTA!” Anche perché—posso dirti?—sono quasi sicuro che Peter Kolosimo si inventava metà delle cose che scriveva. L’idea di base non era il complottismo o la presunzione di dire “Oh, guarda che le cose stanno così e quegli altri te lo vogliono nascondere”. Io non sono sicuro di niente e nemmeno voglio esserlo, il mio è solo un approccio come un altro. Tutti conoscono le storie che ti dicevano a catechismo, ma se ti vai a rileggere il mito di Elia, che sale in cielo con un carro di fuoco, sembra proprio la storia di un UFO, come diceva Biglino. Non dico che è la verità, dico che è affascinante pensarlo.

Anche tu hai calcato la mano come i tuoi predecessori?
Gente come Viglino in realtà non credo che ci credesse neanche, agli alieni. Sui Puffi ci sono arrivato mentre ero al cesso. Stavo leggendo un libro di Kolosimo su Atlantide che si chiama Il Paese degli Uomini Blu. Mentre leggevo quello pensavo agli Snorkies, hai presente quegli omini dei cartoni animati che vivevano in fondo al mare? Da piccolo credevo che fossero imparentati con i Puffi perché avevano una protuberanza simile sulla testa, vivevano in comunità simili, eccetera. Ho detto: “Cazzo, è tutto collegato!” Ovviamente lo so che non è così, però la lettura surreale mi diverte. Poi da lì partono tutte le teorie. Tipo, come si riproducono i Puffi? Se fossimo superficiali, diremmo che si riproducono tutti con Puffetta.

Eh già, ma Grande Puffo è molto più vecchio di lei. Quindi come è nato lui?
Lei è stata introdotta da Gargamella per ingannare e ammaliare i Puffi. Ho cercato un po’ di teorie sui forum ma non ne ho trovate di interessanti: c’era quella sui Puffi comunisti, quella del “tutti su Puffetta” e così via. È impossibile pensare che lei scopava con tutti, perché si vede che non sono mammiferi. Così ho pensato che Grande Puffo in realtà è molto più grande di come appare e da lui si generano gli altri Puffi.

Praticamente, si scinde per mitosi.
Esatto, una roba simile. Facendo altre ricerche poi, più incentrate sul metodo di scrittura, ho scoperto che le strutture narrative derivano tutte dalla mitologia. Il primo libro che ho scritto sul Gatto Mondadory era su un’avventura classica con la quest, il secondo era una quest ma senza missione, mentre il terzo aveva una trama circolare, che si basa su due mondi. Per quello, che i Puffi mi sono tornati comodi. Nel primo film dei Puffi, loro non compaiono finché qualcuno non fa un viaggio psichedelico grazie a un mago. Solo così, passando in un altro mondo, per la prima volta vediamo gli omini blu. Da lì ho collegato Avatar, il mito di Orfeo che va nell’Aldilà e altre storie. Era una bella trama, una finzione costruita come se fosse il diario di Gandalf. Quindi l’idea che mi è venuta è stata quella di fare un bel libro ma non trovavo proposte soddisfacenti da parte degli editori. Così mi sono autoprodotto il libro insieme a Corpoc, dei miei amici di Bergamo che fanno serigrafia, e ci siamo organizzati dei tour per portarlo in giro. Giravamo per librerie facendo presentazioni con Powerpoint in cui snocciolavo queste teorie sui Puffi. Finita la presentazione però nessuno se ne andava mai via. Stavamo delle ore col pubblico a parlare di filosofia partendo dai Puffi.

E questo libro alla fine?
Sono andato dai ragazzi di Rizzoli proponendo un titolo tipo La Verità sui Puffi, che si potrebbe fare se la spacci come ricerca. Già mi faceva ridere che l’ufficio legale di Rizzoli si fosse messo all’opera per trovarmi le licenze sui Puffi, però poi la cosa non è andata in porto perché non era molto fattibile.

E quindi al posto dei Puffi hai dovuto trovare qualcos’altro.
Sì, quindi l’idea di base era di trovare un argomento per parlare di altro. Facevo già una serie su VICE che parlava di rap, ghetto, alieni. La proposta è piaciuta, ma non mi andava di disegnarlo tutto. Quindi mi hanno chiesto di fare una ricerca, corredata di qualche fumetto qua e là. Così ho chiesto a Rico degli Uochi Toki di beccarci e passare una settimana a scrivere e buttare giù teorie e storie, dato che lui è un grande esperto di hip hop.

C’è stato un momento in cui ti sei detto: “OK, no, qui ho esagerato con la fantasia”?
In realtà no, avendo visto documentari, letto molti libri, ho visto che la storia filava via liscia senza forzature. Ti assicuro che non ci sono esagerazioni. Te lo leggi come un libro di Kolosimo e pensi: “Vabbè, probabilmente sono cazzate, però alla fine viste così filano.” Molte robe non erano previste.

Foto di mano sinistra del Pira che legge il suo libro.

Foto di mano sinistra del Pira che legge il suo libro.

Il libro praticamente si apre con il viaggio in Africa di Afrika Bambataa. Cosa è successo in quel viaggio?
Nessuno lo sa. Se devo darti una versione realistica, in concomitanza con la nascita dell’hip hop circolavano molto le teorie di cui sopra. Quindi verosimilmente, ci si è intrippato pure lui. Caso vuole che che in Guinea e Nigeria c’era questa tribù dei Dogon che ha tantissime implicazioni con uomini venuti dallo spazio. Uomini pesce che hanno insegnato loro tantissime cose. Forse Afrika Bambataa nel suo viaggio ha visto più di quello che doveva vedere.

Ma ‘sti alieni, perché proprio l’hip hop?
In realtà, se ci basiamo sui veri fatti storici, Afrika Bambataa e qualcun altro si sono appassionati di queste teorie che c’erano già in giro. Quindi, essendosi originato da loro l’hip hop, ci si è portati dietro queste cospirazioni e anno dopo anno ci hanno tessuto delle trame sopra. È vero pure che l’hip hop, visto dall’esterno, è un fenomeno davvero unico, pazzissimo. Questa gente viveva in un posto orribile, il Bronx, e di punto in bianco si è messa a fare delle feste allucinanti.

In più, c’è questa storia incredibile del Grande Blackout di NYC del 13 luglio 1977. Storia che tu tra l’altro affronti nel libro.
Sì, è assurdo come questi ragazzi, anziché mettersi a rubare soldi o gioiellerie, abbiano assaltato i negozi di elettronica per pomparsi gli impianti. Quelli da usare alle feste. Per farlo, devi essere in un modo di pensiero molto diverso dal normale, un pensiero più elevato, creativo.

Però nel libro non ho visto molto spazio all’hip hop italiano, nonostante ci siano parecchie teorie archeo-aliene, come quella degi graffiti in Valcamonica. Come mai?
Eh ho cercato degli agganci con la roba italiana, però alla fine non ho trovato storie che si incastrassero bene. Qualcosa negli anni Novanta mi tornava un po’, con personaggi come DJ Gruff o quelli che erano proprio parte della Zulu Nation. Ora è un aspetto che si è un po’ perso, però all’epoca c’era molta eccentricità freak che parlavano di stile, vibra. Cose un po’ esoteriche se vogliamo. C’era anche un breakdancer che era pure riuscito a entrare nella rocksteady crew, non ricordo il nome. Comunque, alla fine ho preferito limitarmi alla storia dell’hip hop, quello americano. Gente magari che credeva nelle stesse teorie cosmiche, tipo Afrika e Run DMC, ma che magari aveva percorsi e stili totalmente diversi. Uno vestito da santone cosmico e gli altri con jeans e scarpe adidas.

E, buttandola sul ridere, ti sei anche risparmiato lo scazzo di passare per il Marco Colubro o il Tom Delonge di turno.
Sì, ho voluto dissacrare. Al giorno d’oggi dissacrare suona come voler smontare totalmente qualcuno. In realtà si tratta di togliere il lato “sacro” (inteso come formale, istituzionale) per svelare quello più vero e spontaneo. Se sei permalosamente convinto di te stesso e delle tue idee, rischi di essere attaccabile, perdi di vista il punto.

Se volete vedere il Pira fare la breakdance, il 2 febbraio all’Apollo Club di Milano (Via Borsi 9) ci sarà la festa di lancio del libro.