Milano diventa una macchina del tempo con RIP

Cabine telefoniche che risorgono nei luoghi della città come fossero zombie di una tecnologia abbandonata. Abbiamo incontrato l'artista ideatore del progetto

Tutto nasce mesi fa da uno sfottò ricevuto da Elsa, mia figlia millenial, la quale mi apostrofa ignobilmente come uno appartenente alla flip phone generation, (quella dei portatili minuscoli che si aprivano con un rapido movimento del polso) giusto per darmi del vecchio rincoglionito, proprio io che avevo un Motorola coi controcazzi. Di scatto, oltre ad avere la voglia di log in come lei e di giocare/rovinare il suo punteggio di Zelda, la prima cosa che mi viene in mente, è quella di ricordarle che deve ritenersi fortunata, visto che io quando dovevo telefonare a qualcuno, ero obbligato a gettoni e cabina SIP.

“Daddy what is a cabina?” mi sento rispondere. WTF? Mia figlia non ha idea di cosa sia una cabina telefonica, di quante bestemmie tirate per via dei gettoni che non entravano, delle porte a soffietto che non si aprivano, o alla puzza di sigaretta e vomito di chi aveva telefonato prima di te. Tutto questo mentre andiamo a ricercare su internet una cabina telefonica. Detto questo, stacco temporale allo venerdì 9 giugno, quando in Pizza Cavour, chiunque di voi, millennials et amanti di istallazione e arte contemporanea ha potuto vedere dal vivo una reliquia del genere: la famosa cabina SIP, presentata e rinominata R.I.P., in occasione di Milano Photo Week 2017, dall’artista Moronauta. Una cabina del telefono sopravvissuta all’era digitale che racconta il progetto RIP. Il tutto con il patrocinio di PUNTO, un duo curatoriale, una collaborazione, composto da Elisa Lemmo e Giorgia Quadri.

Curiosi e incuriositi, non abbiamo lesinato tempo e denaro e parlato con Moronauta, davanti ad una grappa al Barolo (è veneto) e pezzi di cioccolata fondente. (buono il binomio). Colto, veloce di mente, iper-creativo, parla 6 lingue, umile, copywriter, manager, ricercatore rinomato, un paio di prestigiosi Awards in curriculum (non scherzo), nonchè grande esponente di esplorazione urbana, arte contemporanea e di scherzi fatti esclusivamente al telefono. E’ stato bello parlare con lui.

Innanzitutto, la cabina. Perchè?
Per ridare un ruolo importante, fisico e metafisico, alle cabine telefoniche che hanno
rivestito Milano per decenni. Ho Attraverso una serie di fotografie, ho voluto documentare la ricontestualizzazione di un simbolico “frammento” di cabina della SIP esattamente nei luoghi di Milano in cui si trovavano tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ‘90 – gli anni d’oro del telefono pubblico.

Riemerge? Sprofonda? L’ha segata via qualcuno? Cos’è successo?
Diciamo che è un glitch temporale. Vedi una parte evocativa di una cosa che c’era, esattamente nel posto dov’era, ma 30 anni fa. È un disturbo del presente.

Come è nato questo lavoro?
Ho trovato per caso un vecchio Tuttocittà dell’89, e ho visto che c’erano le cabine segnate sulla mappa. Da lì, mi sono fatto un giro a vedere cosa c’è adesso, e mi si è aperto un mondo. Tracce ovunque. La città è davvero piena di reliquie, e l’asfalto ha un casino di storie da raccontare. Basta sapere cosa cercare.

E il nome, RIP? Rest in peace?
Sì, è il nome e il segno di riconoscimento del progetto. È il logo della defunta SIP.

Come ha funzionato l’esplorazione?
Prima ho controllato su Street View se le cabine erano scomparse o no. La maggior parte era sparita. Poi, nei luoghi più interessanti, sono andato di persona a cercare tracce. E poi, ci sono tornato con la cabina.

E poi, la cabina, come l’hai portata in giro, come hai fatto? Sono curioso, voglio capire il livello di sbattimento…
Furgoncino, magliette da tecnici RIP per non avere rotture, e installazioni nei vari luoghi. Ad ogni uscita collaboro con uno o più fotografi.

E quando posavi la cabina cosa succedeva, come si comportavano le persone? E le forze dell’ordine?
Ho visto molta differenza tra centro e periferia. In centro ci sono meno residenti, quindi è più la curiosità e la sorpresa, o anche l’indifferenza. In periferia invece c’è stato più amarcord. Si sono fermati i carabinieri una volta, avevamo lasciato il camioncino aperto con la cabina in vista. Viste le maglie, si sono tranquillizzati. (ride)

Tra tutti i posti in cui sei andato, quale ti ha colpito di più? E quale non vedi l’ora di vedere?
Gratosoglio. Un intero quartiere privato anni 60-70 con vie, campi da calcio, scuole e, al tempo, anche una cabina telefonica. È stato bello cercarla. La realtà, comunque, è che i luoghi, specie in città, cambiano tantissimo a seconda dell’orario, quindi in realtà bisogna solo continuare a girare. In futuro vorrei continuare a esplorare gli spazi privati, e anche i cimiteri (ce n’erano proprio in mezzo ai campisanti) – lì è un po’ più difficile, perché non è che se hai un problema puoi correre via.

E adesso? Ci saranno altri episodi?
Beh sì, specialmente le presentazioni all’interno di cabine ancora in piedi, saranno sempre più interattive e partecipative e da lì nasceranno altri lavori.

Che cosa ti affascina, che temi ispirano la tua ricerca?
Indago molto i comportamenti e il linguaggio delle persone. Il modo in cui vivono o non vivono lo spazio che abitano. Il ruolo che le parole hanno nella definizione della loro vita e della loro mentalità. E la curiosità, come atto liberatorio. L’arte ha questo potere, di rendere più curiose le persone. Ed è quello che cerco di fare coi miei lavori, dare un’esperienza di curiosità, perché più individui curiosi ci sono più la società resterà libera.

Ultima domanda, poi ti lascio andare. Che cos’è per te l’arte?
È un rischio. Il rischio di mettere a nudo quello che hai dentro, davanti a tutti. Il rischio di dedicare tempo e soldi a qualcosa che non sai davvero come sarà, ma sai come ti farà sentire e quello ti guida. Il rischio di non usare solo la testa, ma le mani, il corpo, l’istinto per esprimerti. E di prenderti tempo anche quando non ce l’hai. Il rischio di ricominciare da zero un lavoro a cui hai magari lavorato per settimane o mesi, perchè sai che dev’essere così e non riesci ad accontentarti. Al di là di questo e altri rischi, da qualche parte, c’è l’arte.