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Hugh Jackman: «Grazie a ‘Logan’ ho sconfitto la mia rabbia»

L'attore australiano ha salutato Wolverine dopo 17 anni di onorato servizio. Il suo ultimo film è una storia matura e difficile: ecco com'è stato girarlo
hugh jackman logan intervista

Hugh Jackman ha interpretato Wolverine per 17 anni. Il primo film degli X-Men (e in generale un po’ tutta la trilogia girata da Bryan Singer) è stato fondamentale per la sua carriera, e Logan rappresenta la degna chiusura della storia di un personaggio amatissimo sia dai fan che dall’attore che lo interpreta. Il film è uscito da poco in DVD e Blu Ray: abbiamo approfittato dell’occasione per fare due chiacchiere con Hugh. Ecco com’è andata.

Com’è stato l’ultimo giorno di riprese di Logan?
Mi ricordo che abbiamo avuto diversi problemi con i fulmini. Eravamo a 3km di altitudine, e se un fulmine cadeva nei 5km attorno al set un allarme avrebbe fatto saltare la corrente. C’erano queste scariche molto brevi, poi il cielo tornava blu e potevamo girare, è stato molto frustrante. Nonostante tutti i problemi, Jim Mangold mi ha detto: «Restiamo ancora un po’. Ho girato tutto quello che mi serve, ma questo personaggio ti ha accompagnato per 17 anni. Dirò a tutti che sto lasciando la telecamera accesa, che ho bisogno di un’altra inquadratura… voglio solo che tu abbia mezz’ora da solo, senza tutta questa gente che urla, così puoi goderti questo momento». È stato davvero un bel regalo.

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Come ti sei sentito alla fine?
Non me la cavo bene con gli addii. Anche quando faccio uno spettacolo per un anno… la gente piange prima ancora che si sollevi il sipario. Io gli dico: “dai ragazzi, dobbiamo ancora farne uno!” Non sono molto a mio agio con queste cose. L’ultimo giorno di riprese guardavo i colleghi, tutta la gente che ha lavorato con me per tanto tempo. Sul set di Logan, poi, c’era un gruppo molto ristretto con cui ho legato tantissimo. Saranno state sette-otto persone, dai produttori a Patrick Stewart, con cui mi sono sintonizzato subito… Probabilmente visti da fuori sembriamo degli scemi, ma questa cosa mi ha molto colpito. 17 anni è tanto tempo. Vai a scuola solo per 12… sembra un’eternità no? (ride)

Cosa significa il personaggio di Wolverine per te?
X-Men è stato il mio primo film americano. Qualcuno potrebbe dire che senza quel film non avrei avuto questa carriera, e non avrebbe tutti i torti. Certo, all’epoca facevo Oklahoma! al Royal National Theatre, quindi in qualche modo me la sarei cavata… ma X-Men è stato un vero trampolino di lancio. Mi ha permesso di fare tantissime cose diverse. In più ho sempre amato il personaggio, ha sempre avuto qualcosa di speciale. Logan è un film molto personale: io e lui siamo persone molto, molto diverse, ma mi ha insegnato molto. È stato terapeutico, ho lavorato sulla mia rabbia per anni grazie a lui. Mia moglie è andata in una spa, di recente, e mi ha raccontato di una cosa che lei ha chiamato la Wolverine Therapy: vai sulla cima di una montagna e urli, ti sfoghi. È una terapia catartica. Le ho detto: “Si! È quello che faccio io ogni due anni!”.

Hai pensato a John Clees (di Fawlty Towers) mentre sfasciavi la macchina in Logan?
Si, certo! (ride) Avevamo già girato una volta, ma Jim mi ha detto: «Facciamone un’altra… pensa a tutto quello che è successo con Charles, a tutto. Spacca quella macchina del cazzo!». Io gli ho chiesto se avesse avvertito i produttori, mi ha risposto: «No. Giriamo». È stato fighissimo, anche questa è stata un’ottima terapia… Non pensavo che la scena sarebbe finita nel film, ero convinto che l’avesse girata solo per farmi contento. È venuta benissimo.

Gli studios vi hanno lasciato grande libertà. Ti ha sorpreso?
Si. Io e Jim abbiamo pensato a questa cosa parlando di The Wrestler, Gli Spietati e altri film del genere. Non ci preoccupava il rating: immaginavamo che sarebbe stato etichettato come film per adulti, ma volevamo raccontare le ramificazioni della violenza. Era necessaria per mettere a disagio il pubblico. Pensa, ho chiesto a quelli della Fox un incontro solo per spiegargli quanto fossi deciso a fare così. Ho detto: “Capirò il vostro rifiuto. Lo capirò davvero. Non sono i miei soldi, questo è un brand che avete costruito in tantissimi anni… Ma io voglio fare solo il film che ho in testa”. Mi hanno subito detto di si, incredibile. Certo, ci sono state varie litigate – per il titolo e cose del genere – ma hanno avuto davvero molto coraggio. Si dice che sia tutto grazie al successo di Deadpool, ma quella conversazione è avvenuta due anni prima. Il loro coraggio andrebbe riconosciuto più spesso. Wolverine si merita questo film, e anche i fan se lo meritano.

Se avessero detto di no avresti davvero abbandonato il personaggio?
Si, e ho fatto in modo che lo capissero tutti. Sapevo che era il mio ultimo film nei panni di Logan, e devo dire che farlo in questo modo mi ha eccitato molto. Sentivo questa adrenalina… non avrei potuto fare nessun compromesso, avrei dovuto conviverci per tutta la vita. Volevo fare un film perfetto per dire ai miei nipoti: “Se dovete guardare un film di Wolverine, guardate questo. Questo è il suo film definitivo”.

I fumetti degli X-Men sono sempre stati per la tolleranza. Magneto era Malcolm X e Charles Xavier era Martin Luther King. Sono sempre stati attuali, oggi magari lo sono ancora di più

È stato difficile interpretare un Logan così vecchio e stanco?
Era quello che volevo. Le cicatrici mi sono sembrate subito un’ottima idea… Alla fine di ogni giornata mi guardavo allo specchio, ero un disastro. Poi mi toglievo il trucco e pensavo: “Ah! Allora lo vedi che non sono così male!” (ride).

Quant’è importante la famiglia nel film?
Jim Mangold mi ha detto: «Il tuo personaggio è terrorizzato dall’intimità: circondiamolo di affetto familiare». Avevamo quest’idea, volevamo che Patrick perdesse la testa, che il suo personaggio soffrisse di demenza senile. Dopo un anno dall’inizio dei lavori Jim ha pensato a Laura (X-23)… così avremmo avuto tre diverse generazioni di mutanti, una struttura narrativa perfetta. Questa è tutta farina del sacco di Jim. Abbiamo tutti una famiglia, sappiamo quanto può essere bello, frustrante e fastidioso allo stesso tempo. Sei costretto in queste relazioni che non hai davvero scelto. Possono farti arrabbiare come nessun altro al mondo, ma alla fine sono loro che rendono la vita degna di essere vissuta.

Quanto sono voluti i riferimenti all’attualità? Penso al muro sul confine messicano….
I fumetti degli X-Men sono sempre stati dedicati alla diversità e alla tolleranza. Il primo numero è uscito negli anni ’60, era un’allegoria dei movimenti per i diritti civili: Magneto per Malcolm X e Charles Xavier per Martin Luther King. Queste storie sono sempre state legate al mondo reale, sono sempre state attuali e lo saranno sempre. Magari al giorno d’oggi lo sono ancora di più: il nostro film non propone nessuna soluzione e non fa domande facili. Mi ricordo questa poesia di Robert Frost, l’ho studiata ai tempi del liceo: “Good fences make good neighbours”… Questo è un problema che esiste praticamente da sempre: è meglio tirare su una barriera o essere inclusivi? Io sono per la tolleranza totale, è una cosa interessante. Per me essere umani significa avere a cuore gli altri: rispetto molto i Nelson Mandela, i Dalai Lama e quelli come loro. Non vogliono bene solo alla loro nazione (o al loro popolo), amano tutto il mondo. Mi sembra una cosa meravigliosa.

Faresti vedere Logan ai tuoi figli?
Mio figlio ha 17 anni, quindi non c’è problema… Mia figlia ne ha 11 e stava spesso con noi sul set. Non si tratta della violenza, o delle parolacce… a quell’età sai già tutto. Durante la lavorazione di questo film pensavo spesso a Gli Spietati: l’ho riguardato e non mi è sembrato tanto violento. Il punto è che racconta tematiche difficili, è una cosa che io e Jim abbiamo analizzato a fondo. Ci siamo detti: se dobbiamo fare un film vietato ai minori, che sia per la maturità della storia e non per la violenza delle immagini.

Secondo te qual è l’età giusta per vedere Logan?
Mio padre mi diceva sempre: «Se c’è scritto 18 anni devi avere 18 anni. Non 17 e 300 giorni», era un vero incubo. Non ho visto Star Wars! Ero l’unico a non averlo visto perché all’epoca, in Australia, dovevi avere 12 anni… ho dovuto aspettare un anno. Diciamo che dipende dal film e dipende dal bambino. Non credo ci sia una risposta unica per tutti.

In una scena combatti con un clone. Com’è stato girarla?
È stato difficile, perché volevo che i due avessero una fisicità diversa. Volevo che il pubblico potesse distinguere chiaramente chi era quello consumato dalla rabbia. È stato strano, combattevo contro il mio stuntman, Dan Stevens. Lavoriamo insieme da anni e non ci è mai successa una cosa così, generalmente non siamo mai insieme sul set. Durante le riprese l’ho colpito per errore sulla mascella. La sua espressione valeva più di mille parole, è come se mi avesse detto: “Ehi! Non mi paghi abbastanza da poterti permettere di prendermi a pugni sul serio!” Certo, quattro ciak dopo sono stato io quello colpito (ride). Ma anche lui è australiano, quindi l’ho perdonato. Mi ha detto: «Ho aspettato di poterlo fare per anni!».

Ti va di parlare dell’operazione che hai dovuto fare al naso?
Si, ho sofferto di carcinoma basocellulare. Mi sono operato sei volte… per un australiano è una cosa comune tanto quanto le lentiggini. Non ho mai messo la crema solare da ragazzo e, considerando il mio sangue inglese, non è stata poi una grande idea. La pelle dei britannici non è fatta per stare in Australia senza crema solare! Il carcinoma basocellulare è la forma meno pericolosa di cancro alla pelle, nessuno è mai morto in tutta la storia della patologia. È solo qualcosa da tenere sotto controllo.

I tuoi figli possono usare i social media liberamente?
Si, diciamo che sono abbastanza tollerante. Facciamo tutti errori, soprattutto da ragazzini: il problema è che adesso questi errori sono registrati per sempre. Ai miei figli ripeto sempre che non esiste più niente che sia privato. Socrate, 2000 anni fa, diceva che non dovresti dire in privato quello che non diresti in pubblico: il mio non è un consiglio innovativo, ma sicuramente queste parole hanno un peso diverso oggi. I miei figli sono sui social media, ma gli ho detto di seguire solo persone che conoscono. Gli dico anche che controllerò i loro telefoni (e ogni tanto lo faccio davvero). Faranno errori, certo, ma voglio assicurarmi che non gli rovinino la vita.

Come sarà passare da Logan a The Greatest Showman ?
Sono due film molto personali per me. Ci abbiamo messo sette anni per far approvare il progetto The Greatest Showman. Non saprei dirti quanti incontri, prove, workshop, studio session abbiamo fatto per far produrre questo film. Sono due progetti molto dolci per me, per ragioni diverse. Mi sento come se avessi completato due cose opposte: sono personaggi che richiedono abilità totalmente diverse. Il mio nuovo film è un musical: prima di La La Land nessuno voleva farlo. Gli autori della musica di La La Land hanno collaborato a The Greatest Showman, li abbiamo assunti prima che diventassero famosi. Devo dire che osservare il loro successo è stato gratificante: amo La La Land e sono felice che la gente sia tornata ad apprezzare i musical. Racconteremo la storia di P.T. Barnum (il “papà” della pubblicità, ndr), per certi versi è come raccontare il sogno americano.

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