L’uomo che smascherò il disastro del Vietnam

Daniel Ellsberg, che oggi ha 86 anni, rese pubbliche le 7mila pagine dei cosiddetti “Pentagon Papers”, dossier segreto sulle strategie americane poi diffuso dal Washington Post. Le conseguenze di quel gesto sono raccontate da Steven Spielberg nel suo ultimo film 'The Post'.

Daniel Ellsberg. Analista militare, nel 1971 rese pubblici documenti top secret sulle attività militari USA in Vietnam, i "Pentagon Papers"


“Abbiamo affrontato un’enorme minaccia per le nostre istituzioni democratiche, un colpo di Stato sventato all’ultimo. Le persone che l’hanno ordito sono ancora ai loro posti, a cominciare dal presidente”, raccontava Daniel Ellsberg all’inizio di una storica intervista con Jann S. Wenner, il fondatore di Rolling Stone. Era il 1973, e l’ex collaboratore del dipartimento della Difesa americano era il protagonista della cover story del magazine. Due anni prima Ellsberg, che oggi ha 86 anni, rese pubbliche le 7mila pagine dei cosiddetti “Pentagon Papers”, dossier segreto sulle strategie americane in Vietnam poi diffuso da New York Times e Washington Post. Ora le conseguenze di quel gesto sono raccontate da Steven Spielberg nel film The Post.

Quel documento contribuì a mettere in discussione la presenza dell’esercito Usa nel Paese asiatico, gettando ombre sull’operato di Henry Kissinger e di Richard Nixon e servendo da antipasto per lo scandalo Watergate. I Papers inaugurarono anche un dibattito sulla segretezza delle informazioni e sulle “gole profonde” – che non si è ancora interrotto, come dimostrano i casi Assange e Snowden – e sulla libertà di stampa. Il tema è oggi al centro di The Post, arrivato oggi nelle sale italiane. Con la regia di Spielberg e i volti di Meryl Streep e Tom Hanks, il film torna a occuparsi del ruolo dei media nella società, dopo Il caso Spotlight del 2015. “Per quanto le azioni di Daniel Ellsberg potessero essere necessarie”, scrive Wenner, “la gente pensa che ci sia per forza qualcosa, dietro. Ma lui ha agito in ossequio a uno dei più importanti principi democratici: un uomo può fare la differenza”. Vi proponiamo un frammento della lunga chiacchierata tra i due.

Daniel Ellsberg

Quando hai conosciuto Henry Kissinger?
Nel 1959 ero stato alla Rand Corporation (think tank che si occupa principalmente di strategie di difesa, ndt), per partecipare ad alcuni seminari del suo gruppo sulle strategie politiche. Negli anni l’ho incontrato qualche volta. Non avevo una rapporto personale con lui, nemmeno una stretta relazione professionale, solo un rapporto di lavoro saltuario. Non l’ho mai stimato, perché secondo lui non avremmo dovuto rinunciare alla prospettiva di una guerra nucleare, almeno come strumento di minaccia.

Vedi delle similitudini tra la sua personalità e quella di Nixon?
Ho sempre pensato che i due fossero simili, sarebbero potuti essere migliori amici. Sia Kissinger che Nixon credono ciecamente nella violenza come strumento di potere, con cui stabilire e regolare l’ordine mondiale.

Definiresti Kissinger e Nixon due malviventi?
Dopo gli eventi in Cambogia e Laos, ho sempre ritenuto Kissinger un assassino. Non parliamo di furti o corruzione, ma di sganciare quattro milioni di tonnellate di bombe sull’Indocina. Non esistono parole adeguate per definire persone che hanno preso simili decisioni, e che le hanno portate avanti per anni, dal 1969 al 1972. Hanno agito dopo che Lyndon Johnson e Robert McNamara avevano già sganciato due milioni di tonnellate di bombe, fallendo, e avevano perso il loro posto. Sono stati eletti da persone che volevano che la guerra finisse, e loro hanno intensificato i lanci.

Come è proseguito il tuo rapporto con Kissinger?
L’ho rivisto in Vietnam nel 1966. Mi stupì, perché, a differenza degli altri, ascoltava i miei consigli, Riteneva che il nostro solo obiettivo in Vietnam fosse garantirsi un intervallo di tempo minimo prima che i comunisti prendessero il controllo, per evitare una palese umiliazione.

Pochi mesi dopo veniva nominato consigliere per la politica estera.
Sì, e per preparare il primo concilio per la sicurezza nazionale richiese uno studio sulle opzioni in campo in Vietnam. Il presidente della Rand, Harry Rowen, fece il mio nome. Kissinger accettò, chiedendo il massimo della riservatezza. Non voleva che si sapesse che ero al lavoro sul documento, perché ero notoriamente contro l’impegno americano nel Paese.

Apprezzava il tuo lavoro?
Lui tende a essere molto gentile, addirittura lusinghiero davanti agli altri. Una volta, subito dopo le elezioni, in un talk alla Rand disse davanti tutti: “Ho imparato di più da Dan Ellsberg in Vietnam, che da qualunque altra persona”.

Tom Hanks, in ‘The Post’ interpreta il direttore del Washington Post

Che destino ha avuto il tuo lavoro?
Il National Security Memorandum One passò attraverso diverse stesure di bozze. Su richiesta di Kissinger, l’opzione uno, il ritiro unilaterale, fu cancellata, mentre tutte le alternative prevedevano di rimanere sul campo in Vietnam. Intanto stavo lavorando su un report parallelo di circa mille pagine: dimostrava che l’esercito vietnamita non sarebbe mai stato in grado di resistere agli attacchi del Nord, senza i bombardamenti americani. Ero molto soddisfatto dall’idea di aver fornito le informazioni più complete e realistiche, e mi aspettavo che si sarebbe agito di conseguenza. Nel tempo mi sono fatto l’idea che questi rapporti siano del tutto inutili. Me ne andai da Washington senza aspettative o desiderio di lavorare ancora per l’amministrazione. Vedevo la guerra come una questione immorale, e non più come un errore. Nel frattempo, senza dirlo a nessuno, ho iniziato a copiare i Pentagon Papers per darli al Senato.

Quale fu il successivo contatto con Kissinger?
Nel 1970 tornai in anticipo dalla luna di miele per incontrarlo. Andò malissimo. Io volevo passare informazioni all’interno alla Casa Bianca, per fare capire loro quanto le conseguenze delle loro politiche fossero prevedibili. Parlammo per pochi minuti, prima che il pranzo fosse servito. Kissinger disse “non siamo qui per parlare del Vietnam”. Mi guardava nervosamente, era palese che non volesse parlare con me.

E dopo?
Sono tornato da lui a San Clemente, in California, altre volte. Quando finalmente mi ricevette, affermò che aveva solo un quarto d’ora. “Henry”, gli dissi, “credo che la situazione in Indocina stia per esplodere”. “Cambiamo argomento”, fu la sua risposta. Parlammo dei Pentagon Papers e gli chiesi se sapeva degli studi di McNamara sul Vietnam, e lui disse di sì. “Nei hai una copia alla Casa Bianca?”, chiesi. Disse di sì. “E l’hai letta?”. “No, dovrei?”. Mi sentii male. Lo studio diceva esattamente che ogni politico tende a replicare le strategie dei predecessori, senza nemmeno conoscerle. Pensai: “Oh, mio Dio: Kissinger è esattamente come gli altri, e crede che la Storia abbia inizio con lui”.

Lo hai rivisto?
Un’altra volta. Ma nel frattempo c’erano stati il raid sul campo di prigionia di Son Tay e i bombardamenti al Nord. Un giorno, mentre andavo a vedere una partita di football a Yale, vidi una scritta con lo spray su un muro: “Hanoi bombardata”. Cominciai a chiamare tutti per organizzare una protesta. L’atteggiamento della gente era del genere “è sabato sera, rilassati”. Quindi mi sono messo in proprio e ho intensificato la mia attività. La prima occasione che ho avuto per dire la mia è stata quando sono stato chiamato come testimone al processo per i cosiddetti Minnesota Eight, un gruppo di protesta contro la guerra in Cambogia. Noam Chomsky fece il mio nome. Volai lì con un paio di copie dei Pentagon Papers in valigia, nella speranza che ci fosse la possibilità di usarli come prova, e renderli così di pubblico dominio. La mattina dopo mi chiamò Don Oberdorfer del Washington Post. Mi disse che lavorava a una grande inchiesta sulle strategie di Nixon, incluso il Vietnam, e aveva chiesto a Kissinger da dove nascessero quelle politiche. Lui aveva detto: “Per ironia della sorte, certe persone che ora sono critiche verso l’amministrazione sono state fondamentali”, e nominò Ellsberg. Ero stupefatto. Andai davanti alla corte e non portai come prova i documenti. Il giudice mi stralciò dal processo, e arrabbiato ordinò all’avvocato di “non portare testimoni così critici verso il governo”.

E con Kissinger come andò in seguito?
Lo vidi a una conferenza all’MIT, e lui mi chiese scusa per avermi “messo in imbarazzo con Don Oberdorfer”. “Oh, no, Henry, nessun problema”, dissi. Dal palco gli rivolsi la parola: “Quale è la stima di indocinesi che le sue politiche uccideranno nei prossimi 12 mesi?”. Era turbato. La gente per la prima volta vide una crepa nella sua facciata: “Ci sta accusando di seguire una politica razzista”. “Riformulo”, replicai, “quanti esseri umani uccideranno le sue politiche nei prossimi 12 mesi?”. Fece una pausa, poi sbottò: “Quali sono le alternative?”. “Ha una stima o no, dottor Kissinger?”. Ci fu un lungo silenzio e la serata si concluse.

Che ruolo ha avuto Kissinger nel tuo procedimento?
Si dice che lo abbia voluto lui, perché aveva paura per i negoziati in Cina. Non so se sia vero. Potrebbe aver spinto in quella direzione per altre ragioni.

Kissinger chiese che fosse redatto il tuo profilo psichiatrico?
Lo ha detto il direttore della CIA Richard Helms. Kissinger ne fu deluso e, in seguito, avvenne un furto di documenti nel mio ufficio. Per me le due cose sono sempre state legate.

Cosa ci dici delle intercettazioni telefoniche di Henry Kissinger?
Quando le intercettazioni emersero, lui mentì. All’inizio disse che non c’entrava nulla. Poi venne fuori che lui orchestrava le registrazioni, che in molti casi riguardavano persone a lui vicine. Un assistente della Casa Bianca ha affermato che lui voleva vedere chi gli fosse davvero fedele. Pensa a quale capacità di manipolare le persone (tra cui molti giornalisti) avrebbe avuto Kissinger, sapendo sempre ciò che pensavano.

Quindi Kissinger sarebbe l’uomo dietro ai Plumbers (investigazioni speciali della Casa Bianca, iniziate nel 1971, con lo scopo di fermare la diffusione di documenti riservati come i Pentagon Papers, che furono all’origine dello scandalo Watergate, ndt)?
Il ruolo di Kissinger in politica interna è sempre stato sottovalutato, ed è probabile che sia coinvolto in altre intercettazioni illegali. Sono quasi certo che stava intercettando anche me, quando i Papers sono venuti a galla.

Nixon era nel panico per i ‘Pentagon Papers’. Forse voleva dimostrare che seguire la propria coscienza non era permesso

Come ha fatto Kissinger a schivare il Watergate?
Ha fatto la miglior operazione di pubbliche relazioni della Storia, e nulla è emerso direttamente sul suo conto.

Come ti fa sentire questa cosa?
Conferma ciò penso sui media: molti aspirano a fare parte del potere decisionale, più che di un quarto potere indipendente. Kissinger, in maniera seduttiva, ha offerto loro quel ruolo. E così, l’uomo che ha sganciato più bombe di chiunque altro nella Storia, che ha fatto intercettazioni legali e mentito sistematicamente, è visto come un uomo di pace, e non come il serpente velenoso che in realtà è.

Cosa hai provato dopo l’annuncio del bombardamento di Hanoi, e il discorso della “pace a portata di mano” in occasione delle elezioni?
Disperazione. Orrore. Quando, nel Natale 1972, iniziarono le operazioni, fui sorpreso. Il proposito era cinico: rendere chiaro che la strategia quadriennale di Nixon, basata su armi e minacce, sarebbe stata efficace per trovare un accordo. Ovviamente non ottennero risultati. E Nixon si preparò ad accettare un accordo senza il ritiro delle truppe del Nord.

Hanno bombardato Hanoi e ucciso tanta gente per fare passare un errore politico per un successo, ed evitare le elezioni?
Lo hanno fatto per calcolo. Nixon ha firmato l’accordo, lo stesso sul piatto prima dei bombardamenti, dicendo che era merito delle bombe. Ha dato una lezione di tattica, e di cattiveria, a tutti quanti. Il bombardamento di Hanoi è uno degli atti più atroci nella Storia della nostra civiltà.

Nel 1968 anche tu sbagliasti a leggere la situazione, nonostante già sapessi chi erano Nixon e Kissinger.
Quasi tutti hanno fatto lo stesso errore, era perfettamente plausibile allora. Una volta cambiate le mie idee, alla fine del 1969, non sono riuscito a convincere nessuno. Tutti erano sconvolti da quanto successo in Cambogia, ma pensavano che, fatto un errore, non ci saremmo più ricascati. Con tutto il potere di cui dispone un presidente per zittire la critica, per attaccarlo servono documenti, difficili da ottenere. Un po’ come in 1984 di Orwell: i pettegolezzi sul regime non mancano, ma non esiste alcun documento che possa incriminare o smentire chi governa. Così abbiamo scoperto che nel 1972 il generale Lavelle aveva 200 persone al lavoro, la sera dopo i bombardamenti, per scrivere report falsi delle missioni. E nel ’69 le informazioni sui bombardamenti in Laos e Cambogia furono falsificati apertamente.

Fu un atto di arroganza dell’amministrazione Nixon, documentare così dettagliatamente ciò che faceva a casa propria?
Sì, ma nessuno prevedeva che quei documenti fossero letti da più di tre o quattro persone.
 Sfortunatamente i Pentagon Papers finivano al marzo 1968. Ma se io avessi potuto dimostrare che almeno una volta in passato l’amministrazione si era comportata in maniera cospiratoria, la gente avrebbe preso in considerazione il fatto che questo poteva succedere di nuovo. Siccome la vicenda riguardava l’amministrazione democratica, Nixon poteva essere tentato di diffondere i documenti per incolparla, non senza ragioni. Era importante diffonderli prima che Nixon lo facesse a modo suo.

Dopo il Watergate, pensi che la gente sia ancora facile da manipolare?
Penso che il Watergate abbia inciso profondamente sulla coscienza delle masse, e cambiato la cultura politica di questo Paese. Ha svegliato la gente.

Come ti sei sentito durante le audizioni del Watergate, mentre veniva fuori il tuo nome?
Ho seguito il processo come se fossi una preda. Lo ero da due anni. Il presidente doveva dimostrare che Ellsberg era una persona pericolosa, e per questo era necessario usare metodi straordinari per fermarmi.

Dev’essere stato frustrante essere accusato e non potere rispondere.
Io ero seduto, solo, davanti alla tv, e mi accusavano di azioni criminali, spionaggio e tradimento di fronte a 25 milioni di persone. Hanno detto che avevo dato i Pentagon Papers all’ambasciata sovietica, che ero un omosessuale e lo avevo fatto per un ricatto. Aspettavo che qualche senatore prendesse le mie difese, ma non lo fece nessuno.

Eri diventato un bersaglio. Subito dopo il via delle audizioni sul Watergate, Nixon parlò di te durante un celebre discorso.
Era come stare in un quadro di Rembrandt. L’uomo che aveva bombardato Hanoi, tra gli applausi, disse “bisogna smetterla di celebrare come un eroe un ladro di documenti”. Il pubblico era ai suoi piedi.

Il Watergate ha cambiato la cultura politica di questo paese. Ha svegliato la gente

Perché Nixon era così ossessionato da te?
Secondo me rappresentavo per lui l’opportunità di rivivere il suo maggior trionfo: la messa all’indice di un ragazzo beneducato dell’Est, ben visto da tutti, che diventa una spia e un traditore. C’è invece chi dice che fosse davvero nel panico per via dei Pentagon Papers, per cui io rappresentavo una minaccia concreta. O forse voleva dimostrare che seguire la propria coscienza, rivelare ciò che si sa, non era permesso. Mi sono mosso secondo una prospettiva gandhiana: ho compiuto un atto non violento, che riesce a dare fastidio a chi comanda.

Dai processi penali agli attacchi personali, e le accuse sui giornali: tutto arrivava direttamente dalla Casa Bianca?
Le accuse non avevano precedenti in termini legali. Non ho violato nessun regolamento. Non ci sono mai stati margini per il procedimento nei miei confronti. Se non c’è modo di provare l’intenzione di danneggiare gli interessi americani o aiutare uno Stato straniero, non potevo essere accusato secondo l’Espionage Act. E copiare informazioni non è furto. Hanno provato in ogni modo, ma non avevano nulla.

Pensi che l’obiettivo finale di Nixon fosse zittire le opposizioni?
Secondo me ciò che lui e i suoi avevano in mente era un radicale cambiamento della forma di governo. Nixon ha depotenziato la Corte Suprema, mentre il Congresso aveva già accettato un ruolo passivo. Stavamo andando verso un governo a senso unico.

Secondo te Nixon e i suoi erano dei fascisti?
Il fascismo non era il loro obiettivo dichiarato. Ma la loro attitudine era perfettamente compatibile con quel regime, e lavoravano senza tregua per cambiare lo stato di diritto verso qualcosa che conosciamo con il nome di fascismo. Nei dibattiti pubblici usavo la parola “monarchia”, che indica una forma di governo senza controllo, in cui un singolo uomo accentra il potere su di sé ed è attorniato da gente che dipende dal suo favore.

Fortunatamente le cose sono andate in un altro modo. Gli attacchi nei tuoi confronti non hanno funzionato, e il 70% della popolazione non crede più alle parole di Nixon.
Spero che il Watergate insegni alle persone che l’obbedienza cieca è pericolosa. Ora, per fortuna, penso che questa gente pagherà. La loro strategia è crollata.

Dove può arrivare il processo Watergate?
Le sedute stanno mostrando ai cittadini che gli inganni e le bugie sono andati avanti per anni. Stanno capendo che cosa ha fatto il loro presidente, l’uomo che hanno eletto e in cui hanno creduto. Questo mette ciascuno davanti alle proprie responsabilità. La gente ora ha fiducia, sta scoprendo la forza della verità e che cosa può fare una persona che si assume i propri rischi.

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