Sanremo 2018, le pagelle: Fiorello salva il Festival

Lo showman si è preso l'Ariston e ha oscurato tutti. Bene Gazzè, Decibel e Stato Sociale. Canzoni deludenti per Nina Zilli e Le Vibrazioni.

Rosario Fiorello, foto IPA


logo Michele Monina

Fiorello Voto:9

Immaginate di entrare in uno spogliatoio dopo una partita di calcio. No, non una partita di serie A, una di quelle tra scapoli e ammogliati, età media cinquantacinque anni. Vedi tutti li nudi, le pance prominenti, i pochi capelli appiccicati alle pelate, i piselli imbarsottiti dalla partita, e dall’età. Ecco, poi immaginate che arrivi Rocco Siffredi, carico a pallettoni e pronto a girare un corpo a corpo con Malena e Valentina Nappi. Bene, non siamo ancora lontanamente vicini a cosa Fiorello è stato rispetto ai conduttori di questo Festival. 30 centimetri di talento, a spanne.

Claudio Baglioni Voto: 4

Ha ripetuto centinaia di volte che non avrebbe presentato il Festival, infatti ha mandato sul palco Renato Balestra. A cantare resta un grande, continuasse a farlo che ci piace ricordarlo da vivo. Il monologo di inizio ha ridefinito il concetto di rottura di coglioni come neanche un film di Amelio. Gli investitori che si erano comprati gli spazi pubblicitari del primo blocco si sono suicidati in massa come i Lemming, temo. Poi è arrivato il peggio, come quando sbaglia la sua E tu e viene blastato dal solito Fiorello.

Pierfrancesco Favino Voto: 4

Bravo è bravo. A fare l’attore. La televisione no, però, dai.

Ferdinando Salzano Voto: 10

Mesi fa avevo ipotizzato che in questo Sanremo Ferdinando Salzano, titolare dell’agenzia Friends and Partners, si sarebbe preso tutto il Festival. Lui promoter di mezza scena italiana, a partire da Baglioni, dicevo, avrebbe portato i suoi in gara, avrebbe occupato tutti gli spazi dedicati ai superospiti. Mai avrei pensato che li avrebbe fatti lievitare, tipo miracolo dei pani e dei pesci. Ha veramente la faccia come il culo, avrei detto fosse un mio amico. Non lo è e dubito lo diventerà dopo questo Festival. Il suo Festival.

Michelle Hunziker Voto: 4

Lei ci prova in tutti i casi a essere simpatica e a mandare avanti la baracca, come quelli che raccontano le barzellette sbagliando il finale e allora provano a ricordarsi cosa faceva ridere sparando un po’ a caso, sfinendo chi hanno di fronte. La gag per feticisti dei piedi con Baglioni e Favino è quasi eroica (eroica, non erotica), perché se accetti di metterti così in imbarazzo o ti hanno riempito di soldi o hai un attaccamento a quel che stai facendo che meriti di diventare Cavalier del Lavoro. Si impegna, ma non riesce.

Annalisa Voto: 7

Annalisa è cresciuta. È anche rinata. Questo ci dice la sua canzone. Che interpreta assai bene. Perché brava è brava. Lo è da sempre. Forse è la prima volta che Annalisa è davvero a fuoco, nonostante Canova, che la produce. O per suo merito, vallo a capire. Bene.

Ron Voto: 9

Ma a uno come Ron cosa gli si può dire, se non che è un cantatore elegante, talentuoso, capace di mettere l’anima in ogni sua canzone. Stavolta la canzone è un inedito di Dalla, un bell’inedito di Dalla. Un connubio spaziale. Da piangere rannicchiati sul divano, sperando non finisca.

The Kolors Voto: 6

I The Kolors che non ti aspetti. Tutti percussioni e niente chitarre, se non in un assolo sul finale. Non sembra una loro canzone, a voi decidere se sia un bene e un male. In qualche modo un canone, sembra Mezze verità dei Sottotono, che già sembrava Bye Bye degli ‘Nsync. Uno standard. O tempora o mores.

Max Gazzè Voto: 7

Il brano guadagna ascolto dopo ascolto. Essendo il primo che fate, voi, non potete che credermi sulla fiducia. Di fatto questo Gazzè compositore classico è interessante da seguire. Non immediato ma importante. Fidatevi.

Laura Pausini Voto: 10

La migliore battuta della serata l’ha fatta lei: non vengo perché ho la laringite proprio mentre c’è Fiorello che giganteggia, lasciando la Rai col culo per terra, nella prima serata del Festival, ma ci sarò sabato, a beccarmi il pubblico della finale, quando alla Rai non serve certo qualcuno che alzi l’Auditel. Oggi le comiche.

Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico Voto: 8

Finalmente una diva vera. Una che a ottantatré anni si mette in gioco, circondata da due dei migliori autori in circolazione e con una canzone raffinata e toccante. Niente laringiti. Una interpretazione da proiettare nelle scuole di canto.

Ermal Meta e Fabrizio Moro Voto: 7

Ecco la canzone vincitrice del Festival. Metà Meta e metà Moro, shakerate e servite con ghiaccio. Il tema affrontato è quello di questi anni di terrore, e è affrontato con tocco lieve, il solo con quale uscirne illesi. Bella canzone, leggera e consistente. Due che ci sono e ci saranno.

Mario Biondi Voto: 6

A un primo ascolto, quello fatto dalla stampa musicale in quel della Rai di Corso Sempione, la canzone mi era apparsa un po’ banale. Seppur raffinata e ben scritta, come in effetti ci si sarebbe potuto aspettare da Biondi, mi sembrava appunto troppo da Mario Biondi. Niente di sorprendente. Poi però mi sono detto che non necessariamente le canzoni ci devono sorprendere. Che possono semplicemente emozionarci e rassicurarci. Chiaro, aver incontrato Biondi di persona e aver scoperto che è alto quasi due metri ha forse influenzato il mio giudizio, ma son dettagli…. Grandissimo Mario.

Roby Facchinetti e Riccardo Fogli Voto: 6,5

Sembra di sentire una canzone dei Pooh, dirà qualcuno. E grazie al cazzo, bisognerebbe rispondere. I due da lì arrivano e in quell’ambito si sono sempre mossi. Massimo rispetto per la loro storia. Non troppo entusiasmo per la canzone e l’interpretazione.

Lo Stato Sociale Voto: 9

La sorpresa che non ti aspetti. Anche perché se no che cazzo di sorpresa è. Intendiamoci, chi conosce Lo Stato Sociale riconoscerà perfettamente il loro stile, giusto un filo mainstreamizzato per l’occasione, ma tutti gli altri si saranno ritrovati a muovere il culo sul divano al ritmo del loro brano, destinato a diventare la canzone sanremese più trasmessa dalle radio. L’idea della vecchia che balla merita il biglietto all’Ariston. Bravi. E giovani.

Noemi Voto: 7

Noemi ha una delle voci più interessanti del nostro pop. Messa al servizio di una canzone che la mette ben in risultato. Ascoltarla è sempre un piacere, stavolta più di altre. Malinconica anche quando non vuole.

Decibel Voto: 9,5

Io tifo per loro, non è un segreto. Questione di radici, di vite vissute e di colonne sonore. Facendo operazione di astrazione, però, va detto che la canzone è davvero un gioiello, di quelle che a Sanremo non ti aspetti di sentire. Bowiana, ovviamente. Decibelliana, anche. Rock classico suonato con strumenti veri, che oggi non è poi così scontato. Qualcosa da portare nel mondo. Almeno nel mio.

Elio e le Storie Tese Voto: 7

La canzone degli Elii non fa ridere. Come tutte le altre in gara. Non vuole far ridere, è un addio. È una bella canzone con reminiscenze beatlesiano e anche beachboysuane. Musica vera per dici Arrivedorci. Lo show, invece, fa ridere, un po’ come se fosse una condanna. I cori sono da standing ovation.

Giovanni Caccamo Voto: 6

Sentito con l’orchestra il brano di Caccamo ci guadagna parecchio. Una Perdere l’amore più delicata e con trent’anni di meno sulle spalle. Lui è bravo, e lieve come le sue canzoni. A volte cambiare idea è bello.

Red Canzian Voto: 7,5

Un brano ritmato in mezzo a duemila ballate. Un brano che ci dice, nel caso non ce me fossimo accorti, che Red era uno dei cantanti dei Pooh, non semplicemente il bassista e che sa ancora cantare assai bene. La canzone resta inchiodata alle orecchie. Leggi alla voce: mestiere.

Luca Barbarossa Voto: 7,5

Signore e signori, ecco un uomo maturo che canta una canzone che racconta una storia d’amore matura. In epoche di autori bimbiminkia che scrivono per tutti, non siamo più abituati a sentire parlare del tempo che passa, dei sentimenti che cambiano con le rughe. Con la scusa del romano, qui misto all’italiano, Barbarossa si concede il lusso di essere se stesso. Grazie a Dio. Ce ne fossero.

Diodato e Roy Paci Voto: 7,5

Il tema di questa canzone è sulla carta spinosissimo. Come erano belli i bei tempi andati, in cui si parlava guardandosi negli occhi, senza aver sempre come filtro lo smartphone. Lo so, l’ho un po’ banalizzata, ma questo è. Per fortuna, però, non è un discorso da bar, ma una canzone, musicalmente molto azzeccata. Con un incrocio tra la voce di Diodato e la tromba di Paci che ci regala uno dei momenti migliori di questa serata, e con un incedere che ci ridona vita nella piattezza dello show televisivo.

Gianni Morandi Voto: 5

Gianni non si dovrebbe discutere. Ha fatto la storia della nostra musica leggera. Ma porta sul palco dell’Ariston Tommaso Paradiso come superospite e per questo non credo sia ancora stata inventata una tortura medievale abbastanza dolorosa. Peccato. Quando sul finale Paradiso fa la pubblicità al prossimo tour dei Thegiornalisti di colpo tutto torna. Tranne la musica.

Nina Zilli Voto: 2

I bambini sono tutti belli, si dice in genere. Non è vero. È ipocrisia spiccia, per non dire a qualcuno che suo figlio è brutto. Le canzoni non sono tutte belle. Questa è davvero brutta. Inspiegabile perché la Zilli la abbia scelta per salvare un disco già mezzo morto. Forse è eutanasia.

Renzo Rubino Voto: 7,5

A Renzo Rubino piace Bindi. E Modugno. Si sente. Un cantore d’altri tempi capitato per caso nell’epoca sbagliata. Per nostra fortuna. La canzone parla di separazioni, viste da chi sta nel mezzo, un figlio. Un cuore che sanguina che Rubino ci dona, senza pudori. Per nostra fortuna.

Enzo Avitabile e Peppe Servillo Voto: 7

Sulla carta questa doveva essere la canzone migliore del Fesitval. Due talenti di prima grandezza, con un testo di uno dei migliori parolieri, Pacifico. Nei fatti salgono sul palco quando sta spuntando l’aurora, Benedetto Iddio, e li avranno ascoltati giusto i fornai. Notevole.

Le Vibrazioni Voto: 5

A riguardare le pagelle mi sono detto: ma in pratica non ho dato quasi nessuna insufficienza. Poi fortunatamente sono arrivate le Vibrazioni, stavolta un po’ in versione Modá, e almeno un altro voto basso sono riuscito a metterlo. Da chi è tornato insieme dopo tanti anni ci si sarebbe aspettato un guizzo, invece non ci è arrivato un cazzo. Peccato.