Cruyff e il Calcio Totale, una moderna forma di cristianesimo

La nazionale olandese, dopo aver saltato gli Europei, rischia anche i prossimi Mondiali, e chissà che l'ultima spiaggia non sia uno spareggio contro l'Italia. Ma c'è stato un tempo in cui gli Orange stupirono il mondo, sul campo così come nei club e nelle piazze

A volte non c’è nulla di meglio del pallone per comprendere l’identità profonda di un Paese e dei suoi abitanti. È questo il caso di Brilliant Orange, saggio sul Genio nevrotico del calcio olandese, che David Winner ha pubblicato per Minimum Fax, con l’ottima traduzione di Fabio Deotto. Passando di continuo dalle illuminazioni di Johan Cruyff e dalle geometrie di Rinus Michels, al rock made in Amsterdam e ai movimenti di contestazione locali, il giornalista e scrittore inglese, tra i migliori narratori sportivi odierni, stinge un solido laccio tra ciò che la nazionale olandese;fece in campo tra gli anni ’60 e ’70, quelli del calcio totale che fece innamorare il mondo, e quanto accadeva nelle piazze, nei locali e nelle gallerie d’arte. Una nazione solitamente placida e conservatrice stava mettendo in discussione se stessa, e undici ragazzi in maglia orange se ne fecero ambasciatori. Ora che l’Arancia Meccanica è in crisi profonda e che, dopo aver clamorosamente fallito la qualificazione all’Europeo extra large in Francia, rischia di saltare anche i Mondiali in Russia—tra il 7 e il 10 ottobre si gioca le ultime chance con Bielorussia e Svezia, se tutto va bene si giocherà lo spareggio, eventualmente contro l’Italia—, noi ci siamo fatti una chiacchierata con l’autore David Winner.

Nella prefazione scrivi: “Ho amato l’Olanda perché aveva un aspetto così olandese”. Cosa intendi?
È una sensazione soprattutto visiva. Sono inglese, e ho passato la maggior parte della mia vita a Londra, ma da qualche parte ho sempre vissuto una forma di connessione con l’Olanda, qualcosa che nemmeno capisco del tutto. Mentre scrivevo il libro, mi sono accorto che conoscevo molte cose sull’Olanda, che non avevo letto da nessuna parte, né vissuto in prima persona. Avevo delle idee, delle impressioni, e, quando facevo delle verifiche, gli esperti mi davano ragione. Non ho mai provato nulla di simile rispetto a altre nazioni. Ho vissuto a Roma e ho scritto un libro sulla città, ma in quel caso è stato tutto più complicato: le parole non fluivano allo stesso modo. Ho chiesto a un psicologo cosa potesse esserci dietro al mio rapporto con l’Olanda e lui mi ha dato una grande risposta: “Non sei tenuto a saperlo”.

Da noi l’Olanda è nota per la nazionale di calcio e l’Ajax, e la vita dissoluta di Amsterdam. C’è di più?
Molto di più. Amo il calore, la creatività, lo humor, l’apertura, l’intelligenza e la generosità di quel popolo. Tutte qualità che la squadra di calcio incarnava, così come i calciatori di un tempo. A dire il vero, mi vengono in mente persone e momenti storici in cui l’Olanda è andata in tutt’altra direzione. Gli individui sono complessi e contraddittori, i Paesi anche di più. Come si può descrivere, ad esempio, l’anima dell’Italia? È tante cose in una. Ma chi conosce l’Olanda sostiene che il libro, almeno in parte, ci ha preso. Ruud van Nistelrooy ha detto che era un po’ come guardarsi allo specchio: “Mostra cose di te che non hai mai visto prima”. Ero sorpreso dalle sue parole, impressionato.

Nel libro leghi l’inizio dell’era della grande Olanda a un cambiamento nella cultura e nello stile di vita del Paese. Chi è venuto prima?
Il Total Football appare a Amsterdam nel 1960, mentre alcuni profondi cambiamenti sociali, politici e culturali stavano prendendo piede. Ovviamente calciatori e agitatori culturali non si parlavano tra loro, e nemmeno mostravano interesse nelle reciproche attività. Ma facevano le cose con lo stesso spirito e allo stesso tempo, in una piccola città. Era una rivolta della gioventù. Una cosa molto figa: era una richiesta di libertà personali, ponevano assieme una nuova enfasi sulla sensualità, sull’espressione individuale, sul gioco, sulla rottura delle vecchie forme di potere.

Quanto era all’avanguardia l’Olanda in quegli anni?
Amsterdam si pose alla guida in un momento in cui nell’Occidente molte cose si muovevano. C’erano la Swinging London e Les Evenements in Francia, molte cose interessanti accadevano in Italia e Germania. Il Total Football finì per rappresentare per l’Olanda ciò che i Beatles furono per la Gran Bretagna. Anche più in profondo, ridefinì l’idea che il Paese aveva di sé e trasformò la sua immagine nel mondo. C’erano d’altra parte somiglianze tra le personalità di Cruyff e John Lennon: Johann e il suo calcio non sarebbero potuti nascere in Inghilterra o in Italia. Quando, un anno fa circa, Cruyff è morto, ho preso parte a uno show radiofonico con Chris Waddle, uno dei rari artisti del calcio inglese, che ha dovuto espatriare per essere apprezzato. Qualcuno gli chiese cosa sarebbe cambiato se lui fosse nato nel nord dell’Inghilterra e Chris disse che nessuno avrebbe sentito parlare di Cruyff, perché era così schietto e sdegnoso delle autorità che nessun club inglese lo avrebbe fatto giocare.

Ci spieghi perché il pallone, la musica e la vita nei quartieri dovrebbero influenzarsi l’un l’altro?
Tutto si tiene assieme. Una volta il grande film-maker Michael Powell mi ha detto che “tutte le arti sono una sola arte”. Non vedo problemi a connettere il calcio e il resto, anche perché il gioco è una metafora della vita per molti motivi. È una forma di storytelling in cui le storie vengono fuori da sole (o almeno, quando non c’è Luciano Moggi nei paraggi). Il calcio ha aspetti quasi religiosi. Arsene Wenger, allenatore francese dell’Arsenal, che ama lo stile di gioco olandese, pensa che la sua squadra sia un’orchestra e vede se stesso come il direttore, il cui compito è aiutare i calciatori a fare della “bella musica”. Ma la maggior parte dei suoi tifosi vuole solo che l’Arsenal vinca, e questo è un problema. Per gente Helenio Herrera e Josè Mourinho vincere è l’unica cosa che conta, in ogni modo possibile. Per Stanley Kubrick, che amava lo sport, era meglio il catenaccio al calcio olandese, perché trovava la psicologia difensivista più interessante.

E per gli olandesi?
Per loro la bellezza è tutto. Ruud Krol dopo il ritiro da calciatore ha trascorso un paio di anni in giro per il mondo per godersi le gallerie d’arte. Cruyff ha sempre insistito che la sua squadra fosse la vincitrice morale della Coppa del Mondo del 1974, perché, nonostante la sconfitta con la Germania in finale, il mondo si era innamorato dei colori orange. Nel 2010 Cruyff ha criticato aspramente l’anti-calcio della sua Olanda in finale, lui in quell’occasione tifava Spagna.

Nel libro parli a lungo dei Provos, movimento controculturale olandese degli anni ’60, che secondo te andrebbe a braccetto con la nascita del Total Football. Chi erano quei ragazzi e cosa volevano?
Provo è stato un movimento, durato appena un paio di anni, che ha contribuito a dare forma ai Sixties e ha aperto la strada a molti attivisti e movimenti di protesta. E non solo in Olanda. Erano divertenti e anarchici, come poi sarebbe stato il Maggio del ’68 a Parigi. L’eredità di Provo sta nel background di ciascun gruppo che si oppone all’establishment, da Greenpeace alle Pussy Riot. Ho incontrato uno dei leader dei Provo, Robert Jasper Grootveld. Nonostante l’età, si sedeva per strada e, a seconda di come gli prendeva, poteva urlare insulti o diventare amico di tutti i passanti. Era difficile conversare con lui, perché era quasi sempre ubriaco.

Uno spirito eretico, come quello del suo Paese. C’era del compiacimento?
Forse un po’. Di certo il Paese era secolarizzato, ma la gente era comunque stufa delle chiese e le ignorava del tutto. Essere eretici in Olanda non era rischioso – né divertente – come in Spagna, Francia, Irlanda o Italia. Non c’era un Bunuel olandese, o un Father Ted, né un Pasolini o un Fellini. Probabilmente gli olandesi, almeno la parte atea e protestante, pensava di avere già compiuto la propria eresia anti-cattolica con le armi, quando si erano scontrati con gli spagnoli 400 anni prima. Nel 1980, quando papa Giovanni Paolo II aveva annunciato una visita nel Paese, un tv show satirico chiamato Pisa, con Henk Spaan, ora uno dei più apprezzati football writer nazionali, lo prese in giro per settimane. Divenne un fenomeno, visto da 4 milioni di persone, un terzo del Paese. Quando il papa arrivò, le cose andarono male. La gente gli sventolò merchandising di Pisa, fu lanciato un videoclip chiamato Popie Jopie, con un coro di sexy suore e con Spaan vestito da papa, che danzava e se la spassava nella campagna olandese sulla sua papa-mobile. Jopie era il soprannome di Cruyff da giovane, nella canzone si diceva: “Devo andare in Olanda / La terra di Johan Cruyff / Delle aringhe, tulipani e le mucche frisone”. Era divertente.

I giocatori erano politicamente consapevoli di quanto stava accadendo?
Loro era radicali solo sul campo, anche se nel 1974 attorno alla squadra c’era un’aria idealistica, sovversiva e quasi insurrezionalista. In quell’anno, mentre le altre selezioni rinchiudevano i loro giocatori in ritiri blindati, la multiculturale e rilassata Olanda portava mogli e fidanzate. Se il personale è politico, a loro modo lo erano. La scorsa settimana sono stato molto colpito nel leggere la notizia che Wim van Hanegem, uno degli uomini chiave del 1974, si è iscritto a un partito dell’estrema destra, reazionario e anti-immigrati. Non so cosa gli sia successo, era un laburista un tempo. Su Twitter alcuni tifosi gli hanno scritto che non era più il loro eroe.

Su Cruyff circolano molte leggende. Era davvero così ribelle?
Era un uomo anti-estabilishment, non amava le consuetudini attorno al gioco. Ma non è mai stato un uomo di sinistra, anzi era piuttosto conservatore. Reclamava stipendi e diritti per i giocatori: negli anni ’60 e ’70 era visto come sovversione, ma era una questione di soldi. Quando passò al Barcellona, Franco era al potere e lui divenne un simbolo dell’identità catalana. Il regime aveva messo al bando i nomi catalani e lui chiamò il figlio Jordi, e divenne un mito. La gente ha sempre pensato che Cruyff rifiutò di andare alla Coppa del Mondo in Argentina del 1978 per protesta contro la giunta fascista, come aveva fatto Paul Breitner. Ma, nel caso dell’olandese, era perché dei criminali avevano cercato di rapire sua moglie e i figli alcuni mesi prima, e lui non voleva lasciarli a casa da soli.

Gli olandesi allora divennero idoli popolari contro il regime argentino. Fu esagerato il loro ruolo?
Il centro delle torture del regime, dove 5mila persone erano state uccise, era vicino allo stadio di Buenos Aires, e i gerarchi manipolavano i match. L’unica partita in cui l’Argentina giocò con un vero arbitro fu contro l’Italia, mentre il Perù quasi non giocò la famosa semifinale. Rendo onore a Wim Rijsbergen, che fece visita alle Madri di Plaza de Mayo. Ma i giocatori durante la finale avevano la sensazione che, in caso di vittoria, non sarebbero usciti vivi dallo stadio.

E la musica? Quale era la colonna sonora della squadra di Cruyff?
Molto convenzionale, per lo più ascoltavano pop e rock band del mainstream anglo-americano. Beatles, Stones, cose così. I giocatori amavano molto una band rock di Volendam, una città vicino a Amsterdam, The Cats. Rinus Michels, l’allenatore, che era più vecchio, preferiva le canzoni olandesi sentimentali, roba levenslied. Cantava un po’ in quel modo anche lui, tra l’altro.

Qual è la legacy che quella squadra e quegli anni ci lasciano?
Vedo un parallelo con i primi anni del Cristianesimo: i maestri e i profeti di allora sono morti, dopo di che i loro discepoli hanno girato il mondo con le loro idee, facendo proseliti. In alcuni Paesi il loro credo ha messo radici ed è diventato la nuova religione, altrove ha avuto una breve fioritura e poi è morto. Il calcio olandese non ha prodotto molti altri campioni in seguito, ma la loro idea di calcio è stata decisiva. Il grande Barcellona e la grande Spagna sono venuti dopo, così come il Bayern, il Borussia e l’attuale nazionale tedesca, tutti fortemente influenzati dall’Olanda. E lo stesso il Milan di Sacchi, la Dynamite Denmark e l’Arsenal degli invincibili. Allo stesso tempo, l’Olanda femminile, che gioca allo stesso modo, ha vinto gli Europei: Lieke Martens è stata votata come miglior giocatrice al mondo, ed è passata al Barcellona. Giocano più lentamente e sono divertenti, perché lasciano più spazi e tempo per le giocate. È un po’ come vedere una partita di 40 anni fa.

Oggi i ragazzini dell’Ajax, una squadra dall’infinita tradizione di talento giovanile, strabiliano, ma non riescono più a arrivare al top. Come mai?
La dico così: i britannici inventarono la Rivoluzione Industriale e divennero una super potenza, poi altri Paesi seguirono l’esempio e migliorarono la produzione, e Londra fu superata. L’Ajax ha insegnato al mondo un nuovo tipo di calcio: flessibilità delle posizioni, pressing, un elevato livello tecnico. Ma i loro metodi sono stati copiati in tutto il mondo. Il calcio olandese produce giovani interessanti, non dei geni a dire il vero, che però tendono a lasciare troppo presto il Paese. Alla fine degli anni ’80 il Pallone d’Oro era una sfida tra olandesi: Van Basten, Gullit, Rijkaard and Koeman. Non credo che vedremo più una cosa del genere: Francia, Germania, Spagna, Belgio e Inghilterra ora sono al centro dell’Europa.

E se l’Olanda non andasse in Russia? Quanto mancherebbe al calcio?
Probabilmente non ce la faranno. Alcuni dicono che è perché la squadra è scarsa, ma io la vedo in maniera diversa: stanno boicottando la Coppa per via dell’invasione dell’Ucraina e perché Putin ha regalato al mondo Donald Trump.