Il pagellone di Rolling: la settimana delle occasioni perse

Tutto il meglio e il peggio delle uscite al cinema: i nostri voti

Lo avevamo previsto. Dopo un paio di settimane niente male, ecco che arrivano le brutte notizie. Se non ci fosse Kathryn Bigelow, questo pagellone sembrerebbe quello degli azzurri dopo la sfida con la Svezia. Per il resto delusioni, occasioni perse e amare conferme

Detroit Voto: 8

1967, rivoluzione e conservazione si combattono nelle strade di Detroit e non solo. Lyndon Johnson da 4 anni, dalla morte di JFK, è il presidente di una restaurazione strisciante, di un progresso strozzato, di lobbies e bianchi impauriti. Siamo agli albori di quel 1968 che questa voglia di ribellarsi farà diventare iconica e mitica, ma anche di quell’anno che agli Stati Uniti porterà via Martin Luther King e Bob Kennedy. In quell’anno ibrido, inquieto si apre una ferita insopportabile nella coscienza americana: il Motel Algiers. Una sorta di Diaz a stelle e strisce che nasce nella dodicesima strada di Detroit, da un gruppo di afroamericani che avevano la sola colpa di aver dato una festa per il ritorno dal Vietnam di due amici, anche allora in una notte di luglio. Da quel 23 notte partirono quattro giorni di violenze, rivolte, sangue e morti. Quarantatre. Alcuni dei quali in un motel in cui dei poliziotti si fecero aguzzini, con una violenza insensata e crudele, contro un gruppo di neri e due donne bianche (già, furono tanti gli Wasp a partecipare a quegli scontri dalla parte dei più deboli). Bigelow prende la sua regia muscolare e pur con qualche difetto in sceneggiatura – non riesce a trovare la felicità di scrittura e di sovvertimento delle regole narrative che Vicari trovò in Diaz, appunto – e una durata monstre (143 minuti), ci coinvolge, ci butta dentro quel dolore, quella paura, quella ferocia repressiva. Come in Hurt Locker ci è impossibile rimanerne fuori, non sentire addosso rumori e grida, sangue e terrore. Ma anche i panni scomodi di divise bastarde. In un motel, in una stanza di interrogatori, nelle strade così meravigliosamente riprese da una macchina da presa nervosa, potente, curiosa.
L’hanno definito torture porn, Detroit, così come l’impossibile racconto di una donna bianca di una tragedia nera. Lo hanno fatto perché certe ferite nella storia di un paese non si rimarginano e se qualcuno le riapre, ci si deve difendere. Detroit è il coraggioso atto d’accusa a una polizia e un governo fascisti nel senso più antropologico del termine, a una società discriminante per istinto, a una voglia di credere, comunque, in un mondo migliore anche quando le maglie di un sistema brutale e corrotto ti stringono oltre il sopportabile. E’, come sempre, lo sguardo sul presente e su chi siamo (e come), di una delle registe più lucide, originali nello sguardo e impietose che abbiamo, ma allo stesso tempo il racconto di cosa è l’uomo, nel suo buio più profondo. Questa cineasta, tra le migliori del cinema contemporaneo, sa raccontarlo con visi non conosciuti ma scolpiti, ottimi interpreti e veicoli di una regia sontuosa, con una fotografia capace di dipingere sentimenti in colori e ombre, con un montaggio, anche sonoro, che a volte potrebbe evitarti persino di usare gli occhi.

Nut Job – Tutto molto interessante Voto: 6+

Ci sono quei film in cui sai che dovresti avere un vice di sei o sette anni a consigliarti. Perché il sospetto di essere troppo severi con Nut Job c’è: sia chiaro, non per quel Rovazzi finale. Tra le perversioni di chi scrive c’è l’apprezzare questo geniaccio trash. Il punto è un altro: da quando Pixar ha pensato che Miyazaki avesse ragione, che l’animazione fosse un luogo anche (e spesso soprattutto) per adulti, si è perso un po’ il gusto del “cartone animato”, del film vietato ai maggiori di anni 8, immediato e divertente. Nut Job, pur non essendo l’esponente migliore di questo genere, si difende: ha in Spocchia un protagonista simpatico, in “Morireeeeemo tutti” un refrain divertente, nei comprimari (topi, cani etc) delle buone spalle. L’animazione è ordinaria, senza guizzi, il ritmo del racconto non ha inciampi. Però. Però non riesce mai a sorprenderti, a tirar fuori la battuta, la gag, la visione, che magari potrebbe proprio entusiasmare i più piccoli. O forse sì: quell’esserino minuscolo che esplode con i pop corn e che dal terrore passa all’entusiasmo quando, al volo, ne mangia uno, è un momento, grafico e narrativo, niente male. Ecco, il punto è che se vogliamo intrattenere i più piccoli forse dovremmo rischiare di più. Non sul piano di scrittura o di raffinatezza, ma proprio su quello istintivo ed empatico, sull’immagine sorprendente e surreale, sul linguaggio e sull’invenzione, come insegnano i Minions. Invece ci si rifugia troppo spesso in un già visto e per farli entusiasmare tocca cantare la canzone da milioni di visualizzazioni di Youtube. Detto questo, avevo vicino un bimbo che si è distratto poco, ha riso a volte e infine se n’è andato senza lamentarsi. Non sa scrivere, quindi vi dovete fidare. E allora la sufficienza piena a Nut Job non la toglie nessuno. Anche perché è meritorio far conoscere ai marmocchi Born to be wild e Tick Tick Boom, diciamolo.

American Assassin Voto: 6

Hai un soggetto alla American Sniper, l’opportunità di girare (peraltro bene) una scena che ha squassato il nostro immaginario come quella dei terroristi che attaccano via mare un resort e uccidono decine di innocenti, e poi fai un banale, seppur dignitoso, action-spy. Non ci si annoia con questo film che vede Michael Keaton sempre più, in questa seconda parte di carriera, nella parte di un vecchio ferito dalla vita, dal lavoro e un po’ bastardo, alle prese con un giovane padawan (se non capite cosa voglia dire studiate: fra meno di tre settimane arriva Star Wars) che ha troppe emozioni e talenti per non essere pericoloso. Anche per se stesso.
C’è ritmo, morti quanti ne volete, persino quei buddy movie tanto virili in cui una coppia di maschi fanno a gara di testosterone e frasi fatte. Ma dopo l’ottimo inizio ti chiedi dov’è finito quel coté politico così interessante, racchiuso nel “non vi verremo a riprendere” di Keaton e nell’”uccidiamo chi se lo merita” di Dylan O’Brien. Dov’è il black-out del nostro immaginario, la crisi della nostra democrazia che così bene poteva essere indossata dai due protagonisti? Dov’è l’occasione straordinaria di raccontare il corto circuito etico a cui ci sta portando il terrorismo? Viene seppellita dal Cia-centrismo, dalla banalizzazione di una tragedia che sa solo di vendetta e invece dovrebbe dirci anche dell’insostenibilità di un agguato che ti strappa tutto quando pensi di dover essere solo felice e sereno. Con la stessa violenza ingiusta di uno tsunami, ma qui non è la natura a strapparti ciò che hai di più bello, ma uomini come te. Insomma, il film si fa guardare, è ben confezionato. Ma con quel soggetto è come se il Real Madrid vincesse solo 1-0 contro il Benevento.

Gli sdraiati Voto: 6

Come Bellocchio con Gramellini non ha saputo andare oltre, era difficile anche per Archibugi tirar fuori qualcosa di buono dal libro di Serra. Il miracolo di migliorare un libro – vedi Kubrick-King con Shining – capita, ma difficilmente con i nostri autori radical chic che dentro ci mettono troppo di se stessi e della loro visione. Qui, in verità, Francesca Archibugi qualche miracolo lo fa, riuscendo ad andare oltre: ci sono alcune immagini, alcuni momenti (lo psicologo, lo squarcio improvviso sulla famiglia di Lombo, l’amico di Giorgio Selva, l’alter ego dell’editorialista, che esce dalla piscina dentro casa per guardarlo alla tv) in cui sa restituire quella sua visione raffinata e lucida, che nello scrittore non c’è. I giovani, non sempre all’altezza, sono messi in scena con bravura, anche se scontano la caratterizzazione di Serra, che si condanna autoassolvendosi nel libro – e quel Bisio (pur bravo) che ti fa subito simpatia non aiuta, nel film – e alla fine se la prende, assolvendoli, con “gli sdraiati”, quella famiglia allargata del figlio che in fondo, forse, è solo più onesta di chi è convinto di avere sempre ragione solo perché dice, pensa, scrive le cose giuste. O che il politicamente corretto definisce tali. Difficile uscire dal giudizio anche emotivo, in questi film: perché la lotta generazionale da causa di rivoluzioni, in questo paese, è diventata uno dei motori dell’involuzione. Con adulti sempre più potenti e pigri a schiacciare giovani che hanno capito di non poterli combattere e che si sono abituati a essere sottovalutati. Si può apprezzare, certo, una regista capace tecnicamente, uno sforzo interpretativo notevole da parte degli attori, uno sguardo sulla borghesia che nella Archibugi non è mai cattivo ma decisamente onesto. Ma rimane il fatto che Gli Sdraiati racconta troppo delle nostre case e poco delle nostre strade, non riesce a raccontarci che gli “eternamente figli” sono i padri, in Italia. Archibugi fa meglio di Serra, è vero, ma forse si partiva da troppo indietro per arrivare a farne un gran film. Peccato, perché di “meglio gioventù” ne abbiamo fin troppe.

Il domani tra di noi Voto: 5

Lei, bella e a un passo dalle nozze. Lui, medico e tenebroso. Tragedia, devono sopravvivere in un inospitale e bellissima montagna. Si conoscono, si piacciono, si aiutano. Ogni volta che parlano più seriamente, la natura li punisce. Sì, a dirla così fai fatica a capire se è una barzelletta o una trama del film. A propendere per la seconda ci spingono Kate Winslet, Idris Elba e un rilievo montuoso canadese che è il terzo protagonista. Non certo una scrittura che evita accuratamente di scendere a fondo di una situazione estrema per scandagliare gli animi pur apparentemente complessi della strana coppia, o una regia che si perde nella natura e dimentica (soprattutto nell’improbabile finale) chi ne é vittima. Il domani tra di noi è un’altra occasione persa di questa settimana, soprattutto data la forma smagliante dei due interpreti: come in American Assassin ci si droga di azione per evitare uno sguardo più obliquo e accurato, si mettono alla prova fisicamente i protagonisti, per evitare loro qualsiasi evoluzione intima. Così, alla fine, si risolve tutto in uno showreel della coppia all’interno di una splendida cartolina. Che nostalgia di Travolti da un insolito destino

Caccia al tesoro Voto: 4,5

I fratelli Vanzina hanno dato molto alla nostra commedia, quando stava per morire peraltro. Prima di storcere il naso, pensate ai Sapori di mare, ma anche a chicche come Il pranzo della domenica. Il punto è che però sono nostalgici, anche giustamente, del cinema di papà e dei suoi coevi, e nel migliore dei casi si dedicano a una visione della società già vecchia negli anni ’80 e al citazionismo spinto di cult anche più vecchi come Operazione San Gennaro. Una visione così stanca che anche professionisti come Salemme e Buccirosso, pur facendo il loro (soprattutto il secondo, che qui predica nel deserto), sembrano annoiati dalla coazione a ripetere. Serena Rossi, che sta sbocciando per grazia, talento e fascino proprio in queste settimane, anche grazie ai Manetti Bros, qui fa da contorno, come Christiane Filangieri (mai così bella, però, dai tempi della pubblicità che ce l’ha fatta amare). Il dramma vero, però, è che si ride poco. Perché i ritmi comici sono cambiati dai tempi d’oro dei Vanzina, perché gli uomini e le donne che descrivono sono lontani anni luce da noi e da ciò che può farci divertire, perché i giochi di parole sono da freddura della Settimana Enigmistica e alla fine viene in aiuto solo il calcio (da tifoso azzurro, le battute su Higuain e la maglia di Hamsik mi hanno fatto ridere, da qui il mezzo voto in più). L’ambizione era quella di provare a scimmiottare Ocean’s Eleven senza dimenticare I soliti ignoti e, appunto, Operazione San Gennaro. Il risultato è una delle puntate peggiori di Un posto al sole, dell’edizione estiva per giunta.

Il libro di Henry Voto: 4

Naomi Watts è la rivincita delle donne di mezza età. L’unica buona notizia di un lungometraggio mediocre è proprio quest’attrice che con la vecchiaia ha trovato la bellezza che da giovane non aveva. Biondina classica un tempo, ora ha trovato espressività e sensualità proprio grazie alle rughe, a uno sguardo più intenso e vissuto. E’ lei che tiene in piedi un’improbabile opera che prima è melodramma e poi thriller, che sconta una sceneggiatura puerile e una cadenza dei ritmi narrativi improbabile. Henry è un genio, ha 12 anni, e fa il capofamiglia con una ragazza madre cameriera e un fratellino che adora, cosciente di essere troppo “normale” per lui. Questo ménage, pure interessante all’inizio (altra occasione persa), viene sconvolta da una tragedia che non possiamo rivelare pena il perdere l’unico momento d’interesse della storia. Da lì, come in tutti i film trash d’autore degli ultimi anni, da P.S. I love you a La corrispondenza di Tornatore, c’è una registrazione ultraterrena a far da voce fuori campo e condurre il gioco. Ne esce fuori un papocchio moralista incapace di cogliere l’occasione che pure aveva intuito – racchiusa nella battuta messa in bocca a un 12enne “la violenza non è sempre la peggiore delle cose”, come a dire che “quanno ce vò ce vò” – e alla ricerca costante di lacrime ed empatia. Trevorrow come il Cuesta di American Assassin ci ricorda che ci può essere un film mediocre fatto da un ottimo regista. Ma il contrario rimane un miracolo che capita una volta ogni 10 anni.

Flatliners – Linea Mortale Voto: 3

Quando cominciano a fare remake di film che hai visto da ragazzo, capisci che stai crescendo. Quando iniziano a farli di brutti film che hai visto da ragazzo, capisci che stai invecchiando. Flatliners-Linea Mortale ha due buoni motivi per essere visto: ricordarci che Joel Schumacher è uno degli esempi più brillanti di come un talento visivo raro possa essere buttato a mare da una pigrizia narrativa rara (era il regista dell’originale), e confermarci che Kiefer Sutherland è stato miracolato da 24. Per il resto la riflessione sulla morte e il superamento della stessa, uno script che sembra il giorno della marmotta involontario (vedi il film e hai continui deja vu, alla fine scopri che lo sceneggiatore è stato così poco originale da averti imposto un loop), protagonisti così poco interessanti (e dire che ci sono Ellen Page e Diego Luna, invecchiati male va detto) che fai fatica a ricordarti quale sia il loro ruolo nel film, contribuiscono a farti lottare contro il sonno per 110 lunghissimi minuti. Tanto da tifare perché il loro esperimento fallisca. Subito.

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