“Vieni avanti, cretino!” – etimologia di un tormentone comico

Qualcuno lo conosce soltanto tramite Lino Banfi, ai più vecchi ricorderà Walter Chiari. Ma chi ha coniato uno dei tormentoni più resistenti della storia della comicità italiana?

Un giorno o l’altro mi piacerebbe chiedere a un millennial se conosce l’origine dell’espressione «Vieni avanti, cretino». Secondo me, se è abbastanza sveglio, o trashofilo, o ha passato l’adolescenza a saggiare la programmazione delle tarde serate estive su Rete Quattro (o magari tutt’e tre le cose), come minimo tirerà fuori il film di Salce del 1982 con Lino Banfi. Un film che era tutto un plagio dall’avanspettacolo. Fra gli interpreti merita di essere ricordato almeno Alfonso Tomas, caratterista in forza all’Ambra Jovinelli, che rifà un suo cavallo di battaglia, il “cervello elettronico”.

Quanto alle scenette, è rimasto famoso lo sketch basato sulla confusione fra lo studio dentistico e il bordello, ripreso e chiosato con taglio “filologico” anche da Bramieri in uno spettacolo televisivo. Il compianto Morando Morandini liquidò la pellicola con un commento che suonava pressappoco così: «Fu con film come questo che si arenò la Cineriz». (Per i più giovani: il riferimento è alla casa di produzione della famiglia Rizzoli, a discolpa della quale va detto che, tra bancarotta e scandalo P2, in quel periodo aveva ben altre gatte da pelare… ma questa è un’altra storia).

Proseguo l’esperimento. Arretro di qualche generazione – diciamo almeno fino ai papà e alle mamme dei millennials, quelli passati alla Storia come baby boomers. Se chiedessi a loro che cosa gli viene in mente quando dico «Vieni avanti, cretino», metterei la mano sul fuoco che mi risponderebbero: Walter Chiari e Carlo Campanini nell’imitazione dei fratelli De Rege. Lo schema è classico: Campanini fa la “spalla” presuntuosa e facile a incazzarsi («Vieni avanti, cretino!», appunto), mentre Chiari fa il cretino di cui sopra, completo di naso e baffi finti, nonché di bombetta calcata senza pietà sulle orecchie. Il primo domanda, ordina, s’imbestialisce; l’altro balbetta, storpia le parole, incespica. Di testimonianze filmate ce ne sono parecchie: una delle più note viene da Il teatrino di Walter Chiari, del 1959. Qualche amante del vintage apprezzerà la Fiera Campionaria mutata nella “bestia che campa in aria”, il “corso” (per aviatori) che diventa “vialone” e Chiari che si sforza invano di pronunciare correttamente la parola “ogniqualvolta”.

Chi ebbe per primo la l’idea di mettere in piedi il numero dei De Rege? Nicola Fano, in un libro bellissimo su cui tornerò fra poco, ipotizza (o forse immagina) che il primo a imitare i due popolari (all’epoca, naturalmente) comici fu Campanini, in una gelida sera dell’inverno del 1934, in un caffè di Torino. Personalmente sono propenso a credere che sia stato invece il più giovane Chiari ad avere la trovata. A dirla tutta, per come la vicenda è descritta nel suo “semiromanzo quasibiografico” Quando spunta la luna a Walter Chiari, la trovata fu del fratello, Osvaldo Annicchiarico, che avendolo visto balbettare un po’ dopo un incontro di pugilato (Walter aveva appena vinto il campionato italiano novizi pesi piuma), avrebbe esclamato: «Sabato prossimo mettiamo su i De Rege!». «E chi fa il ritardato?», domanda il neocampione. «Osvaldo mi passò amorevolmente una mano sulla nuca, e io non insistetti», scrive Chiari. Sarà andata davvero così? Saperlo…

Ma chi erano dunque questi De Rege? Abbiam capito che «Vieni avanti, cretino» era roba loro. A questo punto dovrei andare indietro di un altro paio di generazioni, per porre questa domanda ai nonni – ammesso che siano stati grandi abbastanza per vedere i De Rege a teatro e che siano abbastanza vivi per potermelo raccontare. Eh sì: perché i De Rege sopravvivono quasi soltanto nella memoria di coloro (oggi non molti) che assistettero ai loro numeri. Altro che archeologia dei media: di questi due signori – che erano fratelli anche nella vita, che si chiamavano Guido (la spalla) e Ciccio (il cretino) e che erano di nobile stirpe campano-piemontese – non rimangono che un pugno di immagini, qualche incisione discografica (ne potete ascoltare una qui sotto, con quattro sketch editi diversi anni dopo la loro morte: quello intitolato La stampella è piuttosto grazioso) e qualche sporadica apparizione nei film anni ’40 di altri due fratelli, i De Filippo. Dei due in coppia non esistono filmati.

Morirono quasi in sordina, dopo un decennio abbondante di trionfi nell’avanspettacolo e nella rivista, uno dopo l’altro, prima la spalla e poi il comico, tra il ’45 e il ’48. Di loro non si conosce nemmeno la sepoltura. Una storia tragica? Senza dubbio. E però talmente leggendaria da non potere non affascinare. Talmente ammantata dal mistero che l’unico volume biografico mai dedicato ai due, De Rege Varietà di Nicola Fano, porta come sottotitolo Biografia probabile di un duo comico. Naturalmente il libro è introvabile. Spero che prima o poi qualcuno si decida a rimetterlo in circolazione, giusto per far capire ai millennials che «Vieni avanti, cretino» non l’ha inventato Lino Banfi.

Ah, dimenticavo. Sempre a proposito di desaparecidos dell’etere e dintorni, Vieni avanti cretino (senza virgola né punto esclamativo), era anche il titolo di una trasmissione televisiva del 2002, condotta da Serena Dandini e scritta – guarda un po’ – proprio da Fano. Manco a dirlo, raccontava in dieci puntate la storia dello spettacolo leggero italiano, dal café chantant all’avanspettacolo, fino alla TV. Qualcuno potrebbe rimandarla in onda, per favore?