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La politica, il cinema italiano e le religioni: John Malkovich e il lusso di non credere

L’attore americano, in Italia per due date di "Report on the blind", racconta il suo spettacolo sul testo di Ernesto Sabato, ma anche il (non) rapporto con politica e religione e di quella volta in cui ha lavorato con Mastroianni
john malkovich sabato

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Attore, regista, produttore di vino, designer di moda; l’unico al mondo ad aver recitato il ruolo di se stesso in un film incentrato proprio sull’essere lui stesso: John Malkovich. Il grande artista statunitense, volto del Visconte Sébastien di Valmont ne Le Relazioni Pericolose di Stephen Frears, di Port Moresby ne Il tè nel deserto di Bernardo Bertolucci, e di un’altra manciata di personaggi nella novantina di film in cui ha recitato e diretto in carriera, è in Italia per uno spettacolo unico e particolare. Martedì 18 luglio, l’attore 64enne sarà il protagonista di Report on the blind, monologo tratto dall’omonimo testo dello scrittore argentino Ernesto Sabato, sulle note del Concerto per pianoforte (1979) del compositore russo Alfred Šnitke, eseguito da Anastasya Terenkova e dall’orchestra de I Solisti Aquilani. Il “reading”, se così si può chiamare quando il lettore è una star hollywoodiana di questo calibro, è inserito nel ricchissimo cartellone di Emilia Romagna Festival, e si terrà alle 21 al Teatro Diego Fabbri di Forlì, per poi bissare il 21 luglio in Piazza Duomo a Cividale del Friuli per il Mittelfest.

Malkovich, 64 anni portati con la grazia di chi deve alle rughe buona parte del suo fascino, racconta che una ventina d’anni fa, dopo aver letto il romanzo Sopra eroi e tombe da cui è tratto il capitolo Report on the blind, ha deciso di acquistarne i diritti per realizzare un film, «poi però nessun produttore era interessato», confessa, «così ho lasciato perdere». Qualche anno dopo, durante uno spettacolo simile a Firenze, su musiche di Philip Glass e Alberto Iglesias, decide invece di farne qualcosa di proprio, e ne scopre la perfetta assonanza con il brano del compositore russo. «È un racconto elegante», sottolinea l’attore, «ma anche paranoico, divertente ma cupo: sposalizio perfetto per le note che si sprigionano dal pianoforte di Anastasya Terenkova».

Sebbene l’autore, Ernesto Sabato, sia considerato un grande attivista per i diritti umani, Malkovich rifiuta di ammettere di aver scelto il testo anche per le sue connotazioni politiche e sociali: «Ho voluto portare in scena lo scrittore argentino soltanto perché incredibilmente dotato e perché il suo romanzo si univa alla perfezione con le musiche di Šnitke. Ovvio poi che in tutti i testi di Sabato traspare un’enorme umanità, un senso di giustizia estremo, ma non scelgo mai qualcosa per il suo contenuto politico». Un lusso che pochi possono permettersi, ma che Malkovich – uno che ammette pubblicamente di non esercitare il suo diritto di voto dal 1972 – ritiene candidamente un diritto inalienabile. «Anni fa stavo lavorando con Bertolucci, e lui mi disse: “Quello che ho capito è che tutto è politica” ed io gli risposi “Quello che non capisci è che tutto è personale», spiega l’attore. «Io decido di stare lontano da tutto ciò che è politica e religione; non giudico le ideologie degli altri, ma mi reputo un “non credente” e un “non praticante”. Le ideologie hanno fatto danni incalcolabili in questo mondo, e le persone tendono a dimenticarlo».

Tra i ricordi italiani su cui si sofferma scorrono nomi altisonanti come Michelangelo Antonioni e Liliana Cavani, o Marcello Mastroianni, con il quale condivise un set a Ferrara: «Aveva già 70 anni ma era un uomo incredibilmente semplice e per nulla viziato. Ogni mattina veniva sul set felice perché amava il lavoro che faceva, ed io, che a quei tempi ero piuttosto cinico e non avevo riflettuto molto sull’importanza di fare ciò che si ama, ho imparato da lui cosa significa apprezzare quel che si fa e le persone che si incontrano».

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