‘Made in Italy’, l’imperfetta retorica di Ligabue ci canta l’oggi

Il film di Ligabue evoca una storia italiana, di questa Italia qui, della rabbia che sale, delle ingiustizie che ci colpiscono giorno per giorno, dei rapporti che diventano sempre più difficili da mantenere, senza le sicurezze di quel che ci gira intorno.

logo Michele Monina

Esce il terzo film di Luciano Ligabue, Made in Italy, protagonisti Stefano Accorsi e Kasia Smutniak.
Made in Italy.
Partiamo dal titolo.
Lo stesso dell’ultimo album del cantautore di Correggio, che per evitare questo stupido giochino scolare e scolastico del non ripetere nella stessa frase nomi uguali da adesso in poi chiamerò semplicemente Ligabue. Un concept album, quello, che raccontava la storia di Riko, un giovane adulto di provincia, Reggio Emilia. Una storia di amicizia, di amore, ma soprattutto di precariato, di quotidiano scontro con l’odierno, un odierno piuttosto deprecabile, vista la sua totale instabilità e incertezza. Un album che, quando uscì, meravigliò proprio per quel suo essere una storia fatta e finita, con una trama che la puoi raccontare a qualcuno senza dover star lì a mimare le scene, al punto che in molti gli chiesero se non era il caso, prima o poi, di farne un film, ché sembrava già pronto per il grande schermo.
Infatti eccolo qui, Made in Italy il film.

Partiamo da titolo, si diceva, Made in Italy evoca una storia italiana, di questa Italia qui, della rabbia che sale, delle ingiustizie che ci colpiscono giorno per giorno, dei rapporti che diventano sempre più difficili da mantenere, senza le sicurezze di quel che ci gira intorno. Una storia che al cinema, in genere, in Italia si vede poco, il che in qualche modo sorprende, dando a un titolo di per sé banalotto un significato alto, come di chi prende un luogo comune ed è capace a rovesciarlo. Una storia che non si vede, in genere, perché il cinema mainstream, quello coi soliti registi e i soliti attori, anche Accorsi tra questi, si occupa in genere di raccontarci una piccola porzione della società, l’alta borghesia, e una piccola porzione di Roma, i quartieri in cui questa alta borghesia si muovono, tipo Prati. Come se l’Italia fosse solo quella roba lì, famiglie aperte allo sfascio, il lavoro che non è mai un problema, semmai un optional, i rapporti che si basano prevalentemente, se non esclusivamente, sulla menzogna, la noia che occupa più tempo di quanto non ne occupi il tirare avanti.

Ligabue è di Correggio, lo sanno anche i sassi, e prova a raccontarci una storia diversa. Quella di Riko, appunto, un giovane adulto di Reggio che ha un lavoro di merda in un salumificio di Reggio, città che fa da sfondo a questa storia, che ha una compagna che tradisce senza neanche troppo trasporto, un figlio ormai maggiorenne con ambizioni decisamente superiori alle sue, una compagnia di amici molto ligabuiana, chi ha sentito le sue canzoni, letto i suoi libri o visto i suoi film non potrà che riconoscere quella matrice di nottate fatte a tirar tardi, fumando sigarette e bevendo birra, parlando per frasi fatte, valide solo all’interno del medesimo gruppo, una colonna sonora ovviamente rock, da Heaven dei Psychedelic Furs a The Whole of the Moon di Mike Scott e i suoi Waterboys.

Una storia comune, quasi banale, chissà quante ne abbiamo viste noi nati in provincia, di qualsiasi provincia si tratti.
Una storia che, su disco, sembrava dare una certa importanza a un evento fuori dagli schemi, una manganellata presa durante una manifestazione di piazza, con conseguente ricovero in ospedale e viralizzazione del relativo video in rete, fama assicurata per i quindici minuti a metà strada tra Zuckerberg e Warhol. Un evento che, però, nel film diventa quasi marginale. E qui sta una seconda sorpresa, perché Ligabue è capace, nella sua strabordante retorica, di sviluppare non la parte più alla moda della sua storia, i social e la fama di chi si trova suo malgrado a vivere sotto questi nuovi riflettori, quanto di far esplodere in tutto il suo doloroso fragore la caduta nella depressione, quella di Riko, che è talmente credibile da sembrare reale. Nonostante Accorsi. Una caduta, quella di chi il lavoro, seppur un lavoro di merda imparagonabile a quello dei nostri genitori, poi, lo perde, una caduta che ha costellato le nostre vite, le vite dei nostri cari o anche solo di chi ci vive intorno, negli ultimi anni.

Ligabue ci racconta questo, e lo fa usando un linguaggio che fa l’occhiolino all’America, anche nel suo sguardo cinematografico, come nel suo registro cantautorale. Ma lo fa dannatamente (sic.) bene. Certe scene sembrano scritte da Willy Vlautin dei Richmond Fontaine, certe scene girate da Terrence Malick, e mi fermo qui, pronto a costituirmi al Sert.

La retorica, parola che avrete notato ricorre anche più volte del nome Ligabue in queste righe, viene messa in bolla da alcune trovate narrative degne di un cavallo di razza, di quelle che le vedi e ti dici, ecco, questa scena me la ricorderò a lungo. Certi dialoghi, certi monologhi reggono il confronto con certe strofe di canzoni, e a scriverlo è il biografo di Vasco Rossi, quindi potete anche fidarvi di me.
Del resto Ligabue e la sua retorica, aridaje, ci hanno regalato una frase che da sola vale il cinema italiano di cui sopra, quello che è stato così clamorosamente incapace di fermare su pellicola la nostra storia recente, troppo preso a guardarsi la lanugine dentro l’ombelico, a ridere delle proprie battute, a cristallizzare determinate maschere in realtà troppo simili alle facce che, costantemente, le hanno portate sul grande schermo. La frase contenuta in una canzone anche piuttosto recente, seppur è chiaro a tutti che Ligabue, come tutti, il meglio di sé lo ha artisticamente dato nella prima fase della sua carriera, giocando poi di rimessa, cioè segnando anche goal, ma più per errori difensivi nostri che per una costruzione di gioco degna di essere chiamata tale. La canzone è Per sempre, contenuta nell’album Mondovisione. Questa frase: “Mia madre che prepara la cena/ cantando Sanremo/ Carezza la testa a mio padre/ Gli dice ‘Vedrai che ce la faremo‘”.

Retorica, poco rock, quel che vi pare, ma capace di raccontarci la quotidianità, la nostra quotidianità, esattamente come succede in Made in Italy, film imperfetto, certo, come lo è Accorsi, ma anche bello, come la Smutniak.

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