X-Files, ma che ti è successo?

La seconda stagione della "nuova versione" dello show è una caricatura del passato: Mulder è diventato un coatto che fa inseguimenti tipo Bruce Willis, Scully, che era la scienziata razionale, una specie di visionaria emotiva.

Ieri, lunedì 29 gennaio, è partita su Sky l’undicesima stagione di X-Files e io, avendo avuto un’infanzia più legata a Mulder e Scully che a Candy Candy, ho fatto ciò che era mio dovere fare: ho guardato la prima puntata.

Parto fiduciosa. I want to believe (cit.) che hanno fatto un lavoro decente. Mi gusto l’intro e apprezzo il fatto che non abbiano mai cambiato la sigla, che la qualità sia tutta spappolata e analogica, oddio che bello, mi sembra di essere ancora nel 1998, sul divano con mio padre e con i miei cugini, a gustarci un nuovo caso paranormale o un nuovo complotto internazionale. Cosa dico: interplanetario, cosmico, spaziale. Insomma, le premesse erano buone.

Al minuto 10, inizio ad avvertire un lieve senso di disagio. Poi il disagio diventa imbarazzo. Finché non mi inalbero con me stessa: “Ma X-Files è sempre stato questa roba? Ma che gusti di merda avevo?”, mi chiedo. Decido infine che è colpa di Chris Carter, colpevole di non aver saputo traghettare nel nostro tempo quel micro-cosmo narrativo, inventato vent’anni prima (e mi riferisco alla trama orizzontale delle stagioni, naturalmente, non tanto agli episodi auto-conclusivi).

Al minuto 12, mi accorgo che quel filo che tiene insieme le storie e le vite dei personaggi, sembra cedere sotto il peso del tempo, o della logica, o dell’umana facoltà di ricordare tutti i risvolti, i nomi, gli intrighi, i tradimenti, di una trama psichedelica come poche (fu in qualche modo X Files, negli anni novanta, a sdoganare il ricorso all’assurdo, di cui molte altre serie si sarebbero giovate negli anni a seguire).

Al ventesimo minuto è ormai chiaro: questi personaggi li hanno scritti di merda. Per carità, va bene che tutti cambiamo, ma Mulder è diventato un coatto che fa inseguimenti tipo Bruce Willis e ogni due per tre si fa masturbazioni introspettive delle quali noi spettatori siamo, nostro malgrado, messi a conoscenza. Scully, che era la scienziata razionale, la metà lucida e scientifica della coppia, inizia a diventare una specie di visionaria, emotiva, pazzah scelleratah. I personaggi sono praticamente snaturati e invertiti. È, in altri termini, come se la sceneggiatura l’avesse scritta un team di stagisti millennials con i capelli rosa e blu che, mentre noi guardavamo X-Files, erano molto impegnati a essere ancora spermatozoi (naturalmente non è così, ma è per dare l’idea). Certo, bisogna ammettere pure l’ipotesi che Mulder e Scully non siano mai stati credibili. D’altra parte, a quei tempi, mica si metteva in dubbio la credibilità di McGyver, o di Mitch Buchannon, o di Fox Mulder. Neppure quella della Signora in Giallo l’abbiamo mai davvero messa in discussione e, siamo seri, era completamente surreale che a Cabot Cove succedessero tutte quelle brutte storie.

I bei tempi

Minuto 25. Dana Scully, che è personaggio femminile positivo, nel senso che appare pensante e competente, per quanto cattolica e asessuata, è perennemente debilitata, vittima, prigioniera, convalescente, sempre preda di qualche disgrazia clamorosa (compresa tra un trauma cranico, un cancro, un rapimento extraterrestre ed esperimenti alieni) ed è sempre bisognosa d’essere salvata dall’agente Mulder. Capitano tutte a lei e questo devo dire che non è cambiato.

Minuto 27. Ma poi vogliamo parlare dell’uomo che fuma? Personaggio centrale e ricorrente in tutte le precedenti stagioni, colui che incuteva terrore con la sua sola sagoma e che, in un decennio, avrà detto sì e no 10 parole, si è definitivamente trasformato in un vecchio logorroico che a ogni piè sospinto ci attacca la pezza su quanto fosse indispensabile prendere le decisioni che ha preso.

Minuto 30. E poi guardali come son diventati vecchi. Lei truccatissima e rifattissima perché, in quanto donna, deve continuare a sforzarsi d’essere gnocca. E lui, invece, tempestato di rughe, con la faccia imbolsita e la pelle color Carlo Conti. Ncs, non ci siamo. Ma, insomma, perché devo guardare questa roba che mi fa pensare a quando erano giovani e belli, coi capelli a tendina, lui (di cui ero, inutile dirlo, innamorata) e coi tailleur improbabili, lei (che, inutile dire anche questo, ha messo a repentaglio innumerevoli diottrie negli anni novanta).

Minuto 32. Sono stremata dall’ennesimo spiegone. Cioè l’ennesimo momento in cui i personaggi ci raccontano la trama, invece di mostrarcela. Quando non assistiamo a interminabili scene di inseguimenti/sparatorie/colluttazioni, ci becchiamo uno spiegone. Oppure un dialogo di questo calibro (segue esempio fittizio): “Mulder!”, “Scully”, “Ascoltami Mulder”, “No, Scully”, “Mulder, per piacere”, “Scully, dài”, “Mulder!”, “Scully!”, e ancora così, forever and ever.

Minuto 34. Che poi perché minchia si chiamano ancora per cognome? Ok, questo è il minore dei problemi al momento, lo so.

Minuto 34 e 1/2. Ma poi scopano o non scopano? Non me lo ricordo più.

Minuto 35. Niente. Devo accettare che gli anni passano e che tutti cambiano, pure quei personaggi dei telefilm che abbiamo amato, che quasi ci pareva di conoscerli di persona perché effettivamente ci eravamo cresciuti insieme, perché le puntate ci avevano letteralmente accompagnati per anni (una parte di me è ancora convinta che Joey Tribbiani e Chandler Bing esistano davvero). Basta, sono cambiati loro e sono cambiata io. Siamo cambiati noi. D’altra parte, era possibile, nel 2018, pensare un X-Files credibile? Che sopravvivesse ai 20 anni trascorsi e a tutti i cambiamenti globali che sono intercorsi? La risposta è no.

X-Files appartiene concettualmente alla sua epoca, interpreta lo spirito di un tempo preciso, quello in cui internet non esisteva (e se esisteva, era una roba totalmente diversa da come lo intendiamo e lo fruiamo oggi) e in cui esistevano i grandi centri del potere, i grandi mezzi di informazione e le informazioni non erano facilmente reperibili. Quel tempo in cui non veniva fuori un gomblotto al giorno su Twitter, i cittadini non facevano le inchieste online e nessuno si curava su Google. Era, d’altra parte, lo stesso tempo in cui il binge-watching non avremmo potuto concepirlo neppure nelle più depravate fantasie da consumatori bulimici di televisione generalista; e gli attori dei telefilm valevano meno di quelli del cinema, mentre oggi dal cinema si rifugiano nelle produzioni di Netflix o di Amazon Prime Video e noi ci abituiamo a guardare personaggi del calibro di Woody Allen, Kevin Spacey, Anthony Hopkins, nel frame della serialità. Capite che poi David Duchovny sembri un cane, un cane maledetto, per dirla alla René Ferretti. Insomma: era un altro mondo.

Minuto 39. Niente. Sono frustrata. Mi sembra una caricatura ed è inaccettabile. Ricordo distintamente che la gente non guardava X-Files perché “faceva paura” (io stessa sono debitrice a Chris Carter di un paio di incubi), non perché fosse ridicolo. Cosa è successo?

Minuto 40. Però aspetta, ci sono ancora 9 puntate da vedere. È pure possibile che la situazione migliori andando avanti. Mi faccio quasi tenerezza, per quanto sono illusa.

Minuto 41. La puntata finisce e io ho una serie di domande senza risposta (del tipo: oddio chi era questo? Ma che significa mò sta cosa?). M’accorgo così che quindici anni fa succedeva lo stesso, mentre i titoli di coda scorrevano, e io e mio padre ci guardavamo interdetti, provando a ricostruire gli eventi, a cercare una logica, perché uno dei tratti distintivi di X-Files era proprio che a volte, semplicemente, non ci si capiva un cazzo.

Almeno questo, tocca ammetterlo, è rimasto uguale. Quanto al resto, ci tocca riconoscere che ciò che nasce telefilm (come si chiamavano all’epoca) non può morire serie tv.

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