Il pagellone di Rolling: la settimana delle (grandi) sfide

Tutto il meglio e il peggio delle uscite al cinema: i nostri voti

È una settimana in cui escono pochi film – anzi, il numero giusto -, dopo l’abbuffata bulimica e in parte indigesta di quella scorsa. Pochi ma buoni. E i primi due vi faranno uscire con dentro dubbi, riflessioni, ferite. Come solo il grande cinema sa fare. E’ la settimana delle grandi sfide: contro il politicamente corretto, la morale, gli alieni, la mafia, la morte e tra Bjorn Borg e John McEnroe.

The Square: 9

Una Palma d’Oro inconsueta e coraggiosa, un lavoro che unisce Bergman e Ferreri – soprattutto nella splendida performance dell’uomo scimmia alla cena di gala, da storia del cinema -, un’opera etica, filosofica, politica oltre che di grande cinema (come abbiamo raccontato anche sul Rolling Stone di questo mese). Ruben Östlund prosegue l’indagine psicologica e umana già presente nell’ottimo Forza Maggiore, con uno scatto di coraggio e ferocia in più: l’uomo, qui, non è portato al punto di rottura da un evento eccezionale ma vede esplodere le proprie contraddizioni – proprie e della propria classe sociale e culturale – nella quotidianità. Il regista decide di costruire un’opera d’arte dentro un’opera d’arte e di dirci che sì, i benestanti e i benpensanti non possono né devono mettersi in discussione, perché i loro ideali sono ipocriti come i loro sguardi. Quando lo fanno, ne escono a pezzi. Claes Bang è lo splendido, freddo, vibrante protagonista di una parabola morale e mai moralista, di una commedia feroce sul politicamente corretto e sull’elitarismo culturale e intellettuale, di chi si illude di essere migliore, solo per i vestiti, gli studi, le scelte artistiche e politiche che ha fatto. Per poi scoprire che la libertà può costare cara a chi non sa bene come domarla.

The Place: 8,5

Ci sono film che dividono, perché non sono riconoscibili. Ci sono opere che fanno paura, perché ti costringono a non guardarle, ma a sentirle addosso. E sentirle scomode, perché ti mettono in discussione. E così si preferisce tenerle lontane, magari contestarle. The Place, primo film davvero drammatico di Paolo Genovese è quel tipo di film, da dentro o fuori. Con una straordinaria nazionale d’attori capitanata da Valerio Mastandrea che disegna un personaggio scolpendolo nei dettagli, nelle sue reazioni sorprese e nella sua stanca curiosità. Con The Place (qui trovate la nostra recensione dal Festival di Roma) siamo fuori dalla solita grammatica del cinema italiano, siamo altrove. E bisogna avere il coraggio di andarci. A giudicare dalle prime cifre, il pubblico ce l’ha.

Addio Fottuti Musi Verdi: 7,5

A proposito di ciò che non si (ri)conosce, arrivano i The Jackal al cinema e tutti si aspettano che tornassero i Gay Ingenui e l’effetto di Gomorra sulla gente. E al massimo, se proprio volete trovarcele, scoverete invece Lost in Google, e quella voglia di giocare con la fantascienza che c’era già da sempre, e 30 anni – Il sabato sera, dove si capiva che stavano diventando adulti, anche a livello visivo. Alla regia c’è Francesco Ebbasta, ma è quel collettivo che ha fatto del web una palestra di linguaggi e di visioni, di comicità intelligente e capace di sorprenderci sempre, a fare la differenza. C’è il know how di anni di collaborazione e crescita dentro, la capacità di sfidarsi costantemente e di arrivare al cinema non con un prodotto derivativo (come i The Pills), ma con un film. Cinema vero, di genere, quella fantascienza che qui da noi con effetti speciali e i ritmi giusti non si è forse mai fatta, così. Senza però abbandonare l’umorismo sagace e spiazzante, le intuizioni che la risata te la fanno esplodere un attimo dopo, quei montaggi e quelle inquadrature che sono ancora più potenti di una battuta o di una gag. Qui c’è Natale in casa Cupiello quando Cerlino dice “nun me piace” a Ciro Priello – ora sempre più attore vero -, c’è Edgar Wright in metà delle idee di regia e montaggio, ci sono gli anni ’80 di un certo cinema statunitense in scrittura. Ma ci sono soprattutto i The Jackal che non si accontentano, che non cercano la strada più facile e che sì, soprattutto nella prima parte, hanno anche il coraggio di non cercare la risata che tutti si aspettano, ma qualche sorriso perché devono costruire il film, un universo visivo, una fotografia, una storia, tra vite precarie e sogni bambini (che meraviglia è Fabio Balsamo, uno che a teatro ti fa spellare le mani e che sa essere cattivo e tenero anche nella stessa scena). Forse qualcuno potrebbe rimanere deluso, ma solo inizialmente: alla fine del film avrete riso e avrete scoperto che sì, il cinema italiano certi film può farli e anche bene. Persino se nel cast c’è Gigi D’Alessio. 
P.S.: ai ragazzi dei The Jackal, per quei pochi che li criticheranno, dico di rispondere come il tenente Ruzzo: “non diteci quello che non dobbiamo fare”.
P.S. II: Beatrice Arnera se la cava alla grande come elemento femminile del cast. Ma il cuore di chi scrive rimane di Roberta Riccio, che ho sperato di vedere fino all’ultimo. Un altro motivo, oltre al fatto che sono destinati solo a migliorare, per cui aspetto con ansia il prossimo film dei The Jackal.

Malarazza: 6,5

E poi arriva un piccolo film, figlio di un’esperienza indipendente siciliana, di un regista che è anche produttore e che nella sua Sicilia lotta perché si possa e si debba fare cinema di alto livello. Contro tutto e tutti. Come Stella Egitto, qui in una prova sorprendente e dolente, da mamma coraggio, con disegnata addosso la rabbia muta e rassegnata di chi nelle periferie guarda in faccia il lato oscuro della vita. Giovanni Virgilio ci mostra, con il suo sguardo lucido, San Berillo e Librino, la Catania che non conosciamo, la faccia bastarda di una società che ha nei suoi maschi il braccio armato della prevaricazione e nelle proprie donne – che bravo Briguglia in abiti e sentimenti femminili – la forza impotente di reagire. Il tono del film, anche musicale (c’è di tutto, dalla bossanova al neomelodico) lo capisci da subito, dalle prime immagini accompagnate da un pezzo rap incalzante e bello di Mirko Miro, Crisantemi e Rose. La Malarazza te la sbatte in faccia anche lui: non è solo un cognome in questo film, ma un marchio indelebile di un Sud che ha un cancro le cui cellule sono come quelle tumorali, impietose nel diffondere le proprie metastasi. Una mafia che prima che associazione criminale è un modo di vivere e morire. Virgilio cinematograficamente cresce rispetto all’esordio La bugia bianca, la fotografia è calibrata con cura in modo da accarezzare questi visi che sono mappe e queste strade che sono ferite. Può ancora migliorare – in alcuni momenti il film fatica, il cattivo meritava un respiro più ampio – ma si sente dentro l’orgoglio civile e creativo di chi non si arrende, il talento di chi dirige attori e crea immagini con bravura.

Auguri per la tua morte: 6,5

La Blumhouse è la nuova casa delle idee dell’horror. Idee però rimasticate in questo Auguri per la tua morte che denuncia nell’inside joke finale su Ricomincio da capo il senso dell’operazione. Prendere l’immaginario di un’altra epoca – Ricomincio da capo, appunto, per la struttura narrativa, Halloween, Venerdì 13 e Scream per l’iconografia -, portarlo nel postmoderno (il messaggio e lo sviluppo emotivo della protagonista sono gli stessi del recentissimo Prima di Domani) e vedere, come denuncia Confident di Demi Lovato in colonna sonora, se i millenials se la bevono. Un frullato pop aiutato anche dal carisma fisico e dal viso di Jessica Rothe, adatto alla commedia, al thriller e al college movie: è lei la protagonista che nel suo giorno della marmotta alla fine muore. Sempre. E continua a farlo, per capire chi sia quell’ energumeno mascherato che vuole ammazzarla. Noi come criceti la seguiamo, ci affezioniamo, ci divertiamo perché montaggio, inquadrature e musica danno il giusto ritmo e facciamo finta d’essere adolescenti e di non aver già visto questo film in varie salse. In fondo la Blumhouse lo offre a chi, forse, quelle citazioni neanche le coglie. E, anzi, dice loro: andate a vedere da chi abbiamo rubato, ne vale la pena. Difficile recensire un film così: un critico dovrebbe forse stroncarlo per mancanza di originalità. Ma come operazione commerciale è sicuramente efficace (è la sorpresa del box office italiano di questa settimana) e come cover di un genere, alla fine, funziona. 
P.S.: In fondo quando ho sentito per la prima volta Knocking on heaven’s door ero adolescente e la cantavano i Guns’n’Roses. E per un po’ ho pensato esistesse solo lei. L’ho amata e la amo alla follia: più in là ho scoperto la versione di Bob Dylan. E nel mio pantheon ci sono entrambe.

Borg McEnroe: 6

Chi scrive ama il tennis e le rivalità tra chi è ghiaccio bollente e chi dice sempre la cosa sbagliata al momento sbagliato. Edberg-Becker, Sampras-Agassi e appunto Borg-McEnroe solo per citare il recente passato. Da qui la severità di un giudizio che in realtà, forse, meritava di più. Bravi i due attori (più difficile il compito di Shia LeBoeuf), mimetici e capace di andare, a volte, oltre le lacune di scrittura, mostrandoci le ombre di Bjorn e John, di quella perfezione faticosa e di quell’inquietudine indomabile. Ma lo sport, soprattutto in un’era in cui è ripreso al limite della perfezione in diretta televisiva, al cinema ha sempre scontato la difficoltà di essere replicato credibilmente. E questo Rush su un campo da tennis inciampa proprio sull’erba verde più famosa del mondo (ma siamo proprio sicuri che la partita da raccontare, sulle quattordici da loro disputate con un’incredibile 7-7 di vittorie ciascuno, dovesse essere proprio la finale di Wimbledon del 1980?), anche perché hai negli occhi l’eleganza, la furia, la tensione dei movimenti e dei colpi della partita realmente giocata. Fuori da lì, Gudnason gode della sua somiglianza inquietante con il genio della racchetta di legno, LeBoeuf tira fuori solo alcuni dei suoi demoni per raccontare l’americano. Colpa di un Pedersen troppo prudente alla regia. 
Insomma, si fa guardare Borg McEnroe, intendiamoci. Ma come una finale giocata da Jim Courier e Thomas Muster.