Michelangelo Pistoletto: «Rap e libertà artistica contro la solitudine»

Intervista esclusiva a uno dei più grandi artisti contemporanei italiani, che dice la sua sulla creatività e la musica, i migranti e la tecnologia

L’ultima volta che lo abbiamo visto si aggirava tra i palchi dell’Home Festival, dove per la prima volta è stata costruita una House of Arts. Qui Michelangelo Pistoletto, tra gli artisti più importanti del Novecento italiano e europeo, aveva portato una delle sue opere simbolo, la Venere degli stracci, simbolo dell’arte povera e socialmente impegnata, che ha quest’anno ha compiuto 50 anni, rivista e rinnovata dal contributo del pubblico dell’evento, chiamato a portare i propri indumenti e renderli parte integrante dell’opera.

A Treviso Pistoletto ha portato anche il Terzo Paradiso, uno dei suoi progetti più ambiziosi, per “restituire vita alla Terra” attraverso un nuovo legame tra “scienza, tecnologia, arte, cultura e politica”. In questi anni il Terzo Paradiso, rappresentato da un simbolo dell’infinito fatto di tre cerchi, è stato declinato in vari modi e forme d’arte. All’Home Festival è stata presentata l’app SPAC3, sviluppata da ESA – European Space Agency e Cittadellarte – Fondazione Pistoletto, utile a dare vita a un’originale scultura social e dinamica, realizzata in collaborazione con Asi (Agenzia Spaziale Italiana) e Ram (Radioartemobile), che combina le foto scattate dallo spazio dall’astronauta Paolo Nespoli, con immagini dei cittadini su sei temi relativi allo sviluppo sostenibile.

Tutte le immagini generate, una volta condivise sui social media e accompagnate dall’hashtag #space3, diventeranno parte di un enorme mosaico interattivo, un social artwork in continuo movimento. Non è la prima volta che Pistoletto entra in contatto con il mondo della musica. Nel 2011 Gianna Nannini ha inaugurato una mostra dell’artista al Maxxi di Roma, e gli ha donato una sua “installazione sonora”, mentre il Terzo Paradiso è diventato una canzone dei Susbonica, che riprende le suggestioni dell’opera.

Michelangelo Pistoletto è nato a Biella nel 1933. Dopo aver frequentato lo studio del padre, pittore e restauratore, e la scuola grafica pubblicitaria diretta da Armando Testa, ha iniziato a creare opere sue, ed è divenuto noto soprattutto per l’inserimento nei suoi lavori di specchi, superfici riflettenti che ribaltano la prospettiva e fanno divenire attori gli spettatori, per l’attualizzazione di classici della scultura, e per le sue installazioni. Ha esposto nei principali musei del mondo, e, dal 1998, ha creato nella sua città natale la Cittadellarte, un grande laboratorio creativo che coinvolge giovani artisti in ogni ambito della creatività. Questa è la chiacchierata che abbiamo fatto con Michelangelo Pistoletto, in occasione della pubblicazione per Chiare Lettere del libro Ominiteismo e Demopraxia, un personale manifesto politico per una nuova società.

Michelangelo Pistoletto nella sede dell’ASI a Roma

Partirei dalla musica. Ne ascolta molta?

Non ascolto tanta musica, e non ho un genere prediletto: vado da John Cage a Gianna Nannini. E poi i Subsonica, nel cui ultimo album “canto” anche io: hanno dato una loro versione del Terzo Paradiso, una delle opere a cui sono più legato. Mi interessano più che altro i fenomeni che si possono leggere dietro alle tendenze musicali.

Quello degli ultimi anni è indubbiamente il rap. Che ne pensa?

Il rap è molto interessante, conferma che si va sempre di più verso il parlato nella società. Ma il punto è: per dire cosa? Il genere mi piace quando affronta temi sociali, la realtà in cui vivono le persone. Perché, in fondo, si tratta di sapere cosa fare tra un concerto e l’altro, perché è bene che la gente stia insieme anche prima e dopo che è terminato l’evento. La musica è utile quando fornisce delle chiavi per capire meglio la vita, e contribuisce a sviluppare dei sentimenti.

Sta dando alla musica un valore alto, e grandi responsabilità.

Viviamo un’epoca di liti e divisioni, e la musica è uno dei pochi strumenti in grado ancora di parlare ai giovani, li coinvolge e appaga il loro desiderio di incontrarsi. Il rock ha scandito la ritualità del nostro tempo, compito che un tempo era svolto dalle funzioni religiose. La grande malattia oggi è la solitudine, di cui soffrono anche i giovani, e la musica unisce e rende protagonisti: guardate i ragazzi in giro per la città che cantano le canzoni, accompagnati dal telefonino, mentre una volta ascoltavano e basta. Questa è partecipazione vera, perché non è imposta.

Com’è andata all’Home Festival? Le piace l’ambiente dei concerti?

Sono stato all’Home Festival a Treviso per la terza volta quest’anno, mi trovo molto bene. Quest’anno mi hanno chiesto di portare un mio lavoro storico, la Vergine degli stracci. Abbiamo invitato il pubblico a portare un abito o una tela al concerto, per aiutare a fare rivivere l’opera, e mandare un messaggio: spogliamoci e diamo una mano a chi ha bisogno. L’arte può anche dare degli input per svegliare interessi soffocati, e spingere la gente a intervenire per cambiare le cose.

Cosa simboleggia il Terzo Paradiso, al centro di tutta la sua produzione artistica degli ultimi anni?

Il Terzo Paradiso è composto da due cerchi, che rappresentano l’unione di opposti, da cui nasce qualcosa di nuovo: il terzo cerchio. Tutto funziona secondo la formula dell’“uno più uno uguale tre”: la storia dell’uomo è un dialogo binario, da cui nasce una terza cosa. Il primo Paradiso è un luogo leggendario in cui l’uomo è totalmente integrato con la natura, il secondo un luogo artificiale creato dall’uomo, mentre il Terzo è la realizzazione di una unione bilanciata e armonica tra natura e sfera artificiale. L’Arte deve essere il motore per arrivare ad un linguaggio comune e alla mutua comprensione tra gli essere umani.

Michelangelo Pistoletto assieme all’astronauta Paolo Nespoli – Foto Pierluigi Di Pietro

A proposito di artificiale, mi pare di capire che secondo lei la vera sfida oggi è la gestione della tecnologia e della scienza da parte dell’uomo. Che cosa significa per lei un termine spesso abusato come “innovazione”?

Fare convivere e rendere produttivo, appunto, il rapporto tra natura e tecnologia, tra artificiale e umano, e tante altre dicotomie. L’innovazione avviene quando si cerca cosa c’è di buono e costruttivo nel passato, significa sapere fare tesoro di passi in avanti ed errori che ci sono stati prima. Innovazione non vuol dire produrre nuova tecnologia, e sfruttare ancora di più la società, e creare necessità fini a se stesse, che non tengono conto dei danni che fanno alla natura e al corpo sociale, al nostro bisogno di partecipare e stare assieme. L’innovazione non è tale, se non è responsabile.

In compenso lei pare favorevole alle missioni spaziali.

L’immagine mandata dallo spazio dall’astronauta Nespoli è come uno specchio del mondo, è la scienza che si riflette su di noi, ci guarda e permette di guardarci tra noi. Si ricostruisce così un rapporto interpersonale, rimettendo la scienza in mano all’uomo.

Oltre al progetto con Paolo Nespoli e l’app SPAC3, la tecnologia era già stata al centro di un’altra sua opera: la Mela Reintegrata, davanti alla stazione centrale di Milano. Lì la chiave è la cucitura del frutto.

Dobbiamo trovare il modo in cui la scienza e la tecnologia non ci sfuggano dalle mani. Serve una saldatura, per questo nella Mela c’è una cucitura. La scultura ha in sé tre momenti: quello in cui eravamo dentro la mela, il primo Paradiso in cui non comandavamo noi. Con il morso siamo usciti e abbiamo preso il comando, e siamo arrivati fino ai giorni nostri, in cui la scienza e la tecnologia dominano. Il fatto che Apple abbia scelto la mela come simbolo, significa che la natura è morta. Ma noi siamo esseri umani, e, se la natura è morta, moriamo anche noi. Dobbiamo ricomporre la mela: è la scienza che deve farlo, in modo sostenibile.

C’era stata qualche polemica per i migranti e richiedenti asilo che dormivano sotto l’opera. A lei dà fastidio?

Non è che queste persone abbiano avuto vantaggi a stare lì, sono stati tirati in mezzo per fare delle polemiche. Anzi, mi hanno fatto pubblicità in senso positivo, riconoscendo un valore alla mia opera.

La Mela Reintegrata di Michelangelo Pistoletto in Piazza Duca D’Aosta a Milano, nel 2016 – Foto Pierluigi Di Pietro

L’arte oggi ha ancora qualcosa da dire?

L’arte contemporanea è una cosa che offre una grande libertà. Ci sono artisti di tutto il mondo che ne approfittano per esprimersi. Non siamo più al tempo in cui cinque artisti creano un movimento, l’espressionismo oppure astrattismo della situazione. Non sono più pochi artisti che decidono i canoni. Secondo me è stato un momento felice, ma ora si passa a altro, ed è bene che tantissimi giovani in tutto il mondo possano dire la loro. L’arte è come tanti fenomeni della vita: tutti possono giocare a pallone, suonare uno strumento musicale, e tutti dovrebbero potere fare vita politica. Ma non sempre è così.

Chi o cosa le piace di più tra le nuove generazioni di artisti?

Mi piacciono molto gli street artist, sono interessanti e escono dai sistemi chiusi della gabbia dell’arte, che è economica, pratica e di relazioni. Se però la street art diventa un ripetersi fine a se stesso, il movimento svanisce, perché non c’è cambiamento. Negli anni ’60, assieme a poeti, teatranti e altri artisti, facevamo tante cose direttamente in strada, e oggi questa forma d’arte rinnova la necessità della gente di uscire e confrontarsi con i luoghi pubblici. Non esistono più i posti adatti all’arte, i migliori non sono più solo quelli in cui si vende, ma dove non c’è speculazione economica e si manifesta un reale bisogno di esprimersi. Vince la sincerità, così come nella musica, che sorprende chi ascolta e anche chi fa. Dove c’è arte c’è speranza.