‘The Big Sick’: se ti svegli, ti sposo

Abbiamo incontrato Kumail Nanjiani e Emily V. Gordon, che la storia del film (vero e divertentissimo), l'hanno vissuta, prima di raccontarla

Nonostante il dramma che ha portato gli autori a scrivere questa storia, The Big Sick è una delle commedie più romantiche, divertenti, attuali, satiriche, e sfacciatamente politically incorrect dell’anno, oltre che il vincitore del premio del pubblico al 70° Locarno Film Festival. I protagonisti sono Kumail Nanjiani (Silicon Valley), nei panni di se stesso, e Zoe Kazan (Ruby Sparks e All’ultimo voto), che interpreta la fidanzata del primo nella vita reale, Emily V. Gordon, sceneggiatrice della pellicola assieme a Nanjiani.

Il film racconta la vera e insolita storia di amore tra i due: dopo essersi innamorati e lasciati a causa di incomprensioni culturali – lui, pachistano, non ha il coraggio di rivelare la relazione ai genitori, che spingono per un matrimonio combinato con una connazionale –, finiscono lo stesso per sposarsi, dopo che lei, vittima di un’infezione virale, finisce in coma indotto. A produrre è Judd Apatow, sempre a caccia di nuovi comici dirompenti per la sua scuderia. Nel cast ci sono anche Holly Hunter e Ray Romano. Questa è la sintesi della nostra chiacchierata con Kumail Nanjiani e Emily V. Gordon, che questa storia l’hanno vissuta, prima di raccontarla. The Big Sick: un film da vedere assolutamente.

Quando è nato The Big Sick?
KUMAIL: Quando ho visto Emily in coma, sdraiata sul letto dell’ospedale. Il primo pensiero che mi è passato per il cervello è stato: “Quando si sveglia, la sposo”. Detto fatto, tre mesi dopo eravamo marito e moglie.
EMILY: Quando ho iniziato a non sentirmi bene, ho ascoltato i pareri di persone che non sapevano nulla, compresi tanti medici. Secondo loro avevo di tutto: influenza, polmonite, attacchi di panico, ma nessuno sapeva dirmi davvero perché stavo così male. Ogni volta mi diagnosticavano una malattia diversa, e nel frattempo le mie condizioni continuavano a peggiorare. A un certo punto facevo fatica a respirare, e così hanno deciso di mettermi in coma, per fare alcuni test, che non avrei potuto sopportare quando ero cosciente.
KUMAIL: La prima volta volta che sono andato in ospedale e ho visto Emily mi sono spaventato a morte. Non l’avevo mai vista così preoccupata, l’infermiera di turno continuava a dirle “Mi spiace, ma sei veramente malata”. Come si fa a dire certe cose? Mi sono incazzato di brutto, anche se qualche ora dopo Emily era in coma. A quel punto è iniziata la mia e la sua avventura.

Come hai comunicato con Emily, mentre era in coma?
KUMAIL: Mi sono informato, e ho scoperto che la maggior parte dei pazienti in coma sono capaci di ascoltare chiunque si rivolga a loro. Io le parlavo, i suoi genitori facevano lo stesso, abbiamo cercato di mantenere un contatto giornaliero. Le raccontavo i gossip di Hollywood, notizie che lei assolutamente odia, e altri argomenti del cazzo, come moda e celebrities. E poi provavo molti dei miei scherzi più collaudati: siccome non poteva rispondere, mi faceva bene pensare che la facessero ridere.
EMILY: Anche se fossero stati divertenti, non sentivo nulla.



Alcuni elementi della storia corrispondono esattamente a eventi reali, altri invece sono frutto della vostra immaginazione. Come avete combinato realtà e fantasia?
EMILY: Era importante raccontare alcuni fatti importanti, come il coma e la relazione che si sviluppa tra Kumail e i miei genitori durante quel periodo, ma allo stesso tempo era imperativo rispettare chiunque stia vivendo o abbia vissuto questa situazione traumatica. Quindi è stato molto difficile bilanciare dramma e commedia, senza mancare di rispetto alle famiglie delle vittime che hanno vissuto tragedie simili.
KUMAIL: Abbiamo drammatizzato alcuni elementi rispetto ad altri, perché alla fine questo è un film, non un documentario. Abbiamo trasformato la nostra storia in una storia vera, ci siamo chiesti chi fossero i personaggi e cosa avrebbero potuto fare per diventare più interessanti, come potevamo aggiungere battute intelligenti, senza rovinare il tono drammatico. È stato necessario aggiungere elementi fantastici anche per distaccarci dalla nostra storia personale: per me il coma di Emily è stato il momento che ha cambiato tutto nella nostra relazione, e anche se sembra un momento molto cinematografico, in realtà è stato tragico.
EMILY: Voglio anche dire che mio padre non ha mai tradito mia madre, mi hanno chiesto di precisare questo fatto.



Avete scritto la sceneggiatura insieme. Come avete gestito questa collaborazione?
EMILY: Abbiamo sempre lavorato bene insieme, per noi è naturale scambiarci idee, senza prevaricarci l’un l’altro. In questo caso è stato facile, perché avevamo lavorato insieme su altri progetti, e sapevamo come rispettare lo spazio di entrambi. A un certo punto per me è stato difficile, perché facevo fatica a distinguere il ruolo di mio marito: confondevo la figura personale e quella professionale, di scrittore. Come moglie mi aspettavo che Kumail sostenesse tutte le mie idee, anche quelle che facevano cagare. Poi, quando avevamo un meeting di lavoro, dove eravamo partner, mi aspettavo che si comportasse nella stessa maniera: volevo che mi sostenesse anche quando le mie idee non erano poi così geniali. Fortunatamente il mio socio Kumail sapeva cosa fare, non era disposto a scambiare la nostra vita privata con quella professionale, e, quando avevo torto, me lo sputava in faccia. Non è stato facile trovare il giusto equilibrio, ma alla fine ce l’abbiamo fatta, da quel momento ho imparato che quando lavoriamo lui è solo uno scrittore, e non mio marito: a livello emotivo siamo completamente distaccati.
KUMAIL: Dopo questa esperienza abbiamo deciso di stabilire alcune regole. Cerchiamo di non parlare mai di lavoro, se non è assolutamente necessario, e, se ci sono dei problemi, preferiamo parlarne in ufficio, non a casa. La nostra relazione funziona perché ridiamo molto. Questo film ci ha reso più forti, non solo come individui, ma come coppia. È un film molto intimo, che abbiamo deciso di condividere con il mondo. Quando scriveva scene nuove, e mi mandava l’avanzamento della sceneggiatura, per me era l’apoteosi della nostra relazione. Ero la prima persona al mondo a leggere i suoi sentimenti, a poter interpretare i suoi pensieri. Scusate, mi entusiasmo davvero con poco!



Come è stato lavorare con Judd Apatow?
EMILY: Judd ci ha sempre supportato, incoraggiato a scrivere la storia che volevamo raccontare, senza forzature. Diceva sempre: “Non vi preoccupate, le battute entreranno, la parte comica arriverà appena avrete capito cosa volete raccontare”. Aveva ragione, ci siamo sentiti liberi di scrivere quello che volevamo.
KUMAIL: Abbiamo solo seguito alcune regole comiche di base, senza perdere il contatto con la realtà. E ha funzionato.