Il cartello di Cali: «Sono più potenti di Escobar, e altrettanto feroci»

Alla vigilia della terza stagione di Narcos, dedicata al cartello colombiano, parla Ron Chepesiuk, tra i più apprezzati crime journalist americani. Che racconta perché i fratelli Rodriguez Orejuela furono i numeri uno, i loro rapporti con la Camorra e gli errori degli U.S.A.

Con ogni probabilità si vedrà qualche camicia a rigoni e zazzerone in meno, e gli accenti risulteranno decisamente più smussati. Non solo perché dagli anni ’80 siamo passati ai ’90 inoltrati, e le mode cambiano anche in Colombia, ma anche perchè lontano dalle foreste di Antioquia le cose funzionano in modo diverso. La terza stagione di Narcos arriva su Netflix il primo settembre, e, come molti sanno, racconterà l’ascesa e la caduta del cartello di Cali, che, con un notevole contributo esogeno, ha preso il posto di Pablo Escobar nelle gerarchie del narcotraffico. Meno nota di quella del “Patron” di Medellin, la vicenda dei signori della valle del Cauca, non distante dall’Oceano Pacifico, rappresenta uno snodo altrettanto fondamentale nella recente storia criminale, e geopolitica, delle Americhe.

Da Escobar e i suoi truci sgherri si passa ai fratelli Gilberto e Miguel Rodriguez Orejuela, forti della loro immagine da imprenditori vincenti. Al loro fianco, nella storia e nella serie, Helmer “Pacho” Herrera, già conosciuto dagli amanti di Narcos, e José “Chepe” Santacruz Londono. Della fiction, della fine del regno di Pablo Escobar, dell’apogeo di Cali e di War on Drugs abbiamo parlato con Ron Chepesiuk. Scrittore, sceneggiatore, documentarista, conduttore radiofonico, è tra i più apprezzati crime journalist americani. Il narcotraffico colombiano è stato il suo oggetto di studi per anni. Tra i suoi libri: Drug Lords: The Rise and Fall of the Cali Cartel e Escobar vs. Cali. Quest’ultimo è stato appena tradotto in Italiano e il 24 agosto sarà nelle librerie, edito da Newton Compton, con il titolo La guerra dei Narcos. Ascesa e caduta di Pablo Escobar e del cartello di Cali.

Hai visto le prime stagioni di Narcos. Che te ne pare?
Certo, ho visto le prime due stagioni. So che la serie ha avuto ottime recensioni, io vedo anche tanti difetti. Conosco bene quella storia: in passato ho intervistato l’agente della DEA Javier Pena, il procuratore Gustavo de Greiff e il presidente colombiano Gaviria, tutti protagonisti di quella stagione criminale e di Narcos. La gente parla della serie come se narrasse la reale storia di Escobar e della lotta delle istituzioni contro di lui, invece gli sceneggiatori si sono presi molte libertà.

Ci fai qualche esempio?
Carlos Lehder non fu catturato nel modo in cui la serie racconta, Pena non è stato cacciato dalla Colombia. Il ruolo del Cartello di Cali nella fine di Escobar, inoltre, è stato sottovalutato. A mio parere la seconda stagione si trascina un po’: quante scene hanno avuto bisogno per dirmi che Escobar amava la sua famiglia?

Cosa ti aspetti dalla terza stagione?
Quelli di Netflix sono stati molto misteriosi sulla nuova stagione, ma è evidente che racconteranno la conquista del potere del Cartello di Cali e la loro caduta. Amo questa storia, cui ho dedicato due libri: sono sicuro che il pubblico apprezzerà.

La sfaccettata figura di Escobar ha conquistato tutti. Quanto erano diversi i leader del Cartello di Cali?
Anzitutto c’era una differenza evidente nello stile. Escobar non temeva di mantenere un alto profilo e di dare nell’occhio in pubblico. I padrini di Cali invece stavano il più possibile nell’ombra. Escobar è sempre stato un gangster, i suoi antagonisti erano molto più sofisticati: preferivano le tangenti ai proiettili. Ma, quando ce n’era bisogno, sapevano essere feroci come il loro predecessore.

Come hai detto, sin ora l’epica di Cali è senz’altro minore, e senz’altro Narcos contribuirà alla popolarità del cartello criminale. Che motivazioni aveva il loro “basso profilo”?
Il Cartello di Cali rappresenta uno dei capitoli più sottovalutati nella storia del crimine organizzato. Escobar attira ancora tutte le attenzioni su di sè, ma i suoi rivali hanno rappresentato l’organizzazione criminale più ricca e potente della storia, con ogni probabilità. Nei primi anni ’90, all’apice della loro ascesa, il cartello guadagnava dai 5 ai 7 miliardi all’anno dalla cocaina, e controllava il 90 per cento del traffico mondiale della sostanza. Inoltre quelli di Cali erano violenti tanto quanto quelli di Medellin, anche se molti non ne avranno mai sentito parlare. Facevano tutto in maniera più riservata, non usavano le bombe. Penso che siano stati i più potenti trafficanti di tutti i tempi. Cali è stato a un passo da trasformare la Colombia in un narco-stato.

Gli appassionati della serie hanno già imparato a conoscere la figura di Pacho Herrera. Che ci dici di lui?
Pacho è stato uno dei padrini del cartello, ma non è stato lui l’intermediario delle trattative con Escobar. Gilberto Rodriguez Orejuela se ne fece carico, perché era un amico personale di Jorge Ochoa, il numero due di Medellin. Per qualche strano motivo lui e suo fratello sono spariti nella seconda stagione della serie. Pacho era il numero quattro nella gerarchia del Cartello di Cali, dietro ai fratelli Gilberto e Miguel Rodriguez Orejuela e Jose “Chepe” Santacruz. Herrera era omosessuale, per altro, e questo non ha mai sembrato preoccupare i suoi soci.

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Quanto è stato decisivo il contributo americano per la conquista del potere da parte di quelli di Cali?
È stato fondamentale. Gli ufficiali americani che ho intervistato nelle mie ricerche hanno sempre minimizzato l’importanza di Cali nella cattura di Escobar. Ma gli Stati Uniti avevano bisogno di costruirsi alleati durante la War on Drugs, e al contempo mostrare che la loro strategia funzionava e i contribuenti americani non stavano buttando via i loro soldi. Senza l’intervento americano, soprattutto di intelligence e di tecnologia, né il Cartello di Medellin, né successivamente quello di Cali sarebbero mai stati abbattuti.

Come cambiò l’atteggiamento del vicino americano una volta che Cali prese il posto di Escobar?
All’inizio il Cartello di Cali non era una priorità , a differenza di Pablo Escobar. Gli Stati Uniti adottano da sempre un piano di azione nella lotta alla droga, che chiamano Kingpin Strategy (la strategia dei boss), secondo cui la prima cosa da fare è eliminare il vertice della piramide, in quel caso Escobar. Washington ha sempre ritenuto che Pablo fosse una minaccia ben superiore a Cali per i suoi interessi nazionali, quindi lo sforzo è sempre stato indirizzato verso Medellin. Allo stesso tempo, però, il Cartello di Cali si è condannata alla fine, quando ha contribuito all’uccisione di Escobar. A quel punto i nuovi boss da abbattere erano diventati loro.

Nei tuoi libri hai scritto dei rapporti tra Cali e la camorra italiana. Quanto furono forti questi legami?
I leader di Cali ammiravano la mafia italiana, e in qualche modo avevano modellato la propria organizzazione sul loro esempio. L’Italia è stata molto importante nella loro strategia globale: una multinazionale come Cali credeva fortemente all’importanza di costruire alleanze internazionali. Non avevano contatti con la mafia siciliana, così si rivolsero alla Camorra. La Camorra aveva un sofisticato network di distribuzione dell’eroina, e poteva facilmente muovere la cocaina di Cali. Inoltre forniva la forza lavoro e la capacità di riciclare denaro dei suoi uomini, per maneggiare i fondi di Cali in Europa. Aiutò persino i narcos ad aprire alcuni laboratori per il trattamento della cocaina in Italia. Ci sono voci che quelli di Cali ebbero a che fare con l’omicidio di Giovanni Falcone, perché il magistrato si stava interessando ai loro affari. La DEA investigò, ma non trovò alcuna prova. L’agenzia organizzò una operazione sotto copertura durante Italia 90, per arrestare alcuni leader del Cartello di Cali, che avrebbero dovuto essere presenti alle partite, e estradarli negli Stati Uniti. Chiamarono l’operazione Offsides. Ma quelli di Cali non si presentarono.

Quale è stata l’eredità di Cali nella geografia del narcotraffico?
Nulla cambiò per davvero, se non che, con la fine di Medellin prima e di Cali poi, la Colombia è diventato un paese decisamente più pacifico. Ma oggi la mole di droga in circolazione è ancora superiore rispetto ad allora, il traffico coinvolge ancora più stati, e c’è sempre più violenza. Guarda alla carneficina quotidiana in Messico, che oggi è una minaccia per gli stessi Stati Uniti. Questa è la loro eredità: Cali è stato abbattuto, ma la War on Drugs è peggiorata.

Citavi il Messico. Perché è stato deciso che i prossimi dovevano essere loro?
Era naturale che i messicani salissero al potere, dopo la fine del Cartello di Cali, per via della prossimità con gli Stati Uniti. Avevano lavorato spalla a spalla con i colombiani nel traffico di cocaina dagli Stati Uniti. Quando crollarono i cartelli, i colombiani realizzarono che non era saggio diventare troppo grandi e evidenti. E si organizzarono in cartelitos, piccoli cartelli locali. Si mettevano assieme per fare un affare, poi si scioglievano. Meno soldi e meno potere, ma meno rischi. Questa è la storia della War on Drugs: le politiche americane anti-droga sono state il carburante per i traffici internazionali di droga.