Grace Jones: «Se sei un uomo forte, sei un professionista. Se sei una donna forte, sei una stronza»

'Bloodlight and Bami', il documentario sull'iconica performer giamaicana, è arrivato in Italia. Abbiamo intervistato la regista Sophie Fiennes, che ci ha raccontato com'è stato seguire Miss Jones per 10 anni.
Grace Jones. Credit: Andrea Klarin

Grace Jones. Credit: Andrea Klarin


Sophie Fiennes è la regista di Grace Jones: Bloodlight and Bami (nelle sale italiane oggi), il documentario girato nel corso di dieci anni, che finalmente dà ai fan di Grace Jones l’opportunità di entrare nel fantastico mondo dell’iconica performer, esplorando la sua vita privata e professionale, in varie ambientazioni: camere d’albergo, apparizioni televisive, prove durante l’incisione del suo ultimo album Hurricane, in famiglia e anche nella nativa Giamaica. Tutto con la stessa energia, curiosità e intensità della quasi 70enne Miss Jones.

Nata come location manager per il leggendario regista Peter Greenaway, Sophie è conosciutissima per il proprio lavoro di documentarista, tra cui The Pervert’s Guide to Cinema e The Pervert’s Guide to Ideology, in collaborazione con il filosofo sloveno Slavoj Žižek, e Over Your Cities Grass Will Grow, sull’artista tedesco Anselm Kiefer. Fiennes (sorella dei celebri Ralph e Joseph) ha presentato Bloodlight and Bami al Festival del Cinema di Toronto, dove l’abbiamo intervistata e, aspettando che Grace Jones finisse di guardare la partita a tennis fra Del Potro e Nadal.

Sophie, cosa significa il titolo?
In slang giamaicano ‘Bloodlight’ indica la luce rossa che si illumina durante una registrazione in studio, e ‘Bami’ è la tipica focaccia giamaicana con farina di tapioca, entrambi simboli di vita per Grace.

Com’è nato il progetto?
Ho incontrato Grace dopo aver girato Hoover Street Revival, un documentario su suo fratello Noel Jones. Da allora ci siamo tenute in contatto, perché sapevamo che prima o poi avremmo fatto un documentario insieme. Ogni volta che lavorava a qualcosa di interessante mi chiamava e diceva: “Vieni in Giamaica che registro una canzone!”. E io partivo, avevo sempre una borsa pronta, così da poter volare ovunque nel giro di qualche ora. Partivo anche quando stavo lavorando ad altri progetti. Poi, dopo quattro anni, mi sono fermata perché avevo bisogno di footage nuovo di Grace che cantava, ad un concerto. Per me era fondamentale. Ma a quel tempo la band di Grace non esisteva ancora, oggi sono sempre in tour.

Come è arrivata a dire basta e passare al montaggio?
Dopo quattro anni e dopo aver filmato Grace durante la creazione di Hurricane, il suo decimo album ed il primo con materiale inedito in 19 anni, ho messo tutto il footage in una scatola perché per lei era un momento molto difficile, era diventata nonna ed era morto suo padre. Aveva bisogno di passare del tempo in Giamaica, a riscoprire la sua terra. Mi disse che non aveva fretta di finire e quindi ho deciso di aspettare il momento giusto per riprendere a girare. Non volevo montare nulla prima di aver tutto il materiale a mia disposizione.

Quali sono state le canzoni a cui non poteva rinunciare?
Volevo assolutamente Nipple to the Bottle, perché mette in risalto la sua rabbia, e quella parte più aggressiva della sua personalita, e William’s Blood, perché è la sua canzone più autobiografica, nelle sue vene scorre il sangue dei Jones, ma anche quello dei Williams, che l’hanno resa quella che è diventata: una forza della natura.

Le ha mai proibito di girare momenti intimi o influenzare il risultato finale?
No, mai. Mi incoraggiava a girare sempre, voleva che il risultato fosse spontaneo, non le importava se stava litigando al telefono o diceva cose che la gente potesse ritenere imbarazzanti. Mi diceva sempre: «Oh no, honey! You carry on! Work away!». Non ha mai cercato di controllarmi, ha voluto cambiare solo un paio di cose nel montaggio finale, ma era solo per una questione di ritmo, niente a che vedere con il contenuto. Visivamente è molto creativa, ha sempre suggerimenti interessanti. Ha la musica dentro.

La performance di Grace nel documentario è girata in modo molto teatrale, cabarettistico. Da cosa è stata determinata questa scelta?
Grace ama il cinema, le piacciono molto i film degli anni ’40, e quindi mi sono ispirata a Rita Hayworth in Gilda, al modo in cui cantava Amado Mio. Grace è una ballerina straordinaria, le piace muoversi in duetto con la telecamera. Volevo riprenderla interamente, dalla testa ai piedi, in modo da creare una silhouette classica, da Hollywood noir. Volevo rendere omaggio alla sua forza, mi diceva sempre: «Se sei un uomo forte, sei un professionista. Se sei una donna forte, sei una stronza». Lei non è per niente stronza, ma lo diventa per dare il meglio di sé davanti al pubblico.

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