Ziad Doueiri, regista de ‘L’Insulto’: «Il mondo è diventato come il mio Medio Oriente»

Il film, premiato alla Mostra del Cinema di Venezia, esce nelle sale oggi

Capelli piuttosto lunghi, tra Casaleggio padre e un rocker indipendente, occhi vivaci, battuta sempre pronta. Ziad Doueiri è il regista de L’insulto, in uscita nelle sale italiane oggi per Lucky Red e acclamato all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. La storia di una lite banale che sfocia in un caso di stato, il gorgo kafkiano di Toni e Yasser che in un incidente riversano l’ancestrale faida che tormenta un paese diviso tra cristiano-maroniti e palestinesi, una maledizione mascherata da guerra (civile) di religione e che ha portato a massacri per 15 anni e che lacerano la società anche ora. Lui ha saputo costruirci su un film appassionante, vibrante, doloroso e in qualche modo anche liberatorio. Per sé e per gli spettatori.

Ziad, sai di aver fatto un film che vale più di 100 dibattiti politici sul Medio Oriente, vero?
Sono qui per affrontare ogni domanda. Ma non me ne fare di intellettuali che non so rispondere. Sei sicuramente più colto e raffinato di me, ponimi questioni facili, semplici. Se si va sulla politica, sulla filosofia rischio di deluderti. Tutti mi interrogano sul destino del mondo, sulla politica solo perché vengo dal Medio Oriente.

Ok, allora partiamo dal film. Come nasce?
Nasce tutto dal periodo forse peggiore della mia vita. L’idea arrivò da un evento molto simile a quello scatenante del film. Un incidente stupido tra me e un operaio, degenerato all’improvviso in qualcosa di più grande, doloroso. Lì è finita in uno scambio di insulti e parolacce, ma rimasi ossessionato dall’ipotesi che la lite potesse facilmente divenire un affare nazionale se avessimo continuato su quei binari. Ne parlai con mia moglie, ora ex, che era presente e contribuì a far sì che tornassimo a più miti consigli. Mi scusai col suo capo per il mio comportamento, ma il boss lo licenziò. Allora presi le sue difese: da nemici divenimmo alleati e allora capii. Capii subito che era la premessa, la miccia di qualcosa di importante.

Quindi Toni e Yasser nascono da un evento reale?
Sì. E forse non poteva essere altrimenti. Ho cominciato quasi subito a scrivere i dialoghi, poi le scene, idee concatenate nascevano l’una dall’altra. Molto rapidamente ho capito che sarebbe diventato un dramma giudiziario. Era l’unico modo per raccontare loro due e ciò che rappresentano.

Torniamo indietro: raccontavi che era un periodo difficile
Io e mia moglie non avevamo il becco di un quattrino, dovevamo crescere una figlia e io ero in lite con la Universal per il mio progetto The Attack. Avevo rinunciato – poi invece l’ho fatto – a portarlo avanti. Mi sono chiuso in me stesso per tre anni, ero depresso. In queste condizioni ho iniziato a lavorare su L’insulto, a costruire i due personaggi e il loro background: erano entrambi dentro di me. Per me non era una storia “straniera”, conoscevo bene ciò che provavano, io ero, sono entrambi. Quando ho iniziato ad avere una storia e una struttura, ho chiamato mia madre, che è un avvocato, per capire come inquadrare in un’aula di tribunale quello che stavo scrivendo. Io sognavo una giuria popolare all’americana, ma in Libano non c’è. Così lei mi ha suggerito che a volte, da noi, c’è un collegio giudicante con tre magistrati, grazie a lei ho messo insieme verosimiglianza e esigenze narrative. Le è valso lo spazio nei titoli di coda come consulente legale!

Ziad è più Toni o Yasser?
Non sono né Toni né Yasser, ma c’è molto della mia biografia dentro, perché io ho vissuto ciò che hanno vissuto loro. E’ stato il più bel processo creativo ed esistenziale della mia vita. Sentivo che tutto ciò che usciva fuori era vero, era naturale. L’Insulto mi ha fatto capire che è così che voglio scrivere e creare per il resto della mia vita. Quando ero sicuro del mio progetto ho parlato con mia moglie e lei ha insistito per scrivere la parte dell’avvocato del palestinese. Lei che ha un passato cristiano e conservatore! E io, di famiglia di sinistra e filoaraba, ho scritto quello del legale del cristiano. Questo switch è stato fondamentale per andare oltre gli schemi, essere onesti intellettualmente e non essere ideologici. Un’altra idea importante che poi si è riflessa in una delle svolte di sceneggiatura fondamentali – non facciamo spoiler, lo vedranno al cinema i lettori -, perché in fondo la stessa cosa era successa proprio a noi.

Questo è un film sulla memoria?
Non è un film sul passato, ma sul presente. Su un mondo che ormai è polarizzato, libanesizzato, israelizzato, palestinizzato. Siamo sempre più costretti a prese di posizione radicali. Quando si è verificato il massacro di Damur (furono uccisi 582 civili cristiano-maroniti dai palestinesi del campo profughi libanese di Tell al-Za’tar come ritorsione dell’uccisione di più mille palestinesi da parte delle Falangi cristiano-maronite a Qarantina, era il 1976 – ndr) avevo 13 anni: e ricordo come reagì il mio mondo, non erano stupiti. Io ho usato il passato come uno stratagemma drammatico, ma quest’opera parla di oggi.

Tanto che lei da anni è oggetto di attacchi da parte di cristiani e palestinesi.
Ho riscritto molte scene dopo gli attacchi della destra e dei propalestinesi contro il mio film The Attack. Quegli stronzi mi hanno attaccato pesantemente, oltre l’immaginabile e il tollerabile, così ho deciso di rispondere con il cinema. Sento ancora addosso la durezza delle parole della sinistra palestinese, anche di miei colleghi. Lì ho capito che avrei sempre combattuto loro e quella mentalità, ora e ormai è una questione personale. Loro non sapevano e non sanno nulla della mia vita, del mio passato, della mia famiglia, dei miei cugini morti per la causa palestinese. Non smettono, e neanche io. Loro mi hanno dichiarato guerra e io non mi sottraggo e questo film è una risposta a quella violenza, a tutto ciò che mi ha offeso, ferito.

Non hai l’impressione che il successo del film nasca dal fatto che il mondo si sia… “libanesizzato”?
L’accoglienza all’estero, in Occidente, è stata sorprendente. Abbiamo vinto quattro premi del pubblico in vari festival: al quarto mi sono chiesto,perché in tanti, non arabi né tantomeno libanesi, si identificano? Perché il mondo sta vivendo cambiamenti complessi e forti che noi forse abbiamo vissuto prima di altri. Quella rabbia, quel dolore è arrivato in tutto il mondo, temo. Penso all’ultima rassegna in cui sono stato, al San Francisco Film Festival. C’era un odio nei confronti di Trump, una rabbia così grande e divisiva verso l’attuale governo e chi l’ha eletto che mi ha fatto paura. Eravamo davanti a un caffè e mi dicevano tutti quanto si identificassero con il mio film, quanto si sentissero in un paese diviso. Io volevo solo raccontare una storia, in parte la mia storia. Solo dopo ho scoperto che era universale, e non lo immaginavo. Non con questa forza.

Avete litigato molto con la sua ex moglie e sua madre per il finale?
Abbiamo discusso, ognuno aveva la sua posizione. Eravamo diventati noi stessi avvocati dei nostri “clienti”. Non è stato facile, ma alla fine abbiamo “seguito” i personaggi. Certo, mia madre è stata un osso duro, lei è molto a favore dei palestinesi, molto più di me, a volte penso che farebbe pure la kamikaze. E quando mi fa arrabbiare penso “dai, fallo!”.

Ci sono film che ti hanno ispirato?
Rango, ne L’insulto cito la scena in cui Snake se ne va per ritrovarsi; bellissima. Memorie di un assassino e tanti tanti altri. Non ridere, Rango è un fottuto capolavoro.

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