‘Loving Pablo’: indagine su un cittadino al centro di ogni sospetto

La Cruz e Bardem tornano al Lido 25 anni dopo 'Prosciutto Prosciutto': «Javier nei panni di Escobar mi ha terrorizzato sul set» ha detto l'attrice spagnola
Javier Bardem e Penelope Cruz sfilano sul red carpet di Venezia 74. Credit: Leonardo Cestari

Javier Bardem e Penelope Cruz sfilano sul red carpet di Venezia 74. Credit: Leonardo Cestari


Un affare di famiglia. Dove la famiglia è quella mafiosa, ma anche quella di Javier Bardem e Penelope Cruz, compagni nella vita e amanti sul set. E infine quella allargata degli amici, da cui viene Fernando Leòn De Aranoa, che con il primo ha girato I lunedì al sole. La coppia più bella di Venezia 74 torna al Lido 25 anni dopo Prosciutto Prosciutto: lui 23 anni, lei 18, brillavano di una gioventù vivace e trasgressiva, di bellezze atipiche e di un’aura molto sexy, grazie al buon Bigas Luna.

Non sono più i ragazzi che sperano di calcare il red carpet – «per me, quello, è solo lavoro» dice lui – di Venezia, sono i re di quel tappeto rosso, i più attesi. E ci portano Loving Pablo, fuori concorso (e nelle sale italiane da marzo 2018), un progetto che Javier segue da anni, almeno una dozzina, e che ha anche prodotto. «E no, anche se abbiamo scelto alcune location simili – entrambi abbiamo voluto essere rigorosi e trovare quelli veri – non ho visto Narcos. Ci siamo promessi tutti e tre di non farlo per non farci condizionare». Peraltro, come ricorda il cineasta, «il progetto, in scrittura, comincia 4 anni fa, molto prima della venuta alla luce della serie Netflix».

Penelope Cruz e Javier Bardem a Venezia 74. Credit: Leonardo Cestari

Penelope Cruz e Javier Bardem a Venezia 74. Credit: Leonardo Cestari

Pablo Escobar, il re, l’imperatore, il satrapo del cartello della droga di Medellìn, padrino della polvere bianca, politico populista, corruttore seriale, terrorista e trafficante di stupefacenti, tutto nella stessa vita, aveva trovato posto in molti film, ma nessuno gli aveva regalato la centralità che aveva. Perché al di là della sua crudeltà, del modo in cui ha spezzato in due il suo paese, con una filantropia che era un virus persino più dannoso della droga, perché ne sanciva il potere sul popolo e su una nazione intera.

Lo ha voluto con tutto se stesso, questo film, il divo spagnolo, da quando lesse, dieci anni fa, Loving Pablo, Hating Escobar (titolo che poi l’amante del gangster citerà in una scena clou) della giornalista e anchorwoman Virginia Vallejo. Coppia maledetta tra Bogotà e Calì, Virginia e Pablo si sono amati come due rockstar: lui delle rotte della coca, lei delle dirette della tv. Carismatici, lei bella e lui potente, erano una coppia reale clandestina che sognava la normalità, di prendere i palazzi della politica e dell’informazione dalla via principale. E poi, lui, con una guerra civile.

Penelope Cruz a Venezia 74. Credit: Leonardo Cestari

Penelope Cruz a Venezia 74. Credit: Leonardo Cestari

Bardem e De Aranoa non hanno avuto dubbi: era Penelope Cruz l’unica a poter incarnare quella giornalista controversa. L’attrice, pur con qualche riserva – «ammetto, Javier in alcuni momenti mi ha fatto paura, l’aggressività che Escobar sviluppava e lui rendeva così bene mi ha terrorizzato sul set» – ha accettato e ha aderito totalmente al ruolo, diventando una guida senza peli sulla lingua nel mondo di sotto del cartello (nella verità è sotto protezione della DEA per le sue testimonianze su tutta la struttura criminale). «Voi siete qui perché un fiume di soldi esce dal vostro paese e non vi sta bene, non perché un fiume di droga entri negli Stati Uniti» dice all’agente della DEA Peter Sarsgaard la Vallejo: un fascino potentissimo anche nella sua capacità di usare le parole come la sua bellezza.

Ne è uscita fuori un’opera classica, biopic di un’epoca in cui l’epopea di Escobar arriva al suo apice e poi crolla, di una rockstar del crimine che ha visto un seguito eccezionale, idolo delle folle e speranza perversa per molti. Loving Pablo, come dice il regista «è un film su di noi, più che su di lui: parla più delle nostre responsabilità nel permettere a Escobar di dettare legge che di Pablo stesso, qui spesso ritratto anche in debolezze private».

C’è qualche ingenuità di troppo nella scrittura dei dialoghi e le caratterizzazioni non sono sempre all’altezza, quella protesi per ricreare la pancia del protagonista a volte rischia di strapparti una risata, l’inglese con accento sudamericano (peggio degli italiani che fanno i russi) rischiano di rovinare, nella confezione, il contenuto interessante di quello che rimane, in materia, il lavoro più completo e appassionante sull’imperatore della cocaina.

Bardem sottolinea come ci sia «poco di romanzato. La telefonata alla famiglia nel finale, è vera in ogni parola. Lì non sembra l’invincibile e implacabile boss, ma solo un uomo terrorizzato e isterico». Sfaccettature che l’attore spagnolo riesce a restituire ottimamente, «grazie a un lavoro lungo e difficile di reperimento di informazioni, libri, racconti, interviste, video e non». Lo ha fatto «ricordando sempre bene chi fosse. Non volevo renderlo simpatico, ma raccontarlo: per me Pablo Escobar è come Adolf Hitler».


Niente paura, però: l’aver interpretato due pazzi psicopatici con deliri di onnipotenza (lo scrittore di Mother! di Darren Aronofsky e appunto il boss), Javier Bardem non ha minato la sua sanità mentale come successo a Jim Carrey con Andy Kaufman. «Mantengo sempre le distanze, non capisco chi è nel personaggio 24 ore su 24: in quel caso rischi di dare il meglio a macchine da presa spente! Qui era ancora più necessario tenersi lontani da lui».

Tanto che l’attore ha deciso di accettare, subito dopo, la proposta di Asghar Farhadi, con cui ora sta girando a Madrid. D’altronde da Pablo Escobar ha fatto fatica a disintossicarsi il mondo, figuriamoci se non è giusto permettere di farlo a chi ha dovuto indossarne i panni. Spesso sporchi di sangue e infamie.