Rita Bernardini, una vita in lotta per la legalizzazione

Da anni coltiva marijuana per darla ai malati che ne hanno bisogno, e senza farne mistero. Ci racconta cosa può fare di buono la legalizzazione, e perché non bisogna mollare
Rita Bernardini, foto di Maria Novella de Luca

Rita Bernardini, foto di Maria Novella de Luca


«Ma… quelle?». Io me la vedo la faccia di uno dei due carabinieri che la settimana scorsa è entrato in casa di Rita Bernardini, dopo che lei stessa aveva fatto una chiamata al 112 perché dei ladruncoli le erano entrati in casa, e si è trovato davanti 19 piante di marijuana alte più di due metri. «Lo sa che dobbiamo sequestrarle?» – chiede il giovane brigadiere – «In realtà mi dovrebbe arrestare», risponde lei, che da anni porta avanti una battaglia per la legalizzazione delle droghe attraverso una disobbedienza civile sbandierata sui social e attraverso le frequenze di Radio Radicale.

«Quando sono arrivata a casa e ho visto che erano entrati i ladri, lì per lì ci ho pensato se chiamare i carabinieri. Sapevo che avrebbero sequestrato le piante. Ma li ho chiamati comunque».

Rita Bernardini è uno dei volti storici e più conosciuti della galassia dei Radicali di Marco Pannella. Si è avvicinata al Partito Radicale a 21 anni (adesso ne ha 64 portati straordinariamente bene). Ha fatto il segretario di Radicali Italiani, la deputata, è stata in prima linea durante la battaglia per l’aborto, contro la fame nel mondo, per la giustizia e le carceri, per la ricerca scientifica e decine d’altre lotte di civiltà. Quella dell’antiproibizionismo è però forse la sua cifra identificativa, quella per la quale ha speso un’intera vita e per cui da anni coltiva sul terrazzo di casa piante di marijuana, chiedendo di essere arrestata. «Fuori tutti o dentro anche me» dice, denunciando l’ipocrisia e l’assurdità di una legge proibizionista che tiene in carcere tanta, troppa gente.

Quanta?
Intorno al 30% della popolazione carceraria. Poi se contiamo anche i reati connessi alla tossicodipendenza, come furti e rapine, la percentuale sale vertiginosamente.

Perché tu non sei ancora stata arrestata?
Perché fanno carta straccia del principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, e perché hanno paura che il mio arresto possa aprire finalmente il dibattito. Al rumore preferiscono un colpevole silenzio. È stata fatta anche un’interrogazione parlamentare dal deputato Tancredi Turco per chiedere al Ministro della Giustizia perché io fossi ancora a piede libero, ma nessuno ha risposto. Il 15 dicembre faremo un convegno al Partito Radicale su questo.

Quanto rischi?
Da 2 a 6 anni, e considera che ho già due condanne, una a 4 e una a 2 mesi. Ho subìto poi molti processi. L’ultima volta sono stata assolta a Siena perché “il fatto non sussiste” e, precedentemente, la Procura di Roma aveva archiviato ben 56 piante con una motivazione ipocrita, perché dicevano che le condizioni delle mie piante non avrebbero permesso lo sviluppo del principio attivo. Ovviamente cosa non vera.

Anche perché è palese che quelle piante non siano per uso personale. Non solo per la quantità, ma perché tu la cedi a terzi, ai malati che ne hanno bisogno per le cure… Praticamente saresti una spacciatrice per la giustizia italiana?
Esatto. Andrea Trisciuoglio, malato di sclerosi multipla che grazie alle cure con la cannabis non passa la sua vita su una sedia a rotelle, con l’associazione LapianTiamo (www.lapiantiamo.it) mi segnala i casi delle persone che non riescono ad avere accesso tramite il servizio sanitario nazionale alla cannabis, e io gliela do.

Rita Bernardini a Milano nel 1997

Rita Bernardini a Milano nel 1997

In realtà non molti sanno che in Italia c’è una legge che autorizza l’uso di cannabis per scopi terapeutici.
È una legge del 2007, ma il problema è che le regioni o non regolamentano la cosa o, quando lo fanno anche bene, non si attivano per rendere effettiva l’erogazione dei farmaci, quindi l’accesso diviene praticamente impossibile. A questo si aggiunge il fatto che anche i medici non conoscono la materia e quindi non prescrivono.

Per quali malattie è utile?
Moltissime: in campo oncologico in primis, per i trattamenti con la chemioterapia. E poi sclerosi multipla, sclerosi laterale amiotrofica, glaucoma, fibromialgia. Ma per la legge molte patologie vengono escluse.

Barack Obama, nella sua ultima intervista da Presidente rilasciata a Rolling Stone America, ha detto che la droga leggera andrebbe trattata come alcol e tabacco.
Qui invece abbiamo Giovanardi e Gasparri, che dicono che dovremo passare sui loro cadaveri per avere una legge che legalizzi. La situazione è un po’ migliorata da quando nel 2014 la corte costituzionale ha smontato l’impianto della legge Fini-Giovanardi, che equiparava droghe leggere e pesanti, con pene da 6 a 20 anni per qualunque tipo di sostanza. Però siamo ancora molto lontani da una legge antiproibizionista.

È stata depositata alla Camera la Proposta di Legge di Benedetto della Vedova, che è stata finalmente calendarizzata e che tratta proprio la legalizzazione delle droghe leggere. Cosa ne pensi?
È una buona proposta di legalizzazione che prevede una sorta di monopolio statale attenuato, che i maggiorenni possano detenere una quantità per uso ricreativo, che si possano coltivare fino a 5 piante. Poi viene regolamentata la coltivazione in forma associata, la vendita in negozi dedicati e l’autocoltivazione per fini terapeutici. Poi bisogna aggiungere la proposta di legge di iniziativa popolare di Radicali Italiani e Associazione Coscioni, firmata da oltre 60.000 cittadini e che va a integrare la proposta di Della Vedova con la completa depenalizzazione del consumo di tutte le sostanze e con l’abolizione del monopolio statale.

Cosa succederà?
I tempi sono maturi perché sia approvata, anche se siamo un paese sospeso da un bel po’ per il referendum costituzionale e per la crisi di governo che si è determinata dopo il voto. Comunque è significativo il fatto che per la prima volta sia stata calendarizzata una proposta di questo tipo e che sia stata presentata con adesioni trasversali in Parlamento. Ha fatto un primo passaggio in aula, ora è in commissione. Quel che è certo è che non bisogna mollare la lotta nemmeno di un millimetro.

Quanti sono gli italiani a consumare droga leggera?

Si stima tra i 4 e i 5 milioni. In pratica ogni famiglia italiana è coinvolta.

Cosa rispondi ai genitori preoccupati che la legalizzazione potrebbe facilitare l’accesso alle droghe dei più giovani?
Dico che dovrebbero essere più preoccupati oggi, perché i loro figli ora hanno accesso alle droghe molto facilmente, ma la differenza è che non sanno quello che comprano. Inoltre, il libero accesso di oggi al mercato della droga è il primo veicolo per far avvicinare i più giovani agli ambienti criminali.

Pannella è stato il primo a parlare di legalizzazione come lotta alla mafia.
Pensa che la direzione nazionale antimafia da due anni nelle sue relazioni al parlamento prende posizione a favore della legalizzazione, ma nessuno ne parla. Siamo stati noi Radicali a rendere pubblica questa cosa. Il Procuratore Gratteri sostiene che la legalizzazione della marijuana non colpirebbe le cosche, perché queste concentrano il loro traffico su eroina e cocaina. Si sbaglia profondamente. Il mercato della droga leggera è per le cosche il veicolo più importante e significativo per lo smercio di altre sostanze. Non è che le mafie si mettono a distribuire eroina e cocaina dal nulla, ma partono dalla fetta di mercato più consistente e la utilizzano come base per il resto. È importantissimo infatti separare i mercati.

Ricomincerai con la coltivazione sul tuo terrazzo?
Certo. La settimana scorsa mi hanno anche montato un impianto per coltivare marijuana nel periodo invernale. Andrò avanti fino a quando non verrà approvata una legge sulla legalizzazione o fino a quando mi arresteranno.

Ci alziamo dal salone del Partito, in via di Torre Argentina 76 a Roma, e Rita mi accompagna verso l’uscita. La storica sede radicale, che rischia di chiudere i battenti se l’anno prossimo il Partito non arriverà a 3.000 iscritti, è tappezzata di manifesti con la foto che Giovanni Gastel scattò a Marco Pannella a maggio di quest’anno proprio per Rolling Stone, ultimo servizio (da copertina) prima della morte del leader radicale.

Rita dimmi, ti manca Marco?
Era un amico, oltre che un punto di riferimento. Faceva parte della mia vita. Il fatto che non ci sia fisicamente pesa molto. Aveva però ragione quando diceva che sarebbe stato “compresente” nella vita dei radicali e non solo: sì, mi manca molto.

Già, manca molto. E, prima o dopo, se ne accorgerà tutta l’Italia.