Jonathan Safran Foer su “Eccomi”, il libro più onesto che abbia mai scritto

«È sulla spaccatura che si costruiscono storie», dice lo scrittore, che torna con "Eccomi", un romanzo profondamente familiare
Jonathan Safran Foer, foto di Heike Steinweg/Opale/Leemage

Jonathan Safran Foer, foto di Heike Steinweg/Opale/Leemage


Ha esordito nel 2002 con Ogni cosa è illuminata e da subito ha stabilito un distacco importante rispetto alla letteratura americana contemporanea, usando la lingua come meglio credeva. Nel 2005 è uscito Molto forte, incredibilmente vicino, dipinto commovente e commosso della New York ferita e impolverata dell’11 settembre, e nel 2009 il saggio Se niente importa…, sulla decisione di abbracciare il vegetarianismo. Dopo 11 anni lontano dalla narrativa, esce Eccomi, un romanzo intimo, che si addentra nelle dinamiche dell’equilibrio familiare con una precisione straziante. Una mattina di sole, a Brooklyn con Jonathan Safran Foer.

Cosa è successo negli 11 anni in cui non hai scritto narrativa?
(Ride) Mi stai chiedendo come ho fatto a metterci così tanto? Sostanzialmente è nato mio figlio, che ora ha 11 anni – esattamente il tempo che ho impiegato a finire di scrivere il libro. Quando nasce un figlio, le priorità della vita si scombinano e bisogna pensare a cosa viene prima, se il lavoro o la famiglia. Sono successe anche altre cose, più dolorose, che mi hanno condotto a una riflessione profonda e impegnato in una ricerca, quasi involontaria, sulla mia vita.

Ti sei trovato cambiato, come romanziere?
Non lo so con certezza. Forse spetta ai lettori dirlo. È come quando si incontra qualcuno dopo tanto tempo e nota particolari del tuo aspetto a cui tu non avevi fatto caso. Penso di essere diventato più realista, più attento alle relazioni sociali, più immerso nel mondo.

Da questo punto di vista, Eccomi è un libro molto onesto.
Il più onesto che io abbia mai scritto. Mi sono lasciato andare fino al fondo delle relazioni personali, allo zero. È come se prima guardassi il mondo da fuori, rivolgessi l’attenzione soprattutto alle grandi imprese, ai mutamenti in grado di influenzare le vite dei singoli. Mi sembra di essere tornato coi piedi per terra.

Come sei finito ad analizzare così da vicino la condizione familiare?
Le relazioni tra esseri umani sono (quasi) sempre la base di ogni espressione artistica, letteraria, cinematografica, musicale. Non è una coincidenza se la cosa a cui più sei legato finisce nella tua arte. Succede di continuo, tutti hanno ben presente la propria posizione in relazione ai rapporti familiari.

Però hai deciso di raccontare una famiglia sull’orlo di una rottura.
La condizione di crisi è quella che trovo più interessante da descrivere. Quando un uomo o una donna si trovano faccia a faccia con la necessità di prendere una decisione come quella di stare o meno in un matrimonio, di andare a combattere una guerra o non andarci, diventano interessanti dal punto di vista narrativo. È sulla spaccatura che si costruiscono le storie.

Dicono che stai raccogliendo l’eredità ebraica americana di Philip Roth. Che ne pensi?
Cerco di non pensarci. (Ride) La verità è che provo a non pensare a me stesso come uno scrittore a paragone con altri scrittori.

In Eccomi c’è una forte componente ebraica, mi ha ricordato A Serious Man dei Coen.
Grazie! È un film stupendo.

Sei religioso?
Dipende cosa intendiamo per “religione”. L’ebraismo è parte della mia formazione, ma quella che ho cercato di riflettere nel romanzo è più una religione privata. I miei protagonisti hanno un culto interno il cui fulcro è prima la coppia, poi la famiglia, con riti, tradizioni, feste comandate, ma nulla a che vedere con la religione organizzata.

Una “religione a due”.
O a tre, a quattro, a cinque. Al centro di questo ragionamento c’è il concetto di “casa”, che è il feticcio, il punto di partenza e quello a cui tendiamo. Può essere il posto dove abitiamo, lo schermo di un iPad, la nostra lingua, la Patria. Non ti sembra un punto di vista religioso?

Molto. Per tutto il libro aleggia la questione israeliana: l’altra Patria. Hai una posizione?
Più che prendere una posizione, la mia intenzione era quella di sollevare dei dubbi, aprire un’argomentazione. Dopotutto l’ebraismo è l’unica religione che invece di dare risposte si pone nuove domande.

L’ho sempre trovato molto romantico.
Lo è.

Vivi ancora a Brooklyn?
Sì, ci sto bene. Manhattan, dove ormai non vado più di una volta a settimana, negli ultimi 10 anni è diventata un’isola di ricchezza inabbordabile. New York in generale è diventata molto costosa. Però dal punto di vista intellettuale Brooklyn è un bel posto dove stare, qui si concentra la maggior parte della creatività contemporanea.