La video-intervista ad Alan Rickman sul set di “Il diritto di uccidere”, il suo ultimo film

In esclusiva per Rolling Stone l'intervista rilasciata dall'attore scomparso a gennaio di quest'anno, che nel nuovo film di Gavin Hood interpreta un generale messo di fronte alle terribili scelte della nuova guerra con i droni

Non è la guerra telecomandata, come la chiamano alcuni; è la guerra vera, che fa morti e feriti. Ne Il diritto di uccidere, titolo italiano di Eye in the Sky, i protagonisti non sono solo i droni o i loro piloti (costretti in sale di controllo, armati di joystick e cuffie, vicini a casa, ma stressati tanto quanto lo sono i soldati mandati sul campo, in missione). Ma pure, come tiene a sottolineare il regista Gavin Hood, gli spettatori. Anzi, soprattutto loro. Perché Diritto di uccidere pone delle domande precise. Innanzitutto, cosa è giusto fare; che cosa, per ognuno di noi, è necessario. E qual è il prezzo che siamo disposti a pagare pur di vincere.

Da una parte Helen Mirren, che interpreta un ufficiale di comando; dall’altra Aaron Paul, pilota di droni; quindi Alan Rickman, qui alla sua ultima interpretazione, che veste i panni di un generale. Politica, esercito, guerra. Che cos’è giusto, si diceva. Il diritto di uccidere è ambientato in un paese alleato alle forze NATO, gli obiettivi da colpire sono uomini di Al Shaabab, prima che possano compiere un attentato. Vicino alla loro base, però, c’è una bambina che vende del pane. E da qui il dilemma: bombardare oppure no? Bombardare per salvarne molti, anche uccidendo un innocente, o non bombardare, lasciando che l’opinione pubblica si schieri contro i terroristi?

Ognuno dei personaggi ha il suo punto di vista: l’ufficiale che vuole farla finita, dopo mesi e mesi di inseguimenti, indagini e missioni sotto copertura; il generale che deve mediare; il pilota, l’uomo che effettivamente tirerà il grilletto; e i politici, che valutano non solo i danni reali, ma pure – per loro ancora più importanti – l’effetto che bombardare – o non bombardare – avrà sull’opinione pubblica.

Gavin Hood fa una scelta precisa, con questo film: non solo quella di provare a informare il pubblico su un nuovo modo di fare la guerra (attraverso i droni, via satellite, senza schierare persone fisiche sul campo); ma pure di lasciare che ognuno si crei una propria idea: che cosa faremmo noi al posto di.
Il diritto di uccidere è un film low budget, ricostruito successivamente in fase di montaggio e di post-produzione: gli attori non si sono mai incontrati; e ogni set è stato allestito per poco tempo, tra schermi verdi e battute ripetute ad alta voce dallo stesso regista. È un esperimento interessante nello storytelling della guerra e dell’attualità, che offre non uno, ma diversi punti di vista della stessa vicenda.