Phil Griffin: «Amy Winehouse amava la tragedia e la danza»

Con il regista delle popstar abbiamo parlato di alchimia, di Amy e di come la sua vita sia cambiata dopo aver lavorato con Kate Bush

Se non avevate capito quasi niente, o se non avevate capito abbastanza di Mount Olympus, il mastodontico spettacolo di ventiquattrore di Jan Fabre, il documentario di Phil Griffin, Surrender, potrebbe davvero darvi una mano. “In quarant’anni di attività artistica con la mia compagnia, la Troubleyn, non ho mai consentito a nessun regista di accedere alle prove e di condividere il processo creativo – ha riferito Fabre durante la presentazione di Surrender al Romaeuropa festival – Phil è riuscito veramente a catturare la bellezza e l’estrema passione che i performer infondono nella loro arte, avvicinandosi moltissimo alla loro pelle e al loro sudore”. Phil Griffin conosce Fabre da quando nel 1987 era entrato a far parte della Troubleyn come primo ballerino maschile, per poi cambiare rotta e diventare il regista di pop star come Amy Winehouse, Rihanna, Jay-Z, Paul McCarney, John Bon Jovi e tanti altri.

E’ stata questa fiducia reciproca, consolidatasi in trent’anni di amicizia, a permettere quel dialogo tra i due artisti, un Socrate e un Platone, che nel documentario si alterna alle immagini delle prove dello spettacolo nella sede belga di Antwerpen della compagnia. Un dialogo intenso in cui Griffin riesce ad andare oltre la superficie dei movimenti dei performer per addentrarsi nelle profondità del processo creativo di Fabre, che condivide così con il pubblico ciò che pensa di questo nostro passaggio temporaneo su questa terra. La fragilità dei Guerrieri della Bellezza, così Fabre definisce i suoi artisti, è una condizione preziosa che Phil, e lo stesso Fabre, sanno di dover pregiare. «La vulnerabilità e il tempo – dice Phil – sono estremamente connessi. Viviamo in un periodo storico in cui gli esseri umani sono molto vulnerabili ma allo stesso tempo il concetto di vulnerabilità è associato a qualcosa di cui ci si deve vergognare, l’empatia fa molta paura nella nostra società. Attraverso questo progetto abbiamo cercato di lavorare sulla fiducia e sulla correlazione che esiste tra la vulnerabilità e il tempo».

Abbiamo incontrato Phil Griffin prima della proiezione del suo documentario al Teatro Argentina di Roma, una delle location della trentaduesima edizione del Romaeuropa, il festival romano di arte visiva, danza, teatro e musica.

Il tuo nome sui social è Alchemy Phil. Perché?
Perché credo che l’arte sia trasformazione e che il suo scopo principale sia quello di trasformare l’istinto più primordiale in quello più elevato e divino. Se sono sul palco con i performer o chiuso in una stanza a scattare un ritratto di un artista, è l’alchimia che fa sentire al soggetto che ho davanti che sono esattamente come lui, in quella stessa stanza, esposto e umano allo stesso modo. Una buona fotografia non si cattura ma si dà, non sono io che prendo ma sei tu, soggetto, che mi offri la tua immagine e io devo essere vulnerabile abbastanza per ricevere la tua essenza.

Perché hai deciso di produrre Surrender?
Stavo lavorando con Amy Winehouse e la sua morte mi aveva sconvolto. Non ero sicuro di cosa volessi fare poi, avevamo fatto così tanto insieme. Ero distrutto. Chiamai Jan e gli dissi che mi sentivo perso. Fu lui a invitarmi ad Antwerpen, in Belgio. Sarei dovuto rimanere due settimane, me ne andai dopo sei mesi. Fabre mi domandò se fossi in grado di registrare un documentario in maniera discreta e silenziosa. Il processo produttivo di Fabre è davvero privato. Annuii e lui mi chiese allora di quante persone avessi bisogno e per quanto tempo. Risposi che mi servivano cinque persone per due mesi. La mia idea di troupe ridotta non andava bene: “Sarai solo tu ma ti darò cinque mesi”, si impose. Non era molto logico ma lui disse che voleva solo me, ed è così che abbiamo girato Surrender, discretamente, in silenzio, sempre in un angolo guardando e osservando.

I tre videoclip che hai filmato per Amy Winehouse, Rehab, Back To Black e You Know I’m No Good, sembrano i tre atti di un unico film.
Lo sono. Quando Amy mi fece ascoltare il disco sapevamo esattamente il percorso che avremmo poi fatto. Scrivemmo le sceneggiature in un unico giorno: avremmo iniziato con Rehab e poi Back to Black, era il concetto di una tragedia. Questo teatro, il teatro Argentina di Roma, ha nel frontone la scritta “Alle arti di Tersicore”, che è la musa della danza. Amy amava la danza, così come amava la tragedia. Nei video avevamo deciso di mostrare la verità: la vita è un dramma, è dolorosa, bella, è la gioia e la tragedia. Sapevamo che l’arco narrativo della storia era basato sulla tragedia ma Amy voleva anche un po’ danzare. Aveva le immagini dei video nel suo cuore, io l’ho solo aiutata a farle uscire traducendo quello che aveva dentro. L’avevo fatta sentire sicura di mostrarlo al mondo. Con Amy, ma anche con Rihanna e Paul McCartney, il gioco stava nel trovare quello che volevano mostrare, usando l’empatia e l’amore. Mi innamoro sempre degli artisti con cui lavoro.

In alcuni video, come quello di Adele, sei più sperimentale, mentre in altri, come quelli per Amy, sei stato più “classico”, più narrativo forse?
Anche Amy voleva sperimentare con la reale verità e mostrarla agli altri con il suo album e la sua musica. Nella sua scrittura non c’era alcuna menzogna, mai. Adele era giovane quando abbiamo girato Cold Shoulder, si trattava più di trovare una sua traduzione che potesse lei stessa gestire. Quando ci conoscemmo era solo una ragazza giovane e avevamo più possibilità di sperimentare, poi è diventata una superstar.

Come hai conosciuto Amy?
Ci odiavamo all’inizio, ci guardavamo male e non potevamo mentirci. Avevamo un amico in comune che voleva lavorassimo insieme. Stavamo bevendo qualche drink con un po’ di amici e uno di loro mi stava dicendo che avrei dovuto lavorare con Amy. Avevo risposto che forse era un po’ troppo jazz per me, che c’era troppo flow e poca melodia nella sua musica. Lei si sentì molto offesa e mi mandò affanculo. Successivamente, mi inviò Rehab e io impazzii. Quel pezzo era straordinario e la chiamai, ripetendole quello che pensavo di Rehab, ma lei mi rispose che ormai era troppo tardi e che si era già organizzata co qualcun altro. Dovetti aspettare che la sua rabbia sfumasse per farla tornare da me.

Perché decidesti di diventare un film maker dopo avere ormai avviato la carriera di performer?
Devo tornare al periodo in cui lavoravo con Jan Fabre: quando fai parte di una compagnia artistica non fai una vita semplice, soffri continuamente e sei sempre al verde, non puoi pagare l’affitto, né andare dove vuoi, né, tanto meno, fare quello che vuoi. Sei vivo solo per salire sul palco, per 24 o due ore che siano. Il tuo mondo è piccolo ma intenso. A un certo punto della mia vita, quando avevo ventidue o ventitré anni, non potevo più pagare l’affitto di casa. Un mio amico mi parlò di questa cosa totalmente nuova che era il mondo dei videoclip pop: potevi diventare un ballerino di video pop e pagare l’affitto di un mese con una sola giornata di lavoro. Andai, quindi, a un’audizione per il video I Don’t Want Your Love dei Duran Duran. Mi presero e pagai l’affitto per due mesi con una parte di pochi secondi da ballerino contemporaneo (potete vedere Phil dal minuto 2:30 del video, ndr). Era davvero un bel modo di sovvenzionare la mia carriera artistica, potevo andare in tour con Jan o con qualsiasi altra compagnia e tornare per cinque giorni a ballare un po’ nei videoclip. Entrai in quel mondo e lentamente m’innamorai del movimento delle videocamere all’interno di esso. Fu, poi, Kate Bush a farmi capire che volevo fare il regista. Kate stava lavorando all’album The Red Shoes e voleva farne un piccolo film. Aveva bisogno di un ballerino per capire le coreografie e un nostro amico in comune ci aveva presentati per farci collaborare. Mi disse che amava il modo in cui ballavo e iniziamo così i primo dei tre anni in cui lavorammo insieme al film. Grazie a quell’esperienza ho potuto capire come funzionavano le videocamere, le inquadrature, i movimenti, gli obiettivi. Me ne innamorai e lentamente passai dietro l’obiettivo.

Tra tutti i grandi artisti con cui hai collaborato ci sono anche i Nine Inch Nails, che col pop c’entrano ben poco.
Sono andato in tour con loro come ballerino, ma ero con la band Meat Beat Manifesto, nei tardi anni Ottanta. Era diverso allora. Non faccio più cose con la musica, sta cambiando il modo in cui la musica si relazione con il visuale, non c’è più troppa libertà di fare film musicali nel modo in cui li facevamo prima. Youtube ha creato un popolo mondiale di registi: tutti hanno una videocamera e una voce ma nessuno ha più niente da imparare. Ho impiegato diciassette anni per capire davvero la figura del regista, ancora adesso non sono sicurissimo, continuo ad apprendere quotidianamente qualcosa di nuovo. Oggi è molto più difficile e c’è molto più rumore, per trovare qualcosa di buono devi davvero nuotare tra le onde. Anche le biopic musicali tendono a rappresentare solo la parte più commerciabile dell’artista, come l’abuso di droghe o la tendenza delinquenziale. E’ troppo facile così.

Hai potuto assistere all’evoluzione di Jan Fabre, lo conosci da trent’anni. Com’è cambiato?
Lui è in continuo cambiamento, il suo coraggio sta nell’essere disposto a trasformarsi ogni giorno. C’è una sua frase che mi piace molto: “Devi sempre scegliere la curiosità, devi sempre essere curioso per non smettere di imparare, perché dal momento che capisci qualcosa hai già smesso di comprenderla”. Il suo potere è quello di rimanere curioso, è in perenne trasformazione: questa è alchimia.

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