Baricco, Fedez e CityLife

Oggi compie 60 anni l'unica rockstar della letteratura italiana e, per l'occasione, scriviamo una ‘cover’ della sua Cappella Sistina sulle note di Tom Waits, ma riarrangiandola ai giorni nostri.

Alessandro Baricco. Foto di Camilla Morandi / IPA


logo Michele Monina

Oggi Alessandro Baricco compie sessant’anni. Alessandro Baricco è la sola vera rockstar del nostro panorama letterario, presenti esclusi. Chiunque lo abbia visto recentemente raccontarci Furore di Steinbeck in TV ben lo sa, come chiunque lo abbia sentito collaborare con gli Air, ai tempi di City, o chiunque si ricordi, indietro negli anni, mentre ci raccontava Proust o Hubert Selby Jr dentro la televisione, le maniche della camicia costantemente arrotolate, l’effluvio a incepparsi sulla esse sdrucciola, l’accento sabaudo, ben lo sa. Baricco è la sola vera rockstar del nostro panorama, mainstream più di ogni altro, se ne facciano una ragione Stefano Benni, troppo schierato, o Fabio Volo, troppo leggero.

Per omaggiarlo se ne poteva tratteggiare un ritratto, magari anche letterario. Indugiare sui capelli da sempre spettinati, ora anche brizzolati tendente al bianco, sessant’anni son sessant’anni, sullo sguardo sornione, di chi sa trovare una immagine capace di fermarsi nella memoria, la postura di chi suggerisce le parole a chi governa, stabile nella sua inatleticità. Avrei potuto tratteggiare un ritratto, magari anche letterario, ma visto che siamo in un magazine che si occupa di musica, principalmente, ho optato per fare una cover. Sì, come succede con le vere rockstar, ho deciso di fare una cover di Baricco, mettendoci tutta la sua poetica, reinterpretata alla nostra maniera.

Siccome, però, lo spazio a disposizione è quello di un articolo, e non di un romanzo, cavallo di battaglia del nostro, ho deciso di scegliere uno tra i suoi scritti finiti in un libro, Barnum, dopo aver fatto il loro esordio su di un quotidiano, La Stampa nello specifico. Si tratta del mitico e mitologico pezzo La Cappella Sistina, ascoltando Tom Waits. Un pezzo talmente mitico e mitologico, in una parola baricchiano, da non necessitare grandi preamboli. Il nostro va a visitare la Cappella Sistina, uno dei luoghi d’arte e di fede più noti al mondo, di fede in quanto luogo d’altissima arte, per altro, e nel farlo decide di farsi accompagnare dalle note e dalla voce rauca e evocativa di Tom Waits. Il resto è storia. Parole e storia.

Siccome però una cover necessita sì della scrittura originale del brano, a fare da base per la nuova versione, ma anche di un taglio proprio, originale, per evitare che si tratti di qualcosa di troppo vicino al karaoke o semplicemente di qualcosa che paragonato all’originale finisca per farlo rimpiangere, la cover del pezzo La Cappella sistina, ascoltando Tom Waits, ormai vecchia e stravecchia, ha dovuto fare i conti con l’oggi, con la penna dell’autore, che poi sarei io, e con il fatto che a Milano non abbiamo la Cappella Sistina, nonché col fatto che forse di fronte a tanta altezza, la Cappella Sistina e la musica di Tom Waits e la penna di Alessandro Baricco, forse era il caso di creare un diversivo, così da non rimanere schiacciati dal confronto e da strappare un sorriso bonario e atto a portare il lettore dalla propria parte, puntando quindi decisamente verso il basso.

Bene.
Alto loro, Michelangelo, Tom Waits e Baricco, basso noi.
Ma noi chi?
Ovvio, io, che l’articolo lo sto scrivendo, ma poi chi altro?

Mancano giusto il luogo da visitare e l’artista con cui accompagnare la visita, con la sua voce e la sua musica a fare da colonna sonora. Visto che di basso si parla, tanto vale esagerare e mirare direttamente al più basso di tutti, e da lì partire, a ritroso come Huysmann, per identificare il luogo da narrare. Eccomi quindi con Fedez nelle orecchie a CityLife, il nuovo quartiere di lusso sorto laddove un tempo pulsava la Fiera di Milano.
Cominciamo.

La Cappella Sistina, prima di vederla, la senti. Tipo caramella balsamica: la senti nel naso e nelle orecchie. Così cominciava, con effetti speciali degni della rockstar letteraria che è, La Cappella Sistina, ascoltando Tom Waits. Poi proseguiva nella descrizione, con una sequenza impressionante di aggettivi, studiati nei dettagli, alcuni mirabili, altri mirabolanti (accostare la Cappella Sistina all’odore di ascelle e di calzini è l’opera struggente di un formidabile genio, non ce n’è). Baricco al 100%.
CityLife non la senti prima di vederla. Non la senti proprio, neanche quando ci sei in mezzo. Niente caramelle baslamiche. Niente caramelle. Perché è stata fatta l’altro ieri, e l’architettura, oggi, guarda all’inquinamento acustico con un’attenzione spasmodica, non potendo arginare lo smog vero e proprio. Cammini per i prati tirati a lucido, o meglio, attraversando i prati tirati a lucido, quelli che introducono al centro di questa piccola città nella piccola metropoli e non senti niente.

Neanche il vento, negato dal fatto che siamo in una conca. Niente odori di umanità, perché CityLife sta all’umanità quanto i protagonisti di un romanzo di James Ballard stanno all’empatia. Ecco, James Ballard sarebbe fiero di CityLife, perché sembra uscita fuori proprio da un suo romanzo, Condominium, e volendo anche da quel capolavoro di L’isola di cemento. Perché camminando per CityLife, almeno in un pomeriggio lavorativo, corri il rischio di non incrociare nessuno. Quantomeno nessuno che sia interessato a incrociare te, tutti intenti a parlare allo smartphone, usando cuffiette di ultima generazione senza fili, o più in generale a non incularsi nessuno, pena il dover sorridere, non sia mai, e magari anche salutare. Non che uno si aspetti di incontrare l’amore della sua vita, passeggiando per un quartiere che mette in evidenza collinette artificiali e grattacieli in puro stile Dubai, anche perché l’amore della mia vita l’ho incontrato in riva al mare, ma quantomeno un refolo di vita, un segno dall’aldilà sì.

C’è tanto verde, a CityLife. C’è anche tanta acqua, sullo stile di Piazza Gae Aulenti acqua bassa, forse per tutelare la salvaguardia di uno dei suoi abitanti più insigni, Fedez, appunto, vedi tu quanto conta la vipness da queste parti. Ci sono palazzi che ripropongono la silhouette di una nave, con finestre che in realtà sono oblò. Manca giusto il mare, ma tanto siamo a Milano, questi hanno considerato per anni mare l’Idroscalo, magari si fanno fregare pure da quelle pozze di cui sopra. C’è legno che correda il bianco, per dare al tutto una parvenza di natura. Ci sono le biciclette parcheggiate lungo i vialetti, quelle gialle di Ofo e quelle grige e rosse di MoBike. Non ce ne sono altre, quelle private, perché CityLife vuole essere a suo modo bio, a impatto zero. Anche il cemento non sembra cemento, nemmeno quello del centro commerciale, sempre in legno, apparentemente, centro della piccola città dentro la piccola metropoli, piazza sulla quale si masturberebbe a lungo anche Marc Augé.

C’è silenzio qui. Troppo silenzio. Dato che contro quel silenzio bisogna pur fare qualcosa mi infilo le cuffiette e vado su Spotify nel mio smartphone. No, non è vero. Non voglio lasciare traccia ulteriore di quanto sto per andare a fare. Le canzoni che sto per ascoltare le ho crackate prima, tanto Fedez, che qui a CityLife vive, non ha bisogno dei miei millesimi di centesimo d’euro. Perché è Fedez che voglio ascoltare qui, il basso nel basso, il brutto che anche se contestualizzato non si riesce a elevare e brutto rimane, l’abisso.

Immaginatemi nel crocevia di viali che accede alla piazza in mezzo ai tre grattacieli dubaiani. Le braccia aperte a croce, tanto per omaggiare, residuo di dignità, il crocicchio del diavolo di Robert Johnson. Nelle orecchie il rapper di Rozzano, quella Rozzano che si intravede dalla terrazza del suo lussuoso appartamento, ci tiene a far sapere, qui a CityLife, mi sta imbruttendo con giochi di parole che neanche le imitazioni dei giornali diretti da Sandro Meyer della Settimana Enigmistica. Il tutto con accento marcatamente milanese, che accostato a un populismo da ipermercato crea una vertigine capace di inghiottirti e di farti rimpiangere, dello stesso rimpianto malinconico che spinge alla saudade i giocatori brasiliani che giocano nel campionato norvegese nel periodo del Carnevale di Rio, tutto sambe e chiappe appena sottolineate da microscopici perizomi, l’ odore di ascelle e di calzini.

Ecco, mentre Fedez innalza con la sua visione dell’Italia di oggi un qualsiasi Clemente Mastella a ruolo di statista, ma statisti illuminati, tipo Churchill o più indietro nel tempo Jefferson, io sono qui, nel giorno del sessantesimo compleanno di Alessandro Barico nel centro esatto di CityLife, piccola città dentro la piccola metropoli.
Una brutta esperienza vissuta per augurare lunga vita alla rockstar della nostra letteratura.
La mia missione di mimesi finisce qui. Per ora. Il 13 marzo sono trent’anni che è morto John Holmes, magari intanto mi porto avanti.