Antoine d’Agata, il fotografo punk che vive con “gli ultimi” della società

Da oltre 20 anni il fotografo francese della storica agenzia Magnum cattura le vite ai margini di prostitute, senzatetto e tossicodipendenti. Le racconta nelle sue foto e le vive in prima persona
Antoine d'Agata, foto di Alberta Cuccia

Antoine d'Agata, foto di Alberta Cuccia


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Antoine d’Agata nasce a Marsiglia nel 1961, si trasferisce a New York nel 1983 dove frequenta i corsi dell’International Centre of Photography e avrà come maestri Nan Goldin e Larry Clark. Ritorna in Francia nel 1993 e non scatta fotografie per quattro anni. Pubblica i suoi primi due libri De Mala Muerte Mala Noche nel 1998. Nel 2004 entra a far parte della prestigiosa agenzia fotografica Magnum. Dal 2005  d’Agata vive senza fissa dimora e lavora in giro per il mondo. L’abbiamo incontrato a Milano in occasione dell’apertura di una mostra a lui dedicata nella galleria Mc2 Gallery. 

Qui alcune delle sue foto per avere un’idea del suo lavoro 

Perché hai scelto la fotografia per esprimerti?
Quando ho cominciato a usare la fotografia, non ero ancora davvero cosciente su cosa la fotografia avrebbe potuto offrirmi e su quanto fosse forte il suo linguaggio. Usavo la fotografia per vivere e sopravvivere in maniera molto istintiva per rafforzarmi psicologicamente e emozionalmente. La mia comprensione del mezzo era molto vaga. Oggi, a 25 anni di distanza, ho una relazione molto più cosciente e più profonda con questo strumento che spesso ti obbliga ad essere parte del mondo, motivo per cui è per me la maniera più appropriata per interagire con le vite degli altri ed esserne parte. 

Sei nato e cresciuto a Marsiglia, una città di porto molto particolare: pensi che provengano da lì i germi della tua ricerca?
Sicuramente, quando ero giovane Marsiglia era ancora più cruda, pericolosa, violenta e brutale e il mio punto di partenza è stato la strada, quello strano miscuglio tra violenza e politica delle strade, è stata quella la mia scuola. Il mio modo di pensare e di vivere viene da lì. Anche la forma delle mie fotografie nasce dalla mia città di origine, la mia ricerca non è basata né sull’estetica né sulla composizione ma sulla vita nelle sue forme più drammatiche. La mia è una necessità di lottare con il mondo, trovando un modo specifico, personale di leggere la realtà, trovando un mio essenziale ordine delle cose e sperimentando tutto nella maniera più assoluta ed eccessiva.

“I’ve been to hell and back and let me tell you it was wonderful” è una frase presa da un’opera dell’artista francese Louise Bourgeois, oggi l’ho riletta e ho pensato al tuo lavoro, significa qualcosa per te?
Sin da quando ero ragazzo ho deciso di vivere nella deep dark part of the world, quella di cui tante persone si dimenticano o fanno finta di non vedere. Per me è sempre stata una scelta, ho sempre voluto esplorare quella parte di realtà, dove sperimentare un nuovo modo di stare al mondo. A differenza delle persone che ci vivono che non hanno scelta e possono solo sopravvivere al loro destino fatto di tragedie quotidiane, sofferenze e dolore io ho sempre potuto scegliere quando entrare e quando uscire da questo deep world ragione per cui probabilmente sono ancora qui oggi, poter scegliere.

Qual è la tua relazione con la morte? Ci pensi?
Non sono affascinato dalla morte, sono spaventato dalla morte, la temo e questa paura per me è molto importante, è il principio di ogni mio gesto, non cerco di dimenticarla. Tutte le mattine mi sforzo di rimanere in contatto con la vita e con la continua osservazione, keep looking. È lo strumento di libertà più forte che abbiamo, rimanere in contatto con la realtà continuando a sperimentarla anche se sappiamo che non troveremo nessuna risposta. Il mezzo che utilizzo per perdermi intensamente dentro a tutto questo sono il sesso e le droghe. Tutti noi sperimentiamo delle piccole morti ogni volta che facciamo l’amore o facciamo uso di droga, ha a che fare con il pretendere il più possibile da ogni singola situazione, to feel and fear . La paura e il desiderio sono il mio motore, non esistono l’una senza l’altro. Il piacere senza la paura è un piacere comodo, evanescente.

Com’è nato il tuo ultimo progetto video?
L’ho appena finito. Ho chiesto a 25 donne che conosco di parlare della nostra relazione. Le fotografie sono molto intense e catturano un momento mentre con il video sono riuscito a dedicare molto spazio alle parole. Tutte queste donne sono delle professioniste riguardo al sesso, alla morte e alla violenza, nessuno è naïve né io né tantomeno loro. Sappiamo tutti che i nostri incontri saranno di una notte o di poche ore, eppure è da entrambe le parti la volontà di prendere tutto quello che si può avere da questi incontri. Il punto è non diventare cinici per questo ma riuscire a rimanere fragili lasciando aperta la capacità di sentire e creare empatia con l’altro. Questo lavoro fa parte del progetto Corpus e sarà visibile dal 31 maggio a PhotoEspaña, Madrid.

Che musica ascolti?

Sono cresciuto con la musica, ero punk da giovane, alla fine degli anni ’70, ma quando ho smesso di esserlo ho smesso di ascoltarla. Per me oggi la musica è come la luce, la percepisco se c’è ma non l’ascolto. Non guardo neanche film dallo stesso periodo di tempo, l’unica cosa che continuo a fare è leggere. Leggo per lo più classici li uso per alimentare la mia fantasia, Céline ad esempio, leggo sempre lo stesso libro più e più volte. Cerco di proteggere me stesso dalla cultura, non voglio essere consumato da questa, ci vuole molta energia per rimanere se stessi in questo mondo, e questo è quello che faccio per aiutarmi.
 

Una selezione del lavoro di Antoine d’Agata è visibile alla Mc2 Gallery di Milano fino al 24 giugno 2017

 

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