Dennis Lehane racconta il suo nuovo libro (e la vita fuori da ‘Shutter Island’)

'Ogni nostra caduta' è il nuovo romanzo dello scrittore, che La Bestia ha incontrato per noi

Playa del Rey, ridente porticciolo-insediamento borghese di capitani d’industria, di condottieri di barche a vele e di marinai sbiaditi che si cimentano, dopo una vita in mare, con SUP (stand up paddle board), Jetsky e sci nautico. Sfigatissimi, visto che la costa californiana offre molto di più. Parcheggio la macchina accanto al ristorante dove dovrei incontrare Dennis Lehane, scrittore di diversi libri di successo: La Morte non Dimentica, adattato per il film Mystic – due premi Oscar, Sean Penn attore protagonista e Tim Robbins non protagonista – diretto da Clint Eastwood; La casa buia (Gone, Baby, Gone regia di Ben Affleck, come anche La legge della notte) e L’isola della paura (Shutter Island, regia di Martin Scorsese). Esce adesso con il suo nuovissimo romanzo, Ogni nostra caduta, edito Longanesi. Shorts blu camouflage (per essere in pendant col mare), Crocs rosa shocking (adoro il colore) e l’intrepidazione di chi è incosciente. Lo intravedo dal finestrino di un pick up truck (ho visto la sua foto su internet) mentre parcheggia e s’avvicina al ristorante, passandomi accanto (lui non sa chi sono io). Lo lascio sfilare un atitmo e poi lo richiamo, giusto per avere l’impressione che sia io ad avere in mano le carte del nostro meeting.

Ciao Dennis… how are you?
Not bad… Niente male, sei tu il reporter di Rolling?

Sì, Rolling Stone Italia, per essere precisi. Niente a che vedere con la copia yankee.

Entriamo in quel che scopriamo essere un ristorante nouvelle cousine. Del cazzo, di quelli hipster. Not Boston. Souther california aka milanesi fighetti. Rumore, cazzi, mazzi e ramazzi.

Vuoi mangiare un boccone?

Qui dentro? Non credo proprio. Escluso. Caffé va bene. Coffee.
Me too. Andiamocene.

Usciamo e suggerisco la panchina adiacente alla spiaggia. Segue una bellissima conversazione. Moglie, figli, matrimoni, cornuti, Hollywood, cazzoni e faccendieri. Rachel inclusa. La stessa Rachel protagonista del libro, la stessa Rachel menzionata alla prima pagina del libro. “Un martedì di maggio, quando aveva 35 anni, Rachel uccise suo marito con un colpo di arma da fuoco”.

Tre parole sulla storia. Come riassumeresti la trama?
Il mio amico Tom Perrotta (autore di Svaniti nel nulla, nda) lo descrive come tre libri in uno. Un libro sulla ricerca della propria identità, sul matrimonio e un mistery che forse si risolve alla fine… forse!.

È il primo libro narrato dal punto di vista femminile. È stato più difficile entrare nella testa di una donna?
No. Però ho dovuto lavorarci per assicurarmi che non facevo parlare Rachel attraverso un paio di occhiali. Verso la fine ho chiesto a un paio di amiche di darmi una loro opinione, volevo sapere se fossi riuscito davvero ad entrare nella testa di una donna. Entrambe hanno criticato gli stessi punti dicendomi che una donna non avrebbe mai reagito o pensato a quel modo. Visivamente noi guys siamo più semplici, l’attrazione tra i sessi per le donne è un affare molto più complesso del nostro, noi inizialmente siamo attratti dall’aspetto fisico, loro considerano anche le intimità delle emozioni. Tutti particolari che ho dovuto tenere in considerazione.

Il titolo del libro si ispira a una canzone. Perché questa scelta?
Sì, alla ballata pop-jazz del 1965 Since I Fell for You di Lenny Welch, interpretata da decine di artisti tra cui Nina Simone e Tom Waits. Appena ho avuto l’idea della storia mi è saltata subito in mente, è una canzone tristissima e straziante, e Lenny canta benissimo l’inferno emotivo di questa storia d’amore. Era la canzone giusta per riassumere il mio libro, che tratta dei misteri che ci conducono ad un matrimonio. È anche un omaggio al mio amore per Alfred Hitchcock, di cui sono un avido fan.

Anche Ogni nostra caduta diventerà un film?
È possibile, esiste già una bozza di sceneggiatura, ma non si sa mai. Devo dire che per la prima volta nella mia carriera di sceneggiatore sono molto più esperto, so cosa vuole l’industria. Per esempio per Shutter Island ho sempre avuto le idee chiare, ma lo studio voleva cambiare la fine. Siamo andati avanti e indietro per due anni, e hanno cercato invano di cambiare la struttura del romanzo per avere una fine diversa, ma non ha mai funzionato. Senza quella fine la storia non ha senso, the whole thing falls apart. Poi, grazie al produttore Mike Medavoy, siamo riusciti a fare il film che volevamo tutti.

Mi puoi dire se Leonardo di Caprio alla fine dell’Isola della paura, si è immaginato tutto?
Mai, nessuno lo sa, non lo rivelero’ mai. Me lo ha chiesto tante volte anche mia moglie, se non l’ho detto a lei, figurati se lo dico a voi!

Com’è stato lavorare con registi importanti come Clint Eastwood (Mystic River), Martin Scorsese (Shutter Island) e Ben Affleck (Gone, Baby, Gone, La legge della notte)?
L’esperienza con Clint e Ben è stata fantastica perché ho avuto l’opportunità di vederli in azione sul set. Con Martin ho avuto un paio di conversazioni e poi è finita lì. Quando Martin gira non vuole essere disturbato, puoi andare sul set ma non avrai mai l’occasione di parlargli. Clint invece è stato fantastico, potrebbe davvero menarsela ma in realtà è molto alla mano. Per lui sono tutti uguali, non si fa impressionare dallo status di celebrità.

E Ben?
È un mio fan, abbiamo le stesse radici bostoniane. Siamo entrambi ossessionati dalla nostra città, siamo mammoni, solo a dirlo ad alta voce mi imbarazzo! Se Il Padrino fosse stato diretto da Francis Ford Jones, sarebbe stato un altro film. Ben sa benissimo come adattare in film una lettera d’amore alla nostra cultura, credo che La casa buia (Gone Baby Gone) sia il film più fedele alla Boston che amo e conosco.

Sono quattro anni che vivi a LA. Quanto è diversa rispetto a Boston?
Oh, stessa differenza che c’è tra notte e giorno. Ho scelto di trasferire la mia famiglia a LA perché mi hanno prospettato possibilità di lavoro più interessanti. Sono tornato a Boston di recente ed era tutto grigio, la faccia della gente, il cielo, il vento, le nuvole, era tutto deprimente, nessuno sembrava contento, eppure io ero al settimo cielo, mi sentivo a casa! Qua a LA mi sento in esilio, anche se devo dire che ho visto posti peggiori per esiliati!

Su cosa stai lavorando?
Sto scrivendo un tv show con David E. Kelley (scrittore e produttore mitico di Chicago Hope, The Practice, Ally McBeal, Boston Public, Big Little Lies) tratto da Mr. Mercedes di Stephen King. Mi piace adattare romanzi in forma televisiva perché mi dà la possibilità di raccontare meglio la storia. È pura matematica, il libro di King è di 450 pagine e noi abbiamo 10 episodi di 45 minuti, diciamo che possiamo davvero portare in vita le pagine di King, senza eliminare passaggi essenziali.

Giusto una curiosità. Il primo concerto a cui sei andato?
Era il 1979, ELO, Electric Light Orchestra, nel mitico The Garden. Off course, di Boston.

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