Il pagellone di Rolling: ‘Justice League’? Meglio ‘The Big Sick’

Tutto il meglio e il peggio delle uscite al cinema: i nostri voti

Sarà l’avvicinarsi del Natale – o così ci dicono almeno le luminarie cittadine che ormai vengono installate sempre più in anticipo -, sarà che presto avremo in sala cinepanettoni e affini che abbasseranno il livello, nelle ultime settimane le uscite in sala sono di ottima qualità. E noi ce le godiamo, finché dura.

The Big Sick – il matrimonio si può evitare… l’amore no: 8,5

Franco Dassisti ne La rosa purpurea su Radio 24 lo ha definito “Il mio grosso grasso matrimonio pachistano mancato”. Ottima battuta-recensione che inquadra perfettamente questa rom-com che ha la felicità di scrittura delle commedie romantiche di Nora Ephron e in generale degli anni ’90 ma anche la verve comica al vetriolo nei confronti delle differenze culturali ed et(n)iche di popoli diversi alle prese con l’integrazione. Rispetto al cinesposalizio ellenico, però, qui c’è una maturità politica e intellettuale maggiore, non si rinuncia a ridere ma si spinge a riflettere. Un corto circuito tra vita e arte felicissimo: oltre al fatto che questa storia di amore e malattia – i due motori emotivi di questo racconto – è vera, c’è nella costruzione del film una sinergia brillante costituita dalla produzione di Judd Apatow (grande esperto della comicità su un romanticismo “disfunzionale) e dalla sceneggiatura di Kumail Nanijani, anche protagonista, e Emily V. Gordon, scrittrice. I due sono una coppia anche nella vita e hanno offerto proprio il loro incontro e le loro emozioni, realmente vissute, al regista Michael Showalter, che le ha protette e narrate con un occhio sensibile e attento. Ne esce fuori un’opera capace di essere lieve e profondissima, soprattutto quando un’infezione, morale e fisica, cercherà di avvelenare quel rapporto. C’entra la famiglia di lui, tradizionalista, ma anche l’identità multiforme e non risolta di Kumail, stand up comedian e guidatore di Uber, così come la forza gentile di lei (un’incantevole Zoe Kazan sullo schermo). C’entrano le nostre contraddizioni di uomini e donne pronti al meglio ma non sempre capaci di affrontare il peggio, di noi e della vita. E c’entra il fatto che sul grande schermo non ci sia nulla di più facile che fare un film d’amore. Ma nulla di più difficile, come quando devi cucinare un’ottima cacio e pepe, di farla bene. Di girarla, raccontarla, offrirla agli spettatori al limite della perfezione.

Pipì, Pupù e Rosmarino in Il mistero delle note rapite: 7,5

Enzo D’Alò se non ci fosse dovrebbero inventarlo. La grazia, la dolcezza, il tratto artistico e sentimentale delle sue storie hanno una capacità unica di disegnare dentro di te universi fatti di semplicità e sorrisi. Se poi incontra quello di Annalaura Cantone che ha ideato il mondo dei tre protagonisti, stilizzati personaggi di un mondo fatto di scampoli di oggetti e di vita, formati da stoffe, foto, carte e colori, allora il matrimonio è perfetto. D’Alò sa parlare ai bambini come pochi altri, i suoi capolavori sono qui a dircelo per lui, da La gabbianella e il gatto a La freccia azzurra. E rifiuta la modernità, non la insegue, è sempre lui a creare una piattaforma unica, raffinata e senza tempo per loro, che cambiano negli anni ma continuano ad amarlo (e lo fanno anche i suoi fans che ora hanno età da genitore, come chi scrive). Qui la musica è ancora più protagonista che in passato, opere come L’italiana di Algeri, il Don Chisciotte e Lo schiaccianoci diventano le colonne di un’avventura romantica e appassionante, con tre eroi a cercare uno spartito perduto e una bellezza che è visibile veramente forse solo ai bambini. Che qui impareranno parole difficili, ameranno compositori straordinari e si divertiranno senza effetti speciali. Se non quelli di una storia elementare e allo stesso complessa, leggera e potente, piccola e grande. Ottantadue minuti per figli e genitori, anzi per figli e Mapà, che volano via anche grazie al montaggio eccellente di Gianluca Cristofari e al mirabile lavoro alle musiche di Daniele Di Gregorio.

I’m Infinita come lo spazio: 7,5

Prima di leggere questa recensione, mettete a tutto volume Rain dei Project Pitchfork. Tra le tante scoperte che Anne Riitta Ciccone – ricordate Le sciamane e L’amore di Marja? Recuperateli se non avete la fortuna – porta in un’opera multiforme come I’m infinita come lo spazio, c’è questa band di maturi industrial dark che ha una scena live da urlo, per riprese e impatto musicale. E dalle musiche di Peter Spilles bisogna partire per un dramma adolescenziale fantasy tra neve e periferia, tra scuola e mostri, in cui una 17enne ci porta in mondi spaventosi (la scuola e la famiglia ovviamente, non il suo immaginario gotico-manga con cui cerca di scappare dalla normalità), che trova nella Ciccone un’indomita autrice meravigliosamente incosciente e straordinariamente creativa. I costumi di Andrea Sorrentino (fantastici), il 3D, due piani narrativi e visivi che si mescolano, una Barbora Bobulova da premio e che tira fuori una voce straordinaria, la voglia di sperimentare e di non porsi limiti creativi e narrativi ci offrono un lungometraggio che sembra sempre sul punto di deragliare e che alla fine ci prende forte allo stomaco e al cuore, rubandoci gli occhi. Quando ci lamentiamo che in Italia certo cinema non si fa, quando alziamo al cielo imprecazioni su storie tutte uguali, quando siamo stanchi di chi non sperimenta e non ha il coraggio di andare altrove, andiamo in sala a vedere lavori come I’m Infinita come lo spazio. Che col suo cast multiforme – che bravo un Guglielmo Scilla quasi muto -, le sue sequenze da urlo (dal cappellaio matto Luca Vecchi al finale, realista proprio perché fuori dal vero ma dentro la verità), con la sua musica mai conforme, sa scuoterci. E rapirci.

La casa di famiglia: 6,5

Augusto Fornari è di quei caratteristi e teatranti che abbiamo visto spesso e apprezzato per la loro bravura. E di cui, magari, ricordiamo il volto ma non il nome, proprio perché quel talento è sempre al servizio della piéce o del film di turno e non della propria vanità. Avviene lo stesso qui, con quattro fratelli moschettieri (Lino Guanciale, Stefano Fresi, Libero De Rienzo e Matilde Gioli) e un padre (Luigi Diberti) che esce dal coma dopo 5 anni e si ritrova in un mondo ricostruito a sua immagine e somiglianza nonostante, nel frattempo, si sia sgretolato. C’è tutto lo stereotipo (verissimo) della famiglia italiana, cialtrona e piena di sentimenti, anche se non sempre quelli giusti, c’è la volontà di costruire una commedia solida e con momenti esilaranti (il busto di Mussolini che diventa Beethoven è da David), di raccontare una storia semplice con gli ingredienti giusti. Fornari sceglie bravi attori e si dimostra un autore che non cerca colpi di tacco ma solo di far passare 90 minuti gradevoli al pubblico. Se la commedia italiana partisse da qui, da queste radici popolari senza fronzoli, da un cast scelto con cura anche nei ruoli più marginali (Romanoff, nella parte della fisioterapista dei nostri sogni, e Venitucci, per esempio) non ci lamenteremmo tanto. Ci manca un cinema medio e commerciale che sappia avere una sua dignità e Fornari ci dà proprio questo, confermando l’interessante percorso di Vision alla ricerca, per ora riuscita, di una settima arte italiana commerciale di genere che funzioni.

Ogni tuo respiro: 6,5

Dell’opera prima di Andy Serkis, che in questa storia trova il “sssuo tessoro”, c’è da dire poco. Non è un gran film, va detto: si rifugia in schemi classici, visivi e di scrittura, sfrutta un grande Andrew Garfield e quel fenomeno di attrice che è la protagonista di The Crown, Claire Foy, ci fa ridere con tanti bravi comprimari inglesi che potrebbero recitare bene anche i menù dei ristoranti. Sfrutta la raffinata tendenza alla commedia sulla malattia e sulla morte britannica e una storia pazzesca, quella di Robin Cavendish. Uno che doveva morire giovane, dopo che la polio lo immobilizzò e che vinse contro tutto e tutti la sua battaglia impossibile, creandosi attorno una comunità di amici e d’amore che lo portò a rivoluzionare l’esistenza, propria e degli altri disabili. E’ una storia dannatamente e splendidamente vera, prodotta da suo figlio. E allora, francamente, chi se ne frega che cinematograficamente è un’opera non straordinaria, al limite del televisivo? La storia lo è: quindi prendete questo biglietto, preparate i fazzoletti e poi uscite dalla sala e vivete come Robin Cavendish. Senza aver paura di nulla, combattendo per la vostra felicità.

Justice League: 6+

Sì, siamo molto generosi. E sì, lo facciamo perché dopo Man of Steel e Batman vs. Superman, Zack Snyder ci aveva dimostrato che non c’era limite al peggio. Anche dalle parti di DC Comics. E sì, dopo quella schifezza Marvel di Thor Ragnarok, questo sembra Quarto Potere. Justice League è quello che vi aspettavate: un kolossal fracassone, confuso, con attori mediocri e Gal Gadot che è bellissima e Aquaman (Jason Momoa) che qui è il sosia di Gabriel Omar Batistuta. Nerd e fanatici dei cinecomics troveranno vari motivi per odiarlo, voi se avete il sabato sera libero e siete solo maschi andate a vederlo: vi divertirete, soprattutto nelle derive goliardico-demenziali, e non penserete a nulla. Joss Whedon, che ha commissariato Zack, alla fine sembra averci messo una pezza. E la scelta di nascondersi dietro una parodia degli Avengers funziona. Certo Cavill e Affleck continuano a gridare vendetta, ma in fondo chi se ne importa? A noi basta quella pagina di giornale alla Watchmen che dice “i supereroi stanno tornando nei loro pianeti”. E in foto ci sono Lanterna Verde e David Bowie. Ah, la seconda scena bonus potete anche saltarla: arriva dopo 10 minuti di titoli di coda e interminabili ed è di una bruttezza rara.