George Clooney: «L’America non è mai stata così arrabbiata»

Alla Mostra del Cinema ha presentato la sua sesta regia, 'Suburbicon', scritto dai fratelli Coen, con Matt Damon e Julianne Moore
Matt Damon Julianne Moore George Clooney Venezia

Matt Damon, Julianne Moore e George Clooney alla Mostra del Cinema di Venezia - Foto di Alberto Terenghi via IPA


George, what else? Clooney non delude Venezia: in conferenza stampa sorride, gigioneggia e fa battute, ma parla anche di attualità. «Se mi piacerebbe essere il prossimo presidente americano? Sarebbe divertente». E l’amico Matt Damon chiude in schiacciata: «Chiunque sarebbe meglio di quello attuale».

Suburbicon, in concorso alla Mostra, è il suo sesto film da regista, un comedy-thriller scritto dai fratelli Coen negli anni Ottanta: «Volevo raccontare una storia ispirata alla comunità di Levittown (costruita in Pennsylvania come roccaforte delle famiglie bianche, nda) e poi mi sono ricordato che i Coen avevano questa sceneggiatura. Quando si parla di “fare l’America grande di nuovo” si guarda all’America di Eisenhower, che era grande sì, ma solo se eri caucasico, maschio ed eterosessuale. Il problema della nostra nazione è che non ha ancora fatto i conti con tutto questo».

1957, nel sobborgo patinato del sogno a stelle e strisce arriva un famiglia di colore che viene scansata e attaccata da tutti. E questo mentre nella casa perfetta dei bianchissimi Matt Damon e Julianne Moore si consuma il dramma tragi-comico di una lucida follia. L’intento era quello di risultare divertenti e cattivi, in puro stile Coen, ma Clooney ammette che il film è “arrabbiato”. E non potrebbe essere altrimenti: «Oggi c’è una nuvola nera sull’America. Tutti nel Paese sono incavolati. Abbiamo iniziato a lavorare alla produzione quando è partita la campagna elettorale di Trump, che nei suoi discorsi parlava di costruire muri. Questa però non è una pellicola tanto su di lui, quanto piuttosto sul riconoscere che non abbiamo mai affrontato le questioni razziali».

Anche Damon sottolinea la contemporaneità scottante delle tematiche di Suburbicon: «C’è una scena in cui il mio personaggio va in giro per il quartiere in bicicletta ad uccidere persone, tutto sporco di sangue. Sa che essere bianco lo proteggerà, la colpa verrebbe comunque addossata ai neri. Mentre giravamo non potevamo prevedere quello che è accaduto a Charlottesville, ma queste dinamiche negli USA purtroppo non scompariranno mai».

«Le nuove generazioni saranno migliori solo se la generazione precedente saprà mostrar loro la strada» spiega Julianne Moore «Viviamo in un posto dove c’è chi venera le statue dei generali confederati, quei generali che hanno combattuto contro gli Stati Uniti d’America per conservare la schiavitù. Dobbiamo essere pronti all’attivismo per evitare il radicalismo».

Messe da parte tutte le domande e risposte (sacrosante) sull’attualità, è il tempo del cazzeggio: Matt e George sono amici da una vita, e si vede. Damon nel film interpreta un marito e padre terribile: «Fare il cattivo è stata una sensazione nuova per me. Il regista di Downsizing, Payne, mi ha detto che gli piaccio proprio perché non sembro una stella del cinema: ho l’aspetto dell’americano medio». Il compositore Alexander Desplat consola Damon: «Ma tu sei una star del grande schermo!» e Clooney gli va dietro divertito: «Matt, sei l’uomo più sexy del mondo». 1-0 palla al centro. Ma Damon pareggia: «Ho fatto 7 o 8 film con George e ho capito una cosa: quando lui ti da una direttiva, devi fare l’opposto».

Ora tocca alla Moore che in Suburbicon impersona due gemelle: «Dovevamo risparmiare soldi» sghignazza Clooney. «Esatto» sorride lei con eleganza: «Quando ti guardi intorno sul set di George ti rendi conto che stai lavorando con i professionisti più incredibili».

Clooney diverte e si diverte, ma da neo-papà vuole anche che passi un messaggio: «Io sono un ottimista. Guardo ai ragazzi, sono certo che renderanno questo mondo migliore». Poche ore dopo prende per mano la moglie Amal e sfoggia sul tappeto rosso la sua Magnum più sorniona: chiamate i pompieri perché il red carpet va a fuoco.