Ridley Scott, un gladiatore a Hollywood

Il regista di 'Tutti i soldi del mondo' compie 80 anni. E in attesa di vedere il suo nuovo film, abbiamo scelto cinque delle sue scene migliori

Ridley Scott è l’uomo delle sfide: ha appena finito di girare nuovamente le scene di Tutti i soldi del mondo in cui compariva Kevin Spacey, perché «Non possiamo tollerare nessun comportamento del genere», come ha spiegato il regista dopo lo scandalo che ha coinvolto l’attore. E questo praticamente nel giorno in cui ha compiuto 80 anni: «Per costringermi a smettere di fare film, dovranno spararmi in testa». Sir Scott è anche un costruttore di mondi attraverso le luci, un tecnico abilissimo, che ha fatto di questa dote uno dei suoi marchi di fabbrica. Dopo Alien e Blade Runner, che hanno cambiato il cinema di fantascienza, il suo nome è da sempre legato allo sci-fi, ma nella carriera ha sperimentato i generi più diversi, dallo storico al war-movie, non sempre però (va detto) con risultati entusiasmanti. Per il suo compleanno abbiamo scelto cinque tra le scene migliori dei suoi film.

Il chestburster esce dalla pancia di John Hurt

Nessuno meglio dello stesso Scott è in grado di raccontare una delle sequenze più celebri e spaventose della storia del cinema: quella del chestburster che in Alien esce dalla pancia del povero Kane, alias John Hurt. «Sapevo esattamente cosa volevo: sarebbe stata una scena molto fisica, la stanza sarebbe stata bianca e avremmo spruzzato sangue ovunque» ha spiegato il regista «Doveva riuscire al primo ciak perché per pulire il set sarebbe servita una settimana e non avevamo tempo. In più bisognava girare in fretta perché tutta quella roba l’avevamo presa da un macellaio e da un pescivendolo, era organica e avrebbe avuto un cattivo odore. John Hurt aveva cinque camere puntate addosso: all’inizio non c’è nessun trucchetto, solo pura recitazione. Avevamo questo torace finto avvitato al tavolo, da cui esce quell’essere: non è una bellezza?! Ero sicuro che sarebbe stato speciale, le persone guardando quella scena dovevano dire: “What?!”».

Ma che cosa ha reso questa sequenza così iconica, a parte l’abilità tecnica e la direzione semplice ma incredibilmente efficace di Ridley Scott? Il fatto che nessuno del cast fosse a conoscenza di quello che stava per accadere, come da rigidissime indicazioni del regista. Il finto torace fu riempito di sangue finto e con un sistema a pompa fatto esplodere in faccia agli interpreti completamente ignari.

«Tutto ciò che c’era scritto nel copione era: “Emerge questa cosa”» ha spiegato Sigourney Weaver. «Se un attore il terrore lo finge non è possibile avere quella reazione di paura cruda, quasi animale che vedete nella sequenza» ha affermato Scott.

Deckard insegue Zhora

Non solo “Ho visto cose che voi umani”, in Blade Runner ci sono tante sequenze da applausi. Blade Runner è diventato un cult anche e soprattutto grazie al concept e al production design visionario immaginato da Ridley Scott. Insieme al romanzo Neuromancer di William Gibson, la pellicola è considerata l’inizio del genere cyberpunk: Scott l’ha descritto come il suo film “più completo e personale”, ma in realtà nel 1982 fu tutt’altro che un successo commerciale.

Noi abbiamo scelto di inserire, per significato e estetica, la scena in cui Deckard insegue la replicante Zhora per strade al neon di Los Angeles, con l’intento di toglierla di mezzo. E, nonostante questo, Scott riesce a girare la sequenza con un’eleganza e una grazia fuori dal comune, con la leggendaria colonna sonora di Vangelis a fare da sfondo e anima. Scott fa quello che sa fare meglio: usare le luci. Zhora cerca di salvarsi rompendo i vetri e le insegne al neon rimbalzano colori ovunque, il tutto mentre Deckard continua a sparare quasi in automatico. E quando riesce a colpirla e lei giace a terra inerme, realizza ciò che ha fatto. Ma il suo atteggiamento è meravigliosamente ambiguo, come tutto Blade Runner del resto: è turbato, arrabbiato? Oppure solo a corto di fiato per l’inseguimento?

Il volo di Thelma e Louise

Inizialmente dietro la macchina da presa di questo mitico western on the road tutto al femminile non doveva esserci Scott (conosciuto in quel momento soprattutto per il genere sci-fi), ma la sceneggiatrice Callie Khouri. Non solo: Thelma e Louise subito dovevano essere interpretate da Michelle Pfeiffer e Jodie Foster, anche se la Khoury avrebbe voluto Holly Hunter e Frances McDormand e Meryl Streep e Goldie Hawn si erano interessate allo script. Ma ora chi altro riuscireste ad immaginarvi alla regia se non Ridley Scott? E quali altre attrici nei panni delle due amiche in fuga se non Geena Davis e Susan Sarandon?

Gli sguardi complici, la decisione, la sgommata, la polvere, il detective che insegue l’auto in slow motion, il close up sulle mani che si intrecciano, il piede sull’acceleratore e il salto. Ridley Scott aveva girato il finale in cui si vede la Thunderbird che si tuffa nel canyon, con la malinconica Better Not Look Down di BB King in sottofondo. Ma l’auto che precipita non ce fa la vedere lui e non riusciamo proprio ad immaginarcela nemmeno noi, perché quel fotogramma finale della macchina sospesa nel dirupo non dà l’idea di qualcosa che finisce, ma bensì di qualcosa che inizia.

La vendetta del Gladiatore

“Mi chiamo Massimo Decimo Meridio, comandante dell’esercito del Nord, generale delle legioni Felix, servo leale dell’unico vero imperatore Marco Aurelio. Padre di un figlio assassinato, marito di una moglie uccisa… e avrò la mia vendetta… in questa vita o nell’altra”.

Il Gladiatore fu il più grande e immediato successo di critica, pubblico e premi di Scott: ha vinto cinque Oscar compresi, miglior film, miglior attore per Russell Crowe, mentre Ridley era stato nominato della categoria miglior regista. In molti hanno parlato del film come un grande ritorno del peplum a Hollywood, ma la pellicola è più di questo (e delle imprecisioni storiche, dei personaggi inventati che sono stati spesso al centro di discussioni).

È Ridley Scott l’europeo che attraverso un kolossal si rivolge all’America, novella Roma imperiale. Ed è soprattutto questa scena, in cui l’eroe si rivela al tiranno davanti al popolo, è Crowe che si toglie l’elmo di spalle e poi si gira con lo sguardo di ghiaccio per pregustare la sua vendetta, godendosi l’espressione di umiliazione, paura e rabbia sul volto di Commodo (un grandissimo Joaquin Phoenix, straordinaria nemesi del protagonista), è la messa in scena, è la macchina sui volti di Scott, è la musica di Hans Zimmer. E pensare che sembra che Russell Crowe non volesse recitare quella battuta perché la considerava scadente. Ma ancora una volta Ridley ci ha visto lunghissimo: Crowe si è portato a casa la statuetta e quella scena è entrata nella storia del cinema. E pure in quella delle parodie: Salvatore vi dice qualcosa?

Gli elicotteri in Black Hawk Down

Magari non fatelo vedere a chi considera Scott soprattutto un bravissimo tecnico ma Black Hawk Down è un film di guerra girato meravigliosamente, cinema allo stato puro, grazie ad una fotografia brillante e un montaggio scalpellato, che creano un incredibile senso di tensione. La scena dell’atterraggio degli elicotteri è da maestro perché riesce a creare un senso di realismo caotico, che è difficile vedere in un war movie storico. Due mezzi dell’esercito americano vengono abbattuti dalle milizie somale armate fino ai denti e un pilota ferito e alcuni soldati si ritrovano nelle mani della resistenza. Magari non punterà troppo sui personaggi e sul senso culturale di quella guerra, ma Black Hawk Down è un ritratto viscerale del conflitto, reso ancor più glorioso dall’eccezionale abilità tecnica di Ridley Scott.

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