“Non voglio più l’amore su di me”, intervista a Gipi

Nel suo nuovo "La terra dei figli" racconta in un mondo post-apocalittico il suo tema principale: il rapporto tra padri e figli. Ce ne parla l'autore, e ci racconta anche di quando il successo lo ha fatto "diventare aria"

Lo scorso novembre è uscito il nuovo libro di Gianni Pacinotti, in arte Gipi, La Terra dei Figli (Coconino Press). La storia – 300 pagine in bianco e nero – è “ambientata in un futuro imprecisato dove una società vera e propria non esiste più”, come dice l’autore. Racconta di un padre e dei suoi due figli in un mondo distopico e anfibio. In occasione dell’uscita, ho chiacchierato con Gipi e ne ho approfittato per sviare – almeno per un secondo – dalle domande che hanno dominato le interviste sulla sua ultima fatica (“il mondo rovinato dai social”) per parlare di Antropocene, ovvero l’era geologica che secondo alcuni studiosi stiamo vivendo, dominata dall’uomo e dal suo impatto sulla natura. Leggendo La terra dei figli, ho pensato alla natura e a quello che ci aspetta: il mondo del libro è acquoso e primordiale mentre nel nostro mondo la Florida sta sprofondando nell’oceano. Mi sembrava uno spunto discreto. Avevo torto.

Leggendo La Terra dei Figli ho pensato all’Antropocene: conosci la teoria? Ti ha influenzato?

Non la conosco, no. Mi sopravvaluti (ride). Se c’è caduta dentro una cosa del genere c’è andata involontariamente. Non è che io sia poco sensibile ai temi ambientali, lo sono quanto una persona mediamente civile, però non ne sono appassionato. Io ragiono in termini di tempo cosmico, siamo sul pianeta da un battito di ciglia, no? Poi non ho figli quindi sono abbastanza una merda, non c’ho nemmeno il pensiero “i miei figli dovranno avere il mare pulito”… Sono più vicino alle posizione di George Carlin su questo argomento: credo che non sia possibile salvare il pianeta, perché la Terra ci scrolla di dosso quando e come vuole. Quel suo pezzo sulla plastica è bellissimo, dice che la Terra in realtà voleva la plastica, quindi la natura ha creato l’uomo per averla.

Però, ecco, c’è una cosa che mi ha ispirato: il lago dove è ambientata la storia de La terra dei figli non è un vero lago anche se c’è un posto simile vicino a dove sono cresciuto. Si chiama Lago di Massaciuccoli e ci sono stato a filmare e a disegnare nel corso degli anni: le baracche da pesca che ho usato ne La terra dei figli sono quelle di quel lago, i cannetti son quelli… È un posto bellissimo, dove però le alghe che si sono sviluppate a causa dell’inquinamento nei mesi caldi sprigionano sostanze tossiche e se tocchi l’acqua e poi ti tocchi l’occhio, o la bevi o ne respiri i vapori, vai all’ospedale. Ciò nonostante il lago è pieno di uccelli, è un luogo ideale per il bird-watching, quindi l’ho sempre trovato interessante per questa dualità di grazia e veleno.

Nel libro torna il tema del rapporto padre-figli, a te molto caro.
È una questione che c’è in tutti i miei libri: in Appunti per una storia di guerra c’è l’assenza dei genitori, tre ragazzini che scappano di casa; in tutte le storie che ho fatto sulla mia adolescenza c’è sempre l’idea di famiglia costituita soltanto dal gruppo di amici; in Questa è la stanza ci sono storie di padri e figli; S., beh, è fatto su e per mio padre, quindi è palese; in Unastoria il protagonista ha una figlia con cui ha un rapporto difficile. Il mio sguardo però è sempre stato sul figlio, mai sul padre, invece in questo libro c’è una figura paterna che mi somiglia anche fisicamente – fino a due anni fa avevo un barbone simile al padre. In questo libro diciamo che mi sono fatto i figli che non ho nella vita reale. E poi c’è la domanda del libro, quella che si pone Lino, il figlio più giovane, che è: Ma il mi padre mi vuole bene o no? Cioè, lui perché vuole leggere quel cazzo di quaderno? È una mia ossessione, ogni scrittore penso abbia le sue e non c’è nemmeno bisogno di pensarci per scriverne, non molleranno mai. In questa storia spero che le mie ossessioni personali sperano siano state mascherate perché non volevo essere presente come lo ero stato nei libri precedenti.

Il tuo libro precedente, Unastoria, è arrivato dopo una tua grossa crisi personale e artistica durata anni, alla fine della quale hai raccontato di essere inciampato sul tavolo da disegno ricominciando a scrivere. Qui invece com’è andata?
In modo del tutto diverso. Ogni libro che faccio è una risposta al precedente e spesso è una fuga dal precedente. L’ho iniziato poco dopo Unastoria e senza sapere che cazzo stessi facendo: avevo avuto delle visioni, mi succede così, che vedo una roba e ritorna spesso e poi ci lavoro su. Nell’immagine che avevo avuto per La terra dei figli, il padre moriva e i due ragazzini gli mettevano un pesce sul petto e lo lasciavano andare alla deriva nel lago. Quindi ho disegnato una ventina di pagine, giusto per fissare su carta queste idee, e mi son fermato per quasi due anni. Lo stacco di stile di disegno si vede infatti, un po’ mi vergogno anche. Quando ho ricominciato avevo una storia pronta, perché questo libro non parla di me e quando invece parli di te non hai bisogno di sceneggiarti. Sapevo che con questa storia non avrei avuto a disposizione i trucchi dei libri precedenti, non potevo fare una pagina di testo più o meno paraculo che giustificasse un cambio di rotta improvviso nella storia. Tutto doveva succedere per le azioni e i dialoghi dei personaggi, quindi ho sceneggiato tutto ma non l’ho fatto come si fa nei fumetti: ho seguito il metodo del cinema, lo stesso formato e anche lo stesso software di scrittura.

Tornando alla tua crisi, ricordo che parlasti di Daria Bignardi, di quel momento dopo l’apparizione alla sua trasmissione televisiva, dopo la quale ci fu il tuo crollo.
Sì, poi ovviamente ognuno cerca di dare senso alla sua vita e io vedo quel momento come importante. Ma di sicuro successe qualcosa, cioè, passare dal vendere un cazzo a venderne tante copie, cambia tutto. È una cosa che succede con la celebrità o le mini-celebrità, è una cosa che fa sempre male. E fa più male quando non ha alle spalle lavoro duro e sacrificio, io per fortuna ho disegnato sin da ragazzino quindi quella cosa attutiva un po’. Ma se sei uno di provincia che non si incula nessuno, brutto come la fame, e all’improvviso il libro ha successo e le ragazze ti scrivono per andare a letto con te, fa strano, ti assicuro. Perché poi cominci a pensare che la tua opinione serva a qualcosa, ti chiamano le riviste per chiederti la tua idea sulla moda dell’anno o i dischi dell’anno, ti fanno domande sull’economia. A me è successo, e ti devi rendere conto che non bisogna rispondere, dir loro che sei la persona sbagliata. Ma la sbornia da mini-successo può convincerti di avere quasi il dovere di dare la tua opinione. Il punto è che quando apri quella porta, quella della lusinga, poi è un casino richiuderla. Cominci a scambiare la tua persona con l’immagine di te che hanno gli altri, lavori sulla costruzione di te nella direzione che gli altri si aspettano. E dopo un po’ diventi vento, un giorno ti ritrovi da solo nella tua cameretta e sei vento. Per un periodo della mia vita, insomma, sono diventato aria.

Le persone che dicono la loro su tutto mi fa tornare in mente Opinionismo, il tuo vecchio video-blog. Passando ad altro, La terra dei figli è tutta pennino e inchiostro: niente acquerello. Perché hai evitato l’acqua?
Molte ragioni: quella della fuga innanzitutto, Unastoria era piena di acquerello e quella cosa lì mi aveva portato a sentirmi dire “Ah, pittore! Acquerelli poetici!” e io, seguendo il metodo della fuga, mi sono sentito obbligato ad andarmene da lì. Ma poi ogni storia porta con sé lo stile e il metodo con cui dev’essere raccontata: sapevo che questa sarebbe stata una storia completamente cruda, con una fortissima limitazione ai sentimenti. Quindi non potevo usare una tecnica che invece gioca con lo stimolo dei sentimenti dei lettori: se faccio una tavola con il cielo ad acquerello, provoco un moto di dolcezza nel pubblico. Invece, essendo io più vicino alla figura del padre, che vieta qualsiasi sentimentalismo ai suoi figli, ho fatto la stessa cosa con i lettori. Mi sono levato tutte le armi che usavo per generare emozioni nei libri precedenti. Ed è stato molto più difficile di tutto quello che ho fatto finora. Volevo che le emozioni nascessero dalla storia, non da me. Una delle prime immagini che ho avuto lavorando a questo libro è stata quella di una lisca di pesce, cioè qualcosa che non può essere scarnificato oltre: tutta la storia è stata fatta così, con un tratto ridotto ai minimi termini.

Tornando a quello che hai detto riguardo alle frasi paracule, sono riferimenti autocritici a cose che hai fatto nel corso della tua carriera?
La mia fuga non è una strategia editoriale, magari fosse così. Io mi ritrovo impossibilitato a rifare una cosa che ho già fatto: dopo La mia vita disegnata male (LMVDM), che era stato un successo per il fumetto italiano, il mio editore avrebbe stappato lo champagne se ne avessi fatto il seguito. E io avevo il materiale per farlo, ma anche per farne altri. E avrei anche voluto farlo, ma non mi riesce: il disegno è una cosa che, purtroppo, non si attiva con la volontà. Se non ho trovato una nuova forma, mi ci posso anche mettere al tavolino ma non succede nulla. In più mi era cambiata la vita negli ultimi due anni e non avevo più quel motore dell’inquietudine dei libri precedenti, dove in sostanza chiedevo sempre affetto ai lettori. Cioè, quando metti te stesso al centro della narrazione, che tu lo voglia o no, quello che fai è chiedere amore a chi legge. E lo chiedi su per te, non per il libro. Con LMVDM, parlavo di me e quello che facevo era dire “questo è quel che faccio, non mi far del male”. Una cosa che non volevo più fare perché guardando i libri precedenti mi vergognano: non voglio più l’amore su di me, ma sui personaggi del libro – il Padre, Lino, la Strega e gli altri.