Erik Kessels e l’importanza di sbagliare

In mostra a Torino 20 anni di idee dell'olandese icona dell'advertsing (ma anche fotografo e artista). Un teorico dell'errore felice, che ci invita a consumare immagini in modi nuovi

Pubblicitario. Artista. Fotografo. Designer. Editore. Gallerista. Eccetera. Andate a vedere The Many Lives of Erik Kessels, in mostra a Torino, e provate ad acchiapparlo, quest’olandese volante classe ’66. Kessels è un pubblicitario onesto e coraggioso, e dunque creativo per davvero.

Dal 1975 dallo studio KesselsKramer, faro per generazioni di agenzie pubblicitarie di tutta Europa e provincia, produce senza complessi un lavoro tra astratto e business, tra concetto e mercato, tra continue sorprese e il profitto che queste producono. Celebre la campagna pubblicitaria per un hotel di pessimo livello, in cui prometteva un letto in ogni camera, una colazione scarsa la mattina, e le stesse cacche di cane del resto di Amsterdam. Onori ed errori. Perché Kessels è un convinto sostenitore dello sbaglio felice come possibilità creativa e anticorpo a una società ossessionata dalla performance della perfezione.

“Se nessuno sbaglia tutti finiscono nello stesso posto e non si scopre niente di nuovo”, spiega Kessels nel volume Failed It!, antologia di errori d’autore. Una ricerca che, come ci racconta il curatore della mostra, Francesco Zanot, si fonda su una sorta di ecologia delle immagini: «Anziché aumentare il volume di una produzione fotografica che si espande esponenzialmente ogni giorno, Kessels fonda i suoi progetti sulla ricontestualizzazione di materiali pre-esistenti. Ci invita a guardare sotto una diversa prospettiva immagini nate con un altro scopo, per attivare nuove letture e nuovi significati. Archivi di qualsiasi tipo sono il suo serbatoio privilegiato: scientifici, industriali, album di famiglia, Internet. Questa mostra è la prima retrospettiva sul lavoro che ormai da 20 anni Kessels porta avanti con la logica del riciclo. Lo spazio espositivo sarà invaso da centinaia di migliaia di immagini che ci faranno riflettere sul nostro rapporto con la fotografia».