Ryan Gosling contro le banche: l'intervista di Rolling Stone | Rolling Stone Italia
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Ryan Gosling contro le banche: l’intervista di Rolling Stone

Ama il rock’n’roll e i tatuaggi brutti. Il duro più tenero del cinema torna con un film sulla crisi finanziaria, perché certi orrori non si ripetano più

Ryan Gosling contro le banche: l’intervista di Rolling Stone

La Bestia a NY, Mandarin Hotel, pronto a incontrare il rubacuori del XXI secolo: Ryan Gosling, in occasione della presentazione stampa del film The Big Short – La Grande Scommessa, basato su una storia vera, tratto dal bestseller di Michael Lewis (The Blind Side e Moneyball), e diretto da Adam McKay, regista di Anchorman e Ricky Bobby.
Eccoci l’uno di fronte all’altro, e onestamente, non me ne vogliate, fotogenico e magnetico ve lo concedo, ma strafigo e trombabilissimo… insomma! Sopracciglia a Gargamella dei Puffi, naso à-la Bob Rock di Alan Ford… Da bambino era problematico, iperattivo. Padre assente, madre sempre alla ricerca di una vita stabile, Ryan Gosling e sua sorella Mandy sin da piccoli hanno imparato il significato del termine sopravvivenza. Ryan voleva farcela per tutti, per dare alla famiglia una vita migliore. Fin da piccolo scopre di avere talento e, su 17mila ragazzini, viene scelto per il Mickey Mouse Club, al fianco di Britney Spears, Justin Timberlake e Christina Aguilera. Da allora sono passati 20 anni: nomination all’Oscar, due Screen Actor Guild, tre nomination ai Golden Globe, Independent Spirit Award come miglior attore, e poi film e registi importanti (Cassavetes, Cianfrance, Winding Refn, Clooney) la cui creatività viene preferita all’allure del botteghino. Nell’ultimo film interpreta Jared Vennett, trader per la Deutsche Bank che, insieme ad altri tre investitori, prevede il crash finanziario del 2007 e, prima ancora che scoppi la bolla, riesce a trovare il sistema di specularci sopra.

Ryan, che film dobbiamo aspettarci?
Un film intelligente, rispettoso, educativo, almeno nei confronti di chi lo andrà a vedere, e questo grazie alla Plan B di Brad Pitt, che si è assunto l’onere di sottolineare ancora una volta quanto le attività criminali delle istituzioni – le banche – abbiano portato al crollo dell’economia mondiale, specialmente quando queste vengono lasciate in mano ai soli addetti ai lavori. Infatti, al contrario di The Wolf of Wall Street, nessuno dei nostri bad guys viene arrestato, proprio perché non commette nulla di illegale: si limitano a scommettere (immoralmente) contro l’economia americana, pensando che in caso di crollo, come poi è successo, si sarebbero arricchiti, e parecchio, sulla pelle della gente comune.

Descrivi il tuo personaggio, Jared Vennett.
Jared è opportunista, cinico e viscido, crede che il problema dei mutui ipotecari sia causato dall’ignoranza e dalla stupidità dei piccoli investitori, invece che frutto di una frode da parte delle istituzione bancarie. Soprannominato dai colleghi Bubble Boy, riesce a convincere il manipolo di “eroi-rinnegati” capitanati da Steve Carrell ad approfittare della confusione del mercato immobiliare.

Steve Carell (a sinistra) e Ryan Gosling in "La grande scommessa". Foto  Paramount Pictures e Regency Enterprises

Steve Carell (a sinistra) e Ryan Gosling in “La grande scommessa”. Foto Paramount Pictures e Regency Enterprises

Cos’hai imparato da questo ruolo?
Ho approfondito la mia conoscenza nei confronti dei fatti. La mia prima reazione leggendo lo script è stata di incazzatura nei confronti di una classe dirigente senza scrupoli e ho provato dolore per tutti quelli che hanno perso tutto quello che avevano: risparmi di una vita, investimenti per i propri figli. Il linguaggio finanziario è appositamente complicato proprio per fottere la gente: Adam, invece, ha semplificato al massimo la terminologia, ed è quello che mi ha convinto a fare il film, tratta gli spettatori come persone intelligenti, senza accusarli di mancanza d’informazione, di cui siamo tutti vittime. E soprattutto vuole che si rifletta davvero su quello che è successo. Per Adam è una questione personale, visto che suo padre ha dovuto restituire la propria casa alla banca.

Sette anni dopo la crisi, è cambiato qualcosa?
A livello di sicurezza per i piccoli investitori, non penso sia diverso da prima. Non sono un esperto, ma non credo che siano state incrementate sufficienti regole per difendere le fasce più povere. Sicuramente sarà un argomento interessante durante le prossime elezioni presidenziali. Il lato positivo è la collaborazione tra McKay e Lewis, insieme ad attori e produttori, per far uscire un prodotto che possa aiutare il pubblico a capire quello che eventualmente potrebbe capitare ancora. Mentre giravo Lost River, il mio primo film da regista, mi sono reso conto di quanto questa crisi abbia cambiato lo spirito del Paese. È stata una tragedia per tutti, hanno fatto crollare le sicurezze più solide e fondamentali del nostro Paese.

Hai fatto riferimento a Lost River. Com’è stata l’esperienza da regista?
Una delle esperienze più belle della mia vita. Lost River non è stato un film facile, perché ci sono molti elementi autobiografici. I miei genitori hanno divorziato quando avevo 13 anni, mia madre è sempre stata una donna bellissima e ho sempre dovuto difenderla dagli attacchi dei lupi, quegli uomini che le fischiavano dietro quando camminava per strada e la vedevano solo come preda.

Dopo alcune critiche negative, soprattutto a Cannes, è uscito in pochissimi Paesi… Ti dispiace che non vada sul grande schermo?
Sì, però lo si può trovare su Netflix: io per primo guardo l’80% dei film che mi interessano in televisione. Per me il digitale rende solo più facile l’accesso a film che altrimenti non vedrei mai, soprattutto stranieri.

Il linguaggio finanziario è appositamente complicato proprio per fottere la gente

Com’è stato collaborare con tua moglie?
Eva non vuole che lo dica, ma senza il suo aiuto non ce l’avrei mai fatta. Mi ha aiutato in tante fasi del film, anche a scegliere i costumi, andando in giro per negozi dell’usato, era lei che manteneva viva la mia energia e il mio processo creativo.

Hai diversi tatuaggi: è ancora una cosa rock&roll?
Ho una passione per i tatuaggi brutti: più sono fatti male e più mi piacciono. Il problema è che nessun tatuatore vuole farmi dei brutti tatuaggi, quindi la maggior parte di quelli che ho me li sono fatti da solo. Come l’ultimo, il nome di mia figlia, Esme, sulle nocche della mano.

E il vero rock&roll?
Ultimamente ho avuto poco tempo per scrivere nuove canzoni, ma mi diverto molto a suonare con Zach (Shields, attore teatrale e membro dei Dead Man’s Bones, il loro duo indie rock, nda), anche se lui mi prende in giro per la mia voce retro, stile crooner Engelbert Humperdinck. Funziona come per i film: è più importante avere accesso istantaneo a tutto quello che voglio sentire, anche in formato scadente, tipo MP3, piuttosto che avere la high fidelity di un vinile. Però confesso che Bob Dylan lo ascolto solo su LP.

Puoi dire qualcosa sul sequel di Blade Runner?
Harrison Ford mi ha detto che è la sceneggiatura più bella che abbia mai letto e, sapendo quanto sia esigente, dice già tutto. E con questo mi zittisco, anche perché altrimenti Ridley mi viene a cercare, e rischio di fare la fine di un replicante!

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