CULTURA / Interviste

Street art, Lucamaleonte interpreta ‘Il pianeta delle scimmie’

L'omaggio di uno dei primi street artist romani "di ruolo" a uno dei protagonisti della saga. Chi c'è dietro al graffito sulla facciata del Mercato del Testaccio di Roma

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Mancano ormai una manciata di ore all’uscita nelle sale di The War – Il pianeta delle scimmie, saga che da 50 anni cavalca le scene cinematografiche e che più di ogni altra ci mostra lo scontro tra civiltà. Quali civiltà sta a ognuno scegliere, perché per fortuna il campo della metafora è ampio e ognuno può vederci ciò che vuole. Molti di noi il nuovo film ancora non l’hanno ancora visto, ma leggendo qua e là si capisce che l’introspezione la fa da padrone. Ha fatto bene quindi la 20th Century Fox Italia, che distribuirà il film nel nostro Paese, a chiamare lo street artist Lucamaleonte a celebrare il film, perché più intimo di lui nell’approccio a questo tipo d’arte non c’è nessuno. È nato a Roma, dove vive, nel 1983 e dall’inizio degli anni 2000 governa lo stencil per tracciare un percorso che fa lo slalom tra natura e classicità.

La sua storia ha inizio quando ancora era poco di moda fare l’artista urbano e soprattutto nella Capitale si doveva essere pazzi per sperare di farlo come mestiere. Diciamo che è uno dei primi e questo gli consente di capire che i blitz degli street artist sono il vezzo del prepotente e non l’audacia dell’impavido. Non va dove non è desiderato e il suo linguaggio si definisce negli anni come un colloquio diretto con chi i quartieri li vive. Allora Ecco che Way To Blue, agenzia creativa di 20th Century Fox, in collaborazione con Nufactory, realtà che a Roma organizza sempre cose interessanti (come il festival outdoor al quale noi non manchiamo mai), ha chiamato Lucamaleonte per il progetto speciale creato al Mercato di Testaccio, chiedendogli a di realizzare sulla facciata di via Franklin un murale sul film in uscita che riuscisse a non suonare come una semplice incursione commerciale.

Come si chiama il protagonista del film? Cesare. È presto fatto, ecco allora sorgere nella via tra il mercato e l’ex mattatoio un trittico che agli estremi mostra il condottiero romano e il leader delle scimmie nei loro rispettivi ritratti, mentre al centro i loro volti si fondono quasi a creare un personaggio unico. Andiamo a intervistare un tesissimo Lucamaleonte proprio davanti all’opera, a pochi minuti dall’inaugurazione. Si capisce che il nervosismo non è dovuto all’opera, infatti mi dice che il suo secondo figlio sta per nascere. Questione di ore. Allora cerchiamo di sbrigarci.

«Vedi, si percepisce che lo sguardo è lo stesso. Anche nelle distanze, restiamo comunque molto uguali. E al momento del riavvicinamento ci accorgiamo di essere simili al nostro nemico»

opera the war lucamaleonte

Parli di uno scontro in particolare?
Non proprio. Quest’opera può racchiudere molte tematiche, dallo scontro razziale a quello tra uomo e natura. La prima è paura dell’ignoto, la seconda noncuranza. Due lati della stessa medaglia, dell’arroganza insita in chi ha il potere.

È nella capacità di accogliere il diverso che si manifesta la più importante qualità degli uomini. È una questione di mancanza d’amore?
Più che altro di tolleranza. Abbiamo perso la capacità di essere misericordiosi. Ecco, non è una questione d’amore, ma di misericordia.

È per quanto riguarda la natura? È un tema ricorrente nel tuo lavoro.
Lavoro principalmente con soggetti naturali. Sto cercando di sviluppare un alfabeto di segni e simboli naturali per poi raccontare cose attuali, della mia vita. Dovremmo imparare a voler bene anche a ciò che non viene da noi.

Ma la natura è nemica dell’uomo, cerca di ucciderlo con terremoti, maremoti, clima.
Gran parte di quello che dici è causato da modifiche che l’uomo apporta al pianeta terra. La colpa è nostra ed è ora di prenderci le responsabilità. Col mio lavoro non cambierò nulla, ma racconto quello che mi piace e amo.

Sei pessimista?

Però fai figli.
Sto cercando di formare persone più responsabili. Nel mio piccolo la mia rivoluzione provo a farla.

E ci riesci?
È frustrante, perché cerco di vivere come vorrei che gli altri vivessero. È difficile, soffro molto. Persino per la macchina parcheggiata in doppia fila o per la mancanza di raccolta differenziata. Sembrano cose buoniste e stupide da dire, ma io la macchina in doppia fila non la lascio mai. Sento la responsabilità di creare un luogo migliore per tutti. Per rispondere alla tua domanda: no, non ci riesco. Ma so che se tutti partissero da questo presupposto si vivrebbe meglio. A Roma poi… Ci stiamo avviando verso l’autodistruzione.

Hai mai pensato di andare via?
Ci penso ogni giorno, ma penso anche ogni giorno di rimanere. A me Roma piace, il quartiere dove vivo è quello dove sono nato, lo amo. La mia famiglia è qui e qui sto costruendo la mia famiglia.

Però almeno la street art a Roma va alla grande.
Non vedo benissimo questo fenomeno, se ti devo dire la verità. Non ho una bella immagine di quello che sta succedendo nella scena romana e nella scena in generale in Italia. Ho la sensazione che ora ci sia la consapevolezza che questo può diventare un mestiere e allora chiunque si sente titolato a buttarsi. Ovviamente poi il tempo screma molto, ma a ondate ci sono una serie di personaggi dubbi che si propongono.

E la colpa di chi è? Artisti, galleristi, curatori?
La colpa è di tutti. Anche di noi della vecchia guardia, che non siamo riusciti a creare un po’ di consapevolezza in più o ad abituare il pubblico e i curatori a un certo un tipo di qualità. Mi prendo le mie colpe pure io quindi, ma curatori e galleristi hanno grande responsabilità. Spesso manca una direzione o un progetto che tenga conto del tessuto urbano, e tutto si riduce a un’accozzaglia di nomi.

Ovvio che su questo l’arte urbana abbia un ruolo diverso rispetto all’arte da museo.
Certo. Deve avere una reale connessione con chi vive i luoghi. Perché la street art si abita. Ci si vive dentro, o davanti. Dal punto di vista curatoriale è molto importante fare un lavoro sugli abitanti, perché devono essere responsabilizzati sulla conservazione, si devono abituare in maniera lenta e graduale alle opere. Non si possono imporre dall’alto, altrimenti non facciamo altro che fare quello che fanno i politici. Insomma vedo positivamente l’arte urbana nel momento in cui si crea un legame e si parla lo stesso linguaggio di chi vive le opere.

C’è un luogo del mondo dove preferisci lavorare?
L’erba del vicino è sempre la più verde, ma la realtà è che ogni posto ha i suoi pro e suoi contro. Io amo lavorare qui. Non ho mai avuto il coraggio di emigrare proprio perché lavorare in casa propria ti dà uno stimolo particolare.

Quest’opera del mercato verrà staccata tra qualche settimana. Ti dispiace?
No, sono abituato che le opere vengano cancellate. L’importante è saperlo. Anzi mi fa sentire meno la responsabilità di essere negli occhi di tutti per sempre. D’altronde ogni opera è come un figlio. Sai che dopo un po’ di anni devi lasciarla andare.

Non so se ha citato la parola “figlio” per ricordarmi che ha fretta o semplicemente perché ha (giustamente) la testa lì. In ogni caso funziona e chiudo l’intervista, anche se avrei voluto fargli altre domande. Lui si fionda sul telefono e che è successo proprio nei minuti di questa intervista? Si sono rotte le acque. Mi sento un po’ in colpa, ma Rolling porta bene. Auguri Luca!

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