‘The Long Road Home’ e la tragedia della guerra di Bush

La serie di National Geographic tratta dal best seller di Martha Raddatz è un racconto crudo e senza filtri della guerra in Iraq

The Long Road Home è la nuova serie Tv targata National Geographic, tratta dall’omonimo best seller di Martha Raddatz sceneggiata da Mikko Alanne (del film The 33) e prodotta da Ed McGurn.

DOVE SIAMO: Siamo in Iraq, dove si lotta per la sopravvivenza, giorno dopo giorno, minuto dopo minuto. Tutto accade in un attimo, durante l’atroce imboscata del 4 aprile 2004, a Sadr City, in un sobborgo di Baghdad, durante una delle giornate simbolo della Guerra in Iraq, ricordata per essere tra le più cruenti e conosciuta in gergo come “Black Sunday” ovvero la “Domenica Nera”. La prima Divisione della Cavalleria di Fort Hood è vittima di un’imboscata, in un susseguirsi di scene che intrecciano la vita al fronte con la vita a casa in Texas, dove le famiglie aspettano di avere qualsiasi notizia durante quelle 8 ore infernali.

CAST: Un cast stellare radunato per la nuova miniserie in otto puntate, che vede Michael Kelly (2 nomination Emmy per House of Cards e Taboo) nel ruolo del Tenente Colonnello Gary Volesky, a capo della squadra di salvataggio, insieme a Jason Ritter (nomination Emmy 2017 per Tales of Titans e figlio del grande John, di Tre Cuori in Affitto), che interpreta il capitano Troy Denomy alla guida dei soldati; Kate Bosworth che interpreta sua moglie Gina Denomy; Sarah Wayne Callies (la dottoressa Sara Tancredi di Prison Break) aka LeAnn Volesky, leader di un gruppo di supporto ai soldati, mentre Noel Fisher è Tomas Young, eroico soldato rimasto ferito.

STORIA: La storia è scritta dalla reporter Martha Raddatz, autrice di The Long Road Home, un libro molto apprezzato da pubblico e critica, tanto che il New York Times e il Washington Post l’hanno descritto come il miglior best seller dell’anno, basato su fatti realmente accaduti. Martha ha documentato sul campo le evoluzioni della guerra al fianco di membri del Pentagono, ufficiali e soldati statunitensi. E’ l’unica reporter televisiva ad aver volato su un jet da combattimento F-15, durante una missione in Afghanistan. È stata in Iraq e in Pakistan, realizzando sorprendenti interviste e non pochi scoop. Esperienze che l’hanno vista come inviata di Guerra, non solo per la sua emittente, ma come corrispondente della Casa Bianca, rendendo conto direttamente all’allora presidente degli Stati Uniti George H.W. Bush.

Perchè raccontare questa storia? Parola a Ed McGurn, produttore esecutivo: «Abbiamo cercato di rimanere fedeli al libro, con lo stesso rispetto di un libro di storia. Abbiamo visto molti film sulla Guerra, alcuni sono dei veri cult e hanno fatto la storia del cinema, ma questa è un’altra cosa, non è fiction-narrativa, abbiamo cercato di raccontare la pure e cruda realtà, quella che i nostri soldati vivono ogni giorno al fronte. Senza nascondere dettagli anche poco piacevoli».

Per l’autrice Martha Raddatz The Long Road Home «non è un libro politico, anche se quando l’ho scritto, stavo ancora collaborando per la Casa Bianca, sotto la Presidenza Bush. E di certo era l’ultima cosa che avrei voluto fare, ma è stato più forte di me, ho cercato e voluto raccontare la vera storia di quei soldati e delle loro famiglie, proprio perché l’ho vissuta in prima linea. Ho insistito per farmi assegnare come inviata di Guerra, avevo l’incarico di raccontare la storia di quella presidenza, ma per farlo dovevo essere là, vivere in prima persona i fatti. Sicuramente questo mi ha reso migliore come Corrispondente della Casa Bianca, perché al rientro da quei viaggi, andavo nella stanza ovale per parlare con il Presidente Bush, che aspettava di sapere cosa avevo visto e cosa stava accadendo. Poi però mi sono resa conto che Bush raccontava altro ai cittadini, diceva che “Andava tutto bene”, mentre sapevo che era esattamente il contrario. Perché bisognava tenere alto il morale dei soldati, quando loro stessi sapevano che le cose non andavano bene? Per tenere tranquille le famiglie? Ecco perche mi sono sentita in dovere di incontrare quelle persone, che vivevano una battaglia universale di servizi e sacrifici militari, lontani dai giochi di potere della politica. E’ stata una delle ultime interviste fatte al Presidente Bush prima di lasciare gli uffici presidenziali della Casa Bianca».

«E’ stato un vero e proprio bagno di sangue, anche su dichiarazioni di veterani come Robert Miltenberger, con una lunga carriera militare alle spalle», aggiunge Jeremy Ritter. «Grazie a Martha, che negli anni è sempre riuscita a restare in contatto con molti dei protagonisti di questa vicenda, siamo riusciti a ricostruire come sono accaduti realmente i fatti. Il Colonello Gary Volesky ha fatto un discorso che condivido con voi: “Quando arriva il momento di combattere, è come vivere dentro ad un tamburo dove tutti iniziano a colpire, uno dopo l’altro, sempre più forte, fino a quando non si sentono più le voci”. E’ stato lui a farci capire l’importanza di preservare l’autenticità delle persone vere e di non romanzare».

Come avete scelto il team per questo progetto? «Posso dire che quando ho intervistato questi ragazzi, dopo la battaglia, inizialmente erano in piccoli gruppi», dice Raddatz. «Poi dopo aver coinvolto il Colonello Gary si sono aggiunti altri personaggi, come Volensky comandante del plotone; Miltenberger, Aguero e il sergente Eric Bourquin, consulente della serie. Eric, leggendo il mio libro, mi ha confessato di aver scoperto molti dettagli di cui non era a conoscenza e che nessuno gli aveva mai rivelato anche a conclusione di tutta la storia. Quando ho iniziato a scrivere il libro, ho pensato che sarebbe stato un lavoro facile, visto che esistevano i rapporti di tutto quello che era successo. In realtà non è stato così, molti dettagli non erano stati documentati, altri omessi, e quindi ho deciso di iniziare a intervistare i protagonisti della vicenda. E’ stato un processo lungo e complicato anche perché molti di loro ritornavano al fronte. E’ stato un viaggio molto emotivo per tutte le persone coinvolte».

Qual è stato il momento che l’ha resa più orgogliosa? «Senza dubbio aver dato voce a questi militari e alle loro famiglie. Soprattutto voglio che le persone guardino la serie o leggano il libro, per fargli capire e per far capire a voi giornalisti, cosa vuol dire andare in Guerra», dice Raddatz. «Bisogna tramandare la storia da generazione a generazione, per non dimenticare e per far capire come sia diversa la realtà dai fatti che vengono raccontati alla nazione. Mi auguro che le persone aprano gli occhi. Questi ragazzi si meritano che la loro storia venga ascoltata».

Avete avuto problemi con i permessi per girare nella base militare di Fort Hood? «Non è stato facile, ogni volta che avevamo bisogno di qualcosa ci servivano almeno 16 firme prima di procedere con le riprese», dice Ed McGurn. «Ma siamo stato molto fortunati perché alla fine ci hanno lasciato vivere nella base per 4 mesi. È stata un’esperienza stupenda vivere con i militari, far parte della loro quotidianità. Abbiamo organizzato la nostra base vicino al luogo di addestramento, dove si allenano i ragazzi. Abbiamo costruito varie strutture per ricreare il viale principale della Base Militare com’era a quel tempo. E’ stata una bella esperienza per capire e conoscere più da vicino i valori del Servizio Militare, oltre che l’occasione per imparare a rispettare esseri umani di culture, religioni e razze diverse, perché alla fine si combatte tutti per le stesse motivazioni. Abbiamo avuto supporto da tutti, soprattutto dai familiari dei soldati».

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